Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Enrico Cerchione dal titolo: "Le frontiere “bibliche” di Israele secondo Lucio Caracciolo, una tesi che alimenta vecchi cliché"
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Nel suo ultimo podcast e nei video di approfondimento per Limes, Lucio Caracciolo ha sostenuto che Israele è “l’unico Stato al mondo che preferisce non definirsi”, non fissando i propri confini orientali e settentrionali. Secondo il direttore della rivista di geopolitica più influente in Italia, questa “indeterminatezza” sarebbe funzionale a una “spinta coloniale” in Cisgiordania (che per lui sono chiamati Giudea e Samaria per avvalorare la tesi del messianismo e non per semplice riconoscimento storico di quelle terre) e troverebbe radice in una “interpretazione letteralista della Bibbia”, per cui Israele “potrebbe teoricamente arrivare dal Nilo all’Eufrate secondo alcune letture”. Questa indeterminatezza dei confini sarebbe, in ultima analisi, il vero ostacolo alla fine delle guerre. Non perché ogni guerra dalla nascita di questo Stato sia stata solo di difesa, sia chiaro.
La tesi ha il pregio della schiettezza ideologica, ma presenta due problemi fondamentali: è storicamente inaccurata e ripropone, in forma geopolitica, un cliché che da decenni alimenta narrazioni antisemite. Israele ha dimostrato più volte la disponibilità a definire confini netti in cambio di pace e riconoscimento. Nel 1979, con il Trattato di pace con l’Egitto, restituì l’intera penisola del Sinai (un territorio circa tre volte più grande dello Stato ebraico entro le linee del 1967) in cambio del riconoscimento e della normalizzazione. Fu la più grande cessione territoriale nella storia del conflitto arabo-israeliano. Nel 1994 arrivò il trattato di pace con la Giordania. Nel 2005, il governo di Ariel Sharon attuò il disimpegno unilaterale da Gaza: smantellamento di tutti gli insediamenti ebraici e ritiro completo delle forze israeliane. Non fu un accordo negoziato, ma una scelta unilaterale di definire un confine. Il risultato fu il controllo di Hamas sulla Striscia dal 2007 e, sedici anni dopo, il massacro del 7 ottobre 2023.
Sul fronte palestinese, i governi israeliani di centrosinistra hanno avanzato proposte concrete per uno Stato palestinese. Nel 2000, Ehud Barak a Camp David offrì circa il 91-95% della Cisgiordania, con scambi di territori, il controllo su gran parte di Gerusalemme Est e soluzioni per i profughi. L’offerta fu respinta, ma nella redazione di Limeslo dimenticano. Nel 2008, Ehud Olmert propose un pacchetto ancora più ampio, con mappe dettagliate e un corridoio tra Gaza e Cisgiordania. Anche questa proposta non ricevette risposta formale positiva. Gli Accordi di Abramo del 2020 hanno mostrato che la normalizzazione con Stati arabi è possibile senza cessioni territoriali nel cuore del conflitto israelo-palestinese, purché si accetti la realtà dello Stato ebraico, come accade oggi in Libano.
Avere più territorio da controllare, soprattutto quando abitato da una popolazione ostile, non è un vantaggio per Israele: è un peso militare, economico e demografico. Le intifade, i razzi da Gaza dopo il 2005 e l’attacco del 7 ottobre hanno rafforzato, nella società israeliana, la convinzione che i ritiri senza garanzie di sicurezza producano nuovi fronti di minaccia. Hezbollah in Libano dopo il ritiro del 2000 è l’altro esempio classico. L’indeterminatezza dei confini non nasce da un disegno espansionista biblico dello Stato israeliano. Nasce invece dal fatto che la controparte palestinese (o almeno la sua componente dominante per decenni) ha rifiutato sistematicamente di riconoscere Israele come Stato nazionale del popolo ebraico e di rinunciare al “diritto al ritorno”. Questa pretesa equivarrebbe alla fine di Israele come Stato ebraico, cioè all’unico rifugio sicuro per gli ebrei. Ed è bene ricordare che circa 800.000 ebrei furono costretti ad abbandonare i Paesi arabi in cui avevano vissuto per secoli.
La stragrande maggioranza degli israeliani è laica o di tradizione moderata; il sionismo religioso messianico che invoca confini massimali è una corrente minoritaria, anche se oggi e rappresentata dai soliti detrattori più influente nella coalizione di governo Netanyahu. Confondere la retorica di alcuni ministri con la dottrina strategica dello Stato è un errore analitico, o comunque una lettura ideologica. Perché il direttore di Limes sa che una certa sinistra ha un debole per l’anticlericalismo e per la fede trattata come bigottismo, ma solo quando si tratta di cristiani ed ebrei.
Queste affermazioni arrivano in un momento in cui, secondo i dati, gli episodi di antisemitismo in Italia sono aumentati in modo drammatico dopo il 7 ottobre 2023. Si registrano centinaia di segnalazioni all’anno, con picchi di aggressioni fisiche, minacce e incitamento all’odio (soprattutto online, ma non solo) e un incremento del 100% rispetto al 2023 e del 400% rispetto al 2022. In questo clima, attribuire al popolo ebraico, o al suo Stato, una volontà intrinseca di espansione illimitata fondata sulla Bibbia non è un’analisi neutra: è un classico dell’antisemitismo moderno, che trasforma la legittima difesa in complotto cosmico. E le responsabilità ricadono sui cattivi maestri che la sostengono.
Lucio Caracciolo è un intellettuale di grande influenza. Limes è letta e citata con rispetto soprattutto negli ambienti progressisti italiani, spesso come fonte autorevole di geopolitica “laica”. Quando il suo direttore ripropone una narrazione che riduce il conflitto a un disegno espansionista biblico israeliano, ignorando o minimizzando il record delle concessioni territoriali e il rifiuto ripetuto di soluzioni due-Stati da parte palestinese, il danno non è solo analitico, ma politico e culturale. E seppure aumentasse i suoi like e i suoi lettori con esche-hashtag, in ogni caso non gli renderebbe onore.
La pace in Medio Oriente richiede riconoscimento reciproco, garanzie di sicurezza e smilitarizzazione delle minacce esistenziali (Hamas, Hezbollah e il programma nucleare iraniano). La storia, non la Bibbia, dimostra che quando una controparte araba ha accettato di definire confini e di riconoscere lo Stato ebraico, Israele ha restituito territorio, peraltro legittimamente conquistato. Quando questo non è accaduto, i confini sono rimasti contestati. Attribuire la responsabilità esclusivamente a una presunta volontà israeliana di non avere confini è una semplificazione che non aiuta né la comprensione né la pace. In questo momento storico, è anche una comunicazione pericolosa.
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