Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: "I negozi non sono tribunali in cui svolgere indagini sui clienti ebrei"

Un episodio denunciato da HaKol, accaduto in un negozio milanese, parla di antisemitismo quotidiano ma rivela un problema più vasto, che riguarda chiunque entri in un esercizio commerciale. Tre bambini di una famiglia ebrea ortodossa (13, 11 e 9 anni) vengono fermati dall’addetto alla sicurezza; interrogati sulla provenienza, rispondono di essere israeliani e, secondo la ricostruzione, scattano perquisizioni di tasche e portafoglio a caccia di un furto mai avvenuto. Giorni dopo, il fratello maggiore, riconoscibile dall’abbigliamento, torna con la moglie incinta e il figlio piccolo: perquisito a sua volta senza motivo, trattenuto, si sente dire con un sorriso «potrei anche spogliarti». Quando inizia a filmare, il responsabile chiude le porte e impone la cancellazione dei video prima di lasciar andare la famiglia.
La sequenza domanda–risposta–perquisizione, replicata su persone identificabili come ebree, disegna l’aggravante della discriminazione etnica e religiosa (art. 604-ter c.p.). Ma sarebbe un errore leggerla come caso soltanto identitario: l’abuso era illegale prima ancora che discriminatorio. Ed è qui che la cronaca diventa una questione generale. La gran parte degli addetti alla sicurezza di negozi e supermercati non è fatta di guardie particolari giurate — nominate con decreto prefettizio — ma di personale senza qualifica giuridica e spesso senza alcuna formazione; quello del caso milanese, stando alla denuncia, era perfino privo di documento valido. Ma il punto decisivo è un altro: nemmeno la guardia giurata autentica è un agente di polizia, e verso il cliente non ha poteri diversi da quelli di un qualsiasi privato cittadino.
In concreto: la perquisizione personale è riservata ad autorità e polizia giudiziaria; l’addetto può chiedere di mostrare la borsa, il cliente può rifiutare, e frugare nelle tasche altrui integra, per un privato, il reato di violenza privata. Neppure il trattenimento è consentito: l’arresto da parte del privato (art. 383 c.p.p.) vale solo in flagranza, per reati con arresto obbligatorio perseguibili d’ufficio. Il taccheggio non soddisfa nessuna di queste caratteristiche: l’arresto è facoltativo e, dopo la riforma Cartabia, si procede solo a querela. Nemmeno davanti al ladro colto con le mani nel sacco — in flagranza, non per sospetto — la sorveglianza può dunque immobilizzare o trattenere alcuno.
Che può fare, allora? Ciò per cui esiste: dissuadere con la presenza; chiedere; riprendersi con cautela e proporzione il bene sottratto, perché la tutela del patrimonio dell’esercente è sacrosanta; così come chiamare le forze dell’ordine e testimoniare. Il confine è semplice: alla vigilanza privata il recupero della merce, allo Stato l’identificazione e la punizione del reo. La guardia che perquisisce, trattiene, umilia, non protegge un patrimonio: esercita una potestà punitiva che non le appartiene. Nulla di ciò criminalizza gli esercenti, che hanno il diritto, e verrebbe da dire il dovere, di proteggere la propria merce. Ma la legge vincola anche loro: imporre la cancellazione dei filmati a porte chiuse è una coazione da manuale, che per giunta distrugge le prove degli abusi appena consumati. Filmare un sopruso che si sta subendo è lecito; costringere a cancellarlo no.
Resta la domanda: chi controlla i controllori privati? Un settore enorme, investito di compiti delicati, opera sul confine dei diritti fondamentali di chiunque faccia la spesa; prefetture e questure hanno già gli strumenti per vigilare su chi è autorizzato a vigilare. Intanto tre bambini hanno imparato che dire da dove vieni può bastare a diventare sospetti; e un padre, che si può essere trattati da colpevoli con un figlio in braccio. La sicurezza privata è nata per proteggere le cose: non può diventare il luogo dove le persone smettono di essere al sicuro.