Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "La saldatura tra No-Tav e pro-Pal: le piazze che cavalcano l’odio"

Questo nostro Belpaese è qualcosa di fantastico: in ogni circostanza sappiamo far valere il nostro marchio di fabbrica, che ci rende unici. Prendiamo ad esempio la questione della Tav (Treni ad alta velocità) in Val di Susa, che dividiamo con la Francia, visto che si tratta della nuova linea Torino-Lione: al di là dei ritardi fisiologici nella conduzione dei lavori, la zona di nostra competenza è “militarizzata” nel vero senso della parola. I cantieri, infatti, sono presidiati militarmente da esercito, polizia di Stato, carabinieri e Guardia di finanza in pieno assetto antiguerriglia.
Al cantiere di Chiomonte sono impiegati mediamente circa trecento uomini, mentre duecento circa sono stanziati a San Didero. I lavori, infatti, sono fortemente contestati dal movimento No-Tav composto da cittadini della Val di Susa, comitati ambientalisti, attivisti dei centri sociali provenienti da molte parti d’Italia. Negli ultimi tempi, questi contestatori hanno partecipato a varie piazzepro-Pal, da cui sono stati ricambiati con la motivazione comune di essere contro il sistema oppressivo e anti libertario. Naturalmente, tra le varie questioni sul tappeto c’è una distanza enorme, ma tutto vale per cavalcare la protesta senza fine che ha visto ogni fine settimana lo svolgersi di cortei, talvolta violenti, nelle principali città italiane.
Per restare momentaneamente alla Tav, dall’altra parte della frontiera, il problema è condotto con i normali metodi della dialettica democratica, e i francesi hanno rispettato tempi e modi previsti dall’accordo italo-francese. C’è una questione, tuttavia, che distingue l’Italia da tutti gli altri Paesi, ed è quella dei pro-Pal. Nei giorni scorsi, su alcuni quotidiani sono apparse delle lettere di comuni cittadini che hanno posto una domanda molto semplice, rilevando che la Procura di Roma mostra molta solerzia nel perseguire chiunque usi qualsiasi forma di comportamento antilibertario nei confronti di italiani all’estero, sia che si tratti di “futuri onorevoli” sia che si tratti di normali cittadini. Viene fatto l’esempio dell’ultima avventura della Flotilla per Gaza, dove c’è addirittura un ministro israeliano accusato di torture. E pensare che in Spagna i cosiddetti “flotillanti” sono stati addirittura malmenati e in Libia detenuti per più di un mese, senza che la Procura di Roma abbia mosso un dito.
Questo sistema, che sta ormai certificando la nascita di una nuova religione, il palestinismo, però rischia di andare in frantumi per un gioco che in Italia è più sacro di qualsiasi religione: il calcio. Nella nottata tra venerdì e sabato scorsi è giunta la notizia che rischia di mettere in crisi tre anni di accuse a Israele circa apartheid, naqba, oppressione: il laterale destro della nazionale di calcio israeliana, Anan Khalaili, arabo con cittadinanza israeliana, è stato accostato all’Inter, campione d’Italia. La notizia ha avuto l’effetto di vedere un elefante entrare in una cristalleria! Come per incanto, la curva interista è andata in pezzi sul come dovrebbe essere accolto il giocatore che è un fortissimo interprete del cosiddetto gioco da esterno destro a tutta fascia, ruolo finora ricoperto nella stessa Inter da Denzel Dumfries.
Khalaili non è un signor nessuno, perché ha giocato nella massima serie belga, nelle fila del Royale Union Saint-Gilloise. I cervelli (o quello che resta di loro) adesso si dividono: c’è chi parla di “genocida tout court, perché è israeliano”; c’è chi dice che è stato liberato dai suoi rapitori che lo avrebbero costretto a rimanere in Israele (senza contare che lui appartiene alla terza generazione di quegli arabi che non sono fuggiti dal neonato Stato d’Israele); c’è chi dice che è costretto a giocare in nazionale. Queste affermazioni, ovviamente, si commentano da sole; resta il fatto che il ragazzo è libero di fare quello che vuole, e al suo primo gol metterà tutti d’accordo, volesse il Cielo, aiutando a ristabilire una verità calpestata da un odio che non ha nessuna ragione d’essere.