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Il Foglio Rassegna Stampa
13.07.2026 C'è un sasso in bocca all’Onu
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 13 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «C'è un sasso in bocca all’Onu»

 Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "C'è un sasso in bocca all’Onu"

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

Nel 1982 Mostafa Tolba, direttore del programma dell’Onu per l’ambiente, avvertì che all’inizio del XXI secolo una catastrofe ambientale avrebbe causato una “totale devastazione”. Passarono sette anni e Noel Brown, successore di Tolba, lanciò un’altra geremiade: “Entro il 2000 intere nazioni potrebbero essere spazzate via dalla faccia della Terra dall’innalzamento del livello del mare”. Con il riscaldamento che scioglie le calotte polari, i livelli degli oceani sarebbero saliti di novanta centimetri, sufficienti a sommergere le Maldive, a inondare un sesto del Bangladesh con lo sfollamento di un quarto dei suoi 90 milioni di abitanti, mentre un quinto delle terre coltivabili dell’Egitto nel delta del Nilo sarebbe stato allagato, compromettendo la produzione alimentare e causando carestie.

Ovviamente, i numeri di Tolba e Brown erano solo panzane. Ma non c’è niente come un’ondata di calore per tornare a illuminare la follia dell’allarmismo. “Le ondate di calore causano mezzo milione di morti all’anno” dice questa settimana il Programma per l’ambiente dell’Onu, che predica il pentimento ecologico e tace sull’inefficacia cronica del suo Consiglio di sicurezza, ridotto a teatro di veti e retorica. Non appena il termometro sale, tutti i predicatori del catastrofismo salgono sul pulpito per arringare l’umanità. E quale pulpito migliore dell’Onu? “E’ in corso l’ebollizione globale”, annuncia il segretario generale Guterres. E ovviamente è solo colpa nostra. Abbiamo attirato questo inferno su di noi volando, guidando, esistendo. Stiamo raccogliendo il frutto delle nostre imprese peccaminose. Come dice l’Onu, è la nostra “dipendenza dalla combustione di carbone, petrolio e gas” che fa brillare così forte il sole. Pentitevi! Sudate! “Solo in Europa, il caldo ha causato oltre duecentomila morti negli ultimi quattro anni”, predica Hans Kluge, direttore dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa. “Gli impatti del cambiamento climatico rappresentano un pericolo concreto e imminente e la sua manifestazione più immediata e letale è il caldo estremo”, ha aggiunto Kluge. “Le ondate di calore non sono più anomalie meteorologiche isolate. Sono ormai una crisi ricorrente che infligge sofferenza, miete vittime e mette a dura prova i nostri sistemi e le nostre infrastrutture sanitarie”. Il 26 maggio il New York Times ha pubblicato un lungo articolo, totalmente ignorato dai media. “I ricercatori hanno abbandonato uno scenario ad alte emissioni estremo – e spesso criticato – noto come RCP8.5, che è stato citato in modo prominente in migliaia di studi sul clima negli ultimi dieci anni. Gli autori hanno dichiarato che lo scenario è ora ‘implausibile’. Da anni i critici dello scenario sostenevano che fosse irrealistico. Perché, si chiedono ora quei critici, ci è voluto così tanto tempo per questa correzione di rotta?”.

Già, perché? Sarà che l’ottimismo non genera titoli, non giustifica budget, non alimenta la narrazione della colpa collettiva. L’Oms ha appena strombazzato una cifra inquietante: solo in Europa, più di 175 mila persone muoiono ogni anno a causa del caldo estremo (“Extreme heat claims more than 175.000 lives annually in the WHO European Region, with numbers set to soar”). Si è trattato di un’altra esagerazione e quando è stata contestata l’organizzazione ha silenziosamente modificato la sua pubblicazione. Basta leggere la prestigiosa London School of Hygiene & Tropical Medicine del settembre scorso: “Heat caused 16,500 additional deaths across Europe”. Che sono tanti, sedicimila, ma un decimo di quelli dell’Onu. Anche l’Unicef – l’organizzazione dell’Onu dedicata al benessere dei bambini – ha lanciato l’allarme in “Beat the heat: child health amid heatwaves in Europe and Central Asia”. Ha pubblicato un documento in cui sostiene che 377 giovani fossero morti in un anno a causa delle alte temperature in Europa e Asia Centrale. L’Unicef non ha menzionato che la fonte dati citata – le statistiche del “Global Burden of Disease” dell’Institute for Health Metrics and Evaluation – mostra che i decessi annuali per caldo tra i giovani sono diminuiti di oltre il cinquanta per cento in tre decenni né che il freddo causa tre volte più morti infantili in queste regioni ogni anno. Il tono allarmistico delle affermazioni di Oms e Unicef ha fatto da eco alle trombe di Guterres. Nel suo richiamo all’azione, Guterres ha detto che i decessi per caldo tra gli anziani a livello globale sono aumentati dell’85 per cento negli ultimi ventidue anni. Ha omesso che questo aumento è dovuto al fatto che gli anziani sono l’ottanta per cento in più, in gran parte grazie ai progressi medici che ci permettono di vivere più a lungo (maledetto progresso). E pazienza se in tutto il mondo, ogni anno, muoiono molte più persone per il freddo (per fortuna ancora a nessuno in inverno è venuto in mente di dubitare dell’efficacia degli impianti di riscaldamento come usa fare contro i condizionatori in estate).

