Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "Un leader musulmano britannico rompe il silenzio sull’antisemitismo e sfida la sua comunità"

Fiyaz Mughal accusa molti rappresentanti islamici di tacere di fronte all’odio antiebraico e chiede una profonda revisione culturale e religiosa per contrastare l’estremismo
L’aumento dell’antisemitismo nel Regno Unito impone alla comunità musulmana una scelta di responsabilità. A sostenerlo è Fiyaz Mughal, fondatore dell’organizzazione Muslims Against Antisemitism, che accusa molti leader islamici britannici di condannare l’odio contro gli ebrei soltanto in privato, evitando di esporsi pubblicamente per timore di perdere consenso all’interno delle proprie comunità.
In un’intervista al Times of Israel, Mughal racconta di avere partecipato alla manifestazione contro l’antisemitismo organizzata a Londra la scorsa primavera, dove era uno dei pochissimi musulmani presenti e l’unico a prendere la parola insieme ai rappresentanti delle istituzioni e della comunità ebraica. Una presenza che, spiega, nasce dalla convinzione che il silenzio di fronte all’odio finisca per alimentarlo.
«Molti sono disposti a telefonare agli amici ebrei per esprimere solidarietà», osserva Mughal, «ma evitano di farlo pubblicamente. Vivere secondo i propri valori significa avere il coraggio di esporsi anche quando questo può risultare scomodo».
La figura di Mughal occupa da anni un posto particolare nel panorama britannico. Ex consulente del governo e impegnato nella lotta contro l’estremismo, ha fondato sia Muslims Against Antisemitism, che promuove programmi educativi sull’antisemitismo e sulla Shoah nelle comunità musulmane, sia Tell MAMA, il principale organismo britannico che monitora e assiste le vittime dei crimini d’odio contro i musulmani. La sua attività gli consente di osservare da vicino entrambe le forme di intolleranza e di denunciarne le radici comuni.
Secondo Mughal, il problema non riguarda soltanto la mancanza di prese di posizione pubbliche. A suo giudizio è necessaria anche una rilettura di alcune interpretazioni tradizionali dei testi religiosi islamici. Dopo il massacro del 7 ottobre 2023, afferma, in numerose moschee britanniche alcuni predicatori hanno utilizzato determinate interpretazioni degli hadith e stereotipi antiebraici per giustificare Hamas o per alimentare l’ostilità verso gli ebrei. Un fenomeno che, a suo avviso, avrebbe dovuto essere affrontato già dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e quelli del 7 luglio 2005 a Londra, senza che si producesse una vera riflessione teologica.«Se non lo facciamo adesso», avverte, «non accadrà mai più».
Negli ultimi mesi Mughal è stato tra i promotori di una lettera aperta, firmata insieme ad altri esponenti musulmani, fra cui l’ex commissaria governativa per il contrasto all’estremismo Sara Khan. Il documento denuncia la risposta «debole e insufficiente» di larga parte della società britannica di fronte alla crescita dell’antisemitismo dopo il 7 ottobre e sottolinea come, in alcune manifestazioni filopalestinesi, slogan e simboli abbiano finito per legittimare la glorificazione della violenza e dell’odio contro gli ebrei.
Per Mughal una parte dei movimenti antirazzisti britannici continua inoltre a considerare gli ebrei come una minoranza privilegiata e Israele come una potenza onnipotente, finendo così per minimizzare le aggressioni subite dalla comunità ebraica. Si tratta, osserva, di stereotipi che sfiorano apertamente l’antisemitismo e che contribuiscono a spiegare perché gli ebrei britannici non abbiano ricevuto la stessa solidarietà pubblica manifestata in altre occasioni nei confronti di gruppi discriminati.
L’attivista rivolge critiche anche al Partito Verde britannico, accusato di avere trasformato Gaza in uno dei temi centrali della propria strategia elettorale attirando candidati e sostenitori che in alcuni casi hanno espresso posizioni antisemite. Allo stesso tempo giudica insufficiente la risposta del governo laburista guidato da Keir Starmer. Pur riconoscendo gli investimenti destinati alla sicurezza di sinagoghe e scuole ebraiche, ritiene che l’esecutivo non abbia elaborato una strategia capace di affrontare il fenomeno dell’estremismo islamista e dell’antisemitismo che ne deriva, anche per il timore di perdere consenso in alcuni segmenti dell’elettorato musulmano.
La storia personale di Mughal rende ancora più significativo il suo impegno. Nato in una famiglia di origine indiana espulsa dall’Uganda nel 1972 dal regime di Idi Amin, ha conosciuto direttamente il razzismo crescendo nel Regno Unito negli anni Ottanta. Per questo vede un filo che collega ogni forma di discriminazione. A suo giudizio, la lotta contro l’antisemitismo coincide con la difesa stessa della democrazia liberale. «Negli ultimi trent’anni», conclude, «l’antisemitismo nel Regno Unito è peggiorato enormemente. È il sintomo di una crisi più ampia, una crisi nazionale dell’intolleranza».