Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Daniele Scalise dal titolo: "Hannah Arendt, l’ebrea che rifiutò di pensare in branco"

Sionista senza appartenenze, critica del nazionalismo e difensora del diritto di Israele a esistere, pagò il prezzo della libertà dopo il processo Eichmann
Ci sono intellettuali che seguono il proprio tempo. Hannah Arendt preferì contraddirlo. Non cercò mai la sicurezza di un’ideologia, né il conforto di una comunità pronta ad applaudirla. Era ebrea e lo rivendicò sempre. Fu sionista, ma non appartenne mai a nessuna ortodossia. Difese Israele quando riteneva che fosse minacciato e lo criticò quando pensava che stesse imboccando una strada sbagliata. Proprio per questo è una delle figure più difficili da incasellare del Novecento.
Nata nel 1906 a Linden, vicino ad Hannover, e cresciuta a Königsberg, studiò filosofia con Martin Heidegger e Karl Jaspers. Dal primo imparò molto e conservò un legame personale che, dopo l’adesione di Heidegger al nazismo, le procurò critiche feroci. Nel secondo trovò il maestro della sua vita.
Nel 1933 fu arrestata dalla Gestapo mentre raccoglieva materiale sulla propaganda antisemita. Riuscì a fuggire in Francia e lavorò per organizzazioni sioniste che aiutavano giovani ebrei a raggiungere la Palestina. Dopo l’invasione tedesca venne internata nel campo di Gurs, riuscì a evadere e nel 1941 raggiunse gli Stati Uniti, dove sarebbe diventata una delle più grandi filosofe politiche del secolo.
L’esperienza della persecuzione cambiò profondamente il suo modo di guardare alla questione ebraica. Arendt comprese che gli ebrei non potevano più affidare la propria sopravvivenza alla tolleranza degli altri. Per questo sostenne il sionismo come progetto politico di emancipazione e arrivò a chiedere la costituzione di un esercito ebraico che combattesse il nazismo accanto agli Alleati.
Il suo sionismo, però, era molto diverso da quello dominante. Diffidava di ogni nazionalismo, compreso quello ebraico. Temeva che uno Stato costruito sul modello degli Stati nazionali europei potesse riprodurre gli stessi meccanismi di esclusione che avevano perseguitato gli ebrei per secoli.
Negli anni Quaranta guardò con favore alle proposte di Martin Buber e Judah Magnes, che immaginavano una struttura binazionale o federale tra ebrei e arabi. Era una visione idealistica, probabilmente irrealizzabile già allora, perché sottovalutava il rifiuto del mondo arabo di accettare qualunque forma di sovranità ebraica in Palestina.
La nascita di Israele nel 1948 cambiò però il quadro. Arendt non considerò mai lo Stato ebraico un errore da cancellare. Al contrario, riconobbe che ormai rappresentava la casa politica del popolo ebraico e ne difese sempre il diritto a esistere e a proteggere i propri cittadini. Le sue critiche ai governi israeliani, a David Ben-Gurion e ad alcune scelte strategiche non mettevano in discussione questo principio fondamentale. Erano critiche interne al dibattito ebraico, non un rifiuto della legittimità di Israele.
Per Arendt, uno Stato nato per sottrarre gli ebrei all’impotenza non avrebbe dovuto rinunciare alla propria coscienza critica. La sicurezza era necessaria, ma non bastava. Una democrazia vive anche della capacità di interrogare se stessa.
Questa indipendenza esplose nel 1961, quando seguì a Gerusalemme il processo contro Adolf Eichmann come inviata del New Yorker. Eichmann era stato uno dei principali organizzatori della deportazione degli ebrei verso i campi di sterminio. Arendt si trovò davanti un uomo che non corrispondeva all’immagine del mostro sanguinario. Vide un burocrate mediocre, incapace di pensare con la propria testa, rifugiato dietro formule amministrative e obbedienza cieca.Da quella impressione nacque una delle espressioni più celebri del Novecento: la banalità del male.
La formula fu fraintesa quasi subito. Arendt non sosteneva che il male fosse banale, né che Eichmann fosse innocente. Lo riteneva pienamente responsabile e approvò la sua condanna a morte. Voleva invece mostrare che atrocità immense possono essere compiute anche da individui apparentemente ordinari, quando rinunciano alla responsabilità morale del giudizio.
Le polemiche non finirono qui. Arendt criticò l’impostazione politica del processo, ritenendo che Ben-Gurion volesse trasformarlo anche in una grande lezione sulla storia del popolo ebraico, mentre il centro avrebbe dovuto restare la responsabilità personale di Eichmann.
Ancora più dolorose furono le sue osservazioni sui Judenräte, i Consigli ebraici istituiti dai nazisti nei ghetti. Scrisse che la loro collaborazione amministrativa aveva, in alcuni casi, facilitato il funzionamento della macchina delle deportazioni. Molti lessero quelle pagine come un’accusa rivolta alle vittime invece che ai carnefici. Gershom Scholem le rimproverò di non avere abbastanza amore per il popolo ebraico. Lei rispose che non amava i popoli, ma soltanto le persone.
Ancora oggi quel dibattito è aperto. Molti storici ritengono inoltre che Arendt abbia sottovalutato il fanatismo ideologico di Eichmann. Documenti emersi successivamente mostrano un nazista molto più convinto e consapevole di quanto apparisse durante il processo. La sua intuizione sulla banalità del male resta tuttavia una delle riflessioni più influenti del pensiero contemporaneo, purché non venga interpretata come un’assoluzione del criminale.
Hannah Arendt pagò un prezzo altissimo per quella libertà. Perse amicizie, venne isolata da una parte del mondo ebraico e fu trasformata, spesso in modo caricaturale, nella filosofa che aveva “difeso Eichmann”. In realtà non difese mai il gerarca nazista. Difese il diritto del pensiero a non piegarsi né alla propaganda né alla pressione della propria parte.
È questa la ragione per cui Hannah Arendt appartiene alla sparuta schiera degli intellettuali senza collare. Non perché avesse sempre ragione. Qualche volta sbagliò, e lo sappiamo meglio oggi di quanto fosse possibile saperlo allora. Appartiene a questa galleria perché non smise mai di esercitare il diritto più difficile di tutti: pensare controcorrente, anche quando la corrente era quella della propria comunità. Gli intellettuali davvero liberi non sono quelli che evitano gli errori ma quelli che rifiutano di consegnare il proprio giudizio a qualcun altro.