Intanto l’Onu è fuori da tutti i tavoli geopolitici. Basta nominare una delle crisi internazionali. Guerra in Siria: paralisi totale del Consiglio di sicurezza per i veti incrociati. Consiglio per i diritti umani: paesi accusati di gravi violazioni che giudicano i diritti umani. Invasione dell’Ucraina: l’Onu ridotta a osservatore mentre un membro permanente invade uno stato sovrano e Guterres si rivolge così all’aggressore: “Presidente Putin, give peace a chance”. Guerra in Yemen: anni di crisi umanitaria e appelli ignorati. Sembra che l’Onu si sia ridotto a fare da ufficio di pubbliche relazioni per la fine del mondo. Una volta era il buco dell’ozono (oggi nessuno ne parla più). Poi furono le piogge acide. Poi venne l’Amazzonia e persino Achille Occhetto ci aprì il congresso del 1989 e il comunismo, cambiata pelle, da rosso sarebbe diventato verde. Poi arrivò la plastica, che per fortuna avrebbe contribuito a ridurre la domanda di avorio, olio di balena e foreste. Intanto erano le materie prime. Nel 1972, nel loro influente studio “I limiti dello sviluppo”, il Club di Roma annunciò che il mondo avrebbe esaurito l’oro entro il 1981, il mercurio entro il 1985, lo stagno entro il 1987, lo zinco entro il 1990 e il rame, il piombo e gas entro il 1993. Intanto, un miliardo di persone sarebbe uscito dalla povertà assoluta, l’aspettativa di vita è aumentata, le epidemie sono state sradicate, la Nasa ci dice che la terra è più verde oggi di vent’anni fa e la disponibilità di risorse, lo stato di salute dell’umanità e del mondo non è mai stato migliore e in via di costante miglioramento.

Cosa diavolo è successo intanto agli orsi polari? Un tempo erano l’unico argomento di cui parlavano i campaigner dell’Onu, ma ora sono scomparsi dai media. Il film di Al Gore del 2006, “Una verità scomoda”, mostrava un triste orso polare che galleggiava verso la morte. La popolazione di orsi polari è passata da dodicimila negli anni Sessanta a ventisemila oggi. La stessa cosa è accaduta alla barriera corallina australiana. Per anni dall’Ipcc dell’Onu hanno urlato che la barriera stava morendo a causa dell’aumento delle temperature marine. Dopo che un uragano danneggiò la barriera nel 2009, le stime australiane sulla percentuale di barriera coperta da corallo raggiunsero un minimo nel 2012. I media erano pieni di storie sulla catastrofe della grande barriera e gli scienziati prevedevano che la copertura corallina si sarebbe ridotta di un altro cinquanta per cento entro il 2022. Il Guardian arrivò persino a pubblicare un necrologio nel 2014.

Negli ultimi tre anni, la barriera corallina ha avuto più copertura che in qualsiasi momento da quando sono iniziate le registrazioni nel 1986 e la scorsa settimana l’Unesco ha deciso di non inserirla tra le specie in pericolo. Questa buona notizia ha ricevuto una frazione dell’attenzione che ebbero le previsioni allarmistiche. L’ottimismo non tira. Non si capisce perché i morti per caldo attirino più i media di quelli per il freddo (mentre il caldo estremo uccide quasi seimila americani ogni anno, il freddo ne uccide 152 mila, di cui dodicimila per freddo estremo, e anche includendo i decessi da caldo moderato il totale arriva a meno di diecimila). Poi all’Onu hanno avvertito che le piccole isole del Pacifico sarebbero annegate a causa dell’innalzamento del mare, come la mitica Atlantide scomparsa in un oblio acquatico. Nel 2019 il segretario Guterres volò fino a Tuvalu, nel Pacifico meridionale, per la storia di copertina di Time. L’articolo avvertiva che l’isola sarebbe stata “cancellata completamente dalla mappa” dall’innalzamento del livello del mare. Poi il New York Times (“A Surprising Climate Find”), che non è certo un negazionista climatico, ha condiviso quella che ha definito una “sorprendente” notizia: tutte le isole atollo sono stabili o stanno aumentando di dimensioni. Uno studio che ha raccolto i dati di vari scienziati su 709 isole nell’Oceano Pacifico e Indiano ha mostrato che quasi l’89 per cento di esse è aumentato di superficie o non è cambiato di molto nelle ultime decadi. Solo l’11 per cento si è ristretto. Un peccato, certo, ma non un cataclisma.

Il punto è che i media e l’Onu considerano questi rapporti totalmente infallibili come un tempo la parola dei Papi. E amano sentire di scenari da fine del mondo. Come dimenticare il quarto rapporto di valutazione dell’Ipcc? “I Paesi Bassi sono un esempio di paese altamente suscettibile sia all’innalzamento del livello del mare sia alle inondazioni dei fiumi perché il 55 percento del suo territorio è sotto il livello del mare”. Scioccante, no? Se non fosse che solo il 26 percento dei Paesi Bassi è sotto il livello del mare. E l’Onu è stato costretto ad ammettere il fatto. E che dire dell’affermazione del 2007 secondo cui il riscaldamento globale avrebbe ridotto la produzione agricola nordafricana fino al cinquanta percento entro il 2020? E’ stato ripetuto nei discorsi di Rajendra Pachauri, il presidente dell’Ipcc (l’organismo dell’Onu che studia il cambiamento climatico) e di Ban Ki-moon, l’allora segretario delle Nazioni Unite. L’unico problema era che non c’erano prove a sostegno di questa affermazione. Il professor Chris Head, che all’epoca era a capo di un gruppo di lavoro dell’Ipcc, ha dovuto riconoscere, tre anni dopo, di non riuscire “a trovare sostegno alla dichiarazione sul calo dei raccolti africani”. Poi c’è l’apice dei proclami apocalittici dell’Ipcc: “I ghiacciai dell’Himalaya si stanno ritirando più velocemente che in qualsiasi altra parte del mondo”, affermava un altro suo rapporto. “La probabilità che scompaiano entro il 2035 e forse prima è molto alta”.

L’Onu è stato costretto anche in questo caso a chiedere scusa. Il punto, scrive l’Economist, è che “ai media piacciono i grandi numeri. I giornalisti prenderanno un rapporto di tremila pagine come quello dell’Ipcc cercando popolazioni colpite oltre 1 miliardo, percentuali superiori al 50 percento e catastrofi che si verificano entro i prossimi trent’anni”. E se i numeri dell’Onu sul caldo, sulla carestia e sulla scomparsa dei ghiacciai possono far ridere, ce ne sono altri ben più tragici e seri. La storia si è diffusa come il vaiolo su internet e sui giornali. New York Times, Nbc, Time, Guardian, Abc: tutte organizzazioni giornalistiche affidabili. Ma tutte hanno pubblicato, acriticamente, una delle affermazioni più grottesche e facilmente confutabili durante la guerra tra Israele e Hamas: che “14 mila bambini a Gaza sarebbero morti entro 48 ore”. In Italia nessuno si è posto il problema. “Onu, aiuti massicci a Gaza o altri 14.000 bimbi moriranno” (Ansa). “Gaza, 14 mila bambini potrebbero morire nelle prossime 48 ore” (Agi). “Gaza, l’Onu lancia un nuovo allarme: 14 mila bambini potrebbero morire nelle prossime 48 ore” (L’Espresso). “14.000 bambini rischiano di morire di fame se gli aiuti salvavita non entreranno subito” (Save the children). “Onu: aiuti o 14mila bambini moriranno” (Il Fatto). “Allarme carestia, a Gaza 14 mila bambini a rischio morte per fame in 48 ore” (RaiNews24). La storia parte quando un alto funzionario delle Nazioni Unite dichiara alla Bbc che “14mila bambini a Gaza potrebbero morire nelle prossime 48 ore”. Anche l’emittente britannica, dove Hamas non è neanche chiamata “terrorista”, è costretta ad ammettere che l’affermazione è falsa e basata su un’interpretazione errata di un rapporto delle Nazioni Unite.

Tom Fletcher, sottosegretario delle Nazioni Unite per gli affari umanitari, dichiara nel programma “Today” della Bbc: “Ci sono 14 mila bambini che moriranno nelle prossime 48 ore se non riusciremo a raggiungerli. Voglio salvarne il maggior numero possibile nelle prossime 48 ore”. La Bbc afferma che, dopo aver chiesto chiarimenti alle Nazioni Unite risulta che le dichiarazioni si basavano su un rapporto dell’Ipcc. C’era solo un problema: il rapporto non dice nulla del genere. Prevedeva che 14.100 bambini a Gaza avrebbero potuto soffrire di malnutrizione grave tra aprile 2025 e marzo 2026, un periodo di un anno. Non due giorni. E non una morte imminente.

Il sasso in bocca non è imposto dall’esterno. E’ quello che l’Onu si mette da sola quando la realtà smentisce i suoi scenari da quadro di Bruegel. L’apocalisse è comunque servita e la copertina l’ha fornita Time: si vede il segretario Guterres immerso nell’acqua fino alle cosce sotto il titolo “Il nostro pianeta che affonda”. Si è schiantato contro l’iceberg del Palazzo di vetro. “Duecentomila morti da caldo in quattro anni in Europa”. L’ottimismo non genera titoli, non fa budget, non alimenta la colpa collettiva “14mila bambini a Gaza moriranno entro 48 ore” è la versione dei morti per il caldo applicata alla guerra contro Hamas Il sasso in bocca è quello che l’Onu si mette da sola quando la realtà smentisce i suoi scenari da quadro di Bruegel. Ieri erano il buco dell’ozono e le piogge acide; oggi la barriera corallina australiana e gli orsi polari. Stanno tutti alla grande.

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