Riprendiamo dal FOGLIO l'intervista di Giulio Meotti a Beni Sabtial titolo: "“L’Iran sta reclutando gli influencer occidentali, un segno di debolezza”. Parla Beni Sabti (ex intelligence israeliana)"

Giulio Meotti
Mohammad Mehdi Imanipour, capo dell’Organizzazione per la cultura e le relazioni islamiche, all’agenzia di stampa iraniana Tasnim ha detto che sono stati portati a Teheran quattrocento blogger e influencer stranieri per partecipare al funerale di Ali Khamenei: “Dobbiamo comunicare al mondo l’immagine corretta e autentica dell’Iran”.
Tra coloro che hanno preso parte al corteo funebre c’erano Bushra Sheikh, influencer britannica che in passato ha partecipato a un tour di propaganda in Iran; il commentatore americano Jackson Hinkle; Christopher Helali del Partito comunista americano e l’attivista Cella Walsh, già assistente della senatrice Elizabeth Warren. Le donne occidentali si sono presentate tutte rigorosamente in hijab.
Secondo Beni Sabti, uno dei massimi esperti israeliani di Iran, questo reclutamento è un segno di debolezza del regime islamico. “Quando vedi che il regime è aiutato da influencer occidentali, significa che sono disperati”, ci spiega l’ex agente dell’intelligence israeliana Sabti, nato a Teheran e oggi ricercatore presso l’Istituto per gli studi di sicurezza nazionale.
“Lavorano per il regime e devono mostrare che è forte, popolare e legittimato” ci dice Sabti. “Le stesse Cnn e Sky News quando mostrano i funerali di Khamenei fanno sembrare che ci fosse una folla oceanica, quando sappiamo che in pochi hanno partecipato alle esequie. Quando vedi che il regime è aiutato dagli occidentali significa che sono deboli e che visto che il novanta per cento della popolazione iraniana li odia ricorrono agli influencer occidentali. Ricevono sostegno dall’esterno, da occidentali naïf. Neanche i nipoti di Khomeini, gli stessi ex presidenti Rohani e Khatami, hanno partecipato ai funerali di Khamenei”.
Sabti traccia un parallelo. “L’Iran vuole fare come l’Unione sovietica che attrasse gli occidentali e come la Russia di Putin oggi”. Teheran da anni corteggia occidentali. George Galloway è volato in Iran per ritirare un premio intitolato a un leader di Hamas, Ismail Haniyeh. Ai funerali di Hassan Nasrallah, il leader di Hezbollah, hanno preso parte il blogger Mark Thomas, la “militante per la giustizia sociale” Susan Taylor, l’ex parlamentare canadese Randall Carry, la scrittrice e attivista francese Angela Martinez e la tedesca Lena Kraus, fino all’attore irlandese Tadhg Hickey. E mentre gli iraniani vedono sfumare ancora una volta la possibilità di un cambio di regime e il regime mobilita il suo popolo per il funerale di Khamenei, il segretario generale dell’Onu António Guterres si affretta a porgere condoglianze ufficiali per il “martirio” del leader iraniano. Lo rivela il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, che ha ricevuto una telefonata di Guterres.
L’ironia raggiunge vette grottesche se si ricorda che lo stesso Guterres, pochi mesi prima, proprio mentre Khamenei ordinava il massacro di migliaia di iraniani, aveva inviato calorose congratulazioni all’Iran per l’anniversario della Rivoluzione del 1979. L’11 febbraio non è una data qualunque: è l’anniversario di un colpo di stato religioso che ha sostituito lo scià con una teocrazia totalitaria, trasformando l’Iran da nazione ambiziosa in laboratorio di oscurantismo esportato con droni e missili. Eppure, dalle stanze di vetro di New York arrivano “le più calorose congratulazioni”, come se si festeggiassero i cent’anni della Costituzione americana o la liberazione di Parigi. Il segretario dell’Onu ha anche ordinato bandiere a mezz’asta per il presidente iraniano Raisi e nella sede iraniana all’Onu Guterres si è anche seduto al tavolo con le foto di Raisi e dell’allora ministro degli Esteri iraniano, Amir-Abdollahian, e firmato il libro di condoglianze. E l’unico segnale sulla repressione spaventosa in Iran nei social di Guterres risale all’11 gennaio: “Esorto le autorità iraniane a esercitare massima moderazione e ad astenersi dall’uso sproporzionato della forza”.
Intanto nelle strade di Teheran durante il funerale di Khamenei si invocava l’uccisione del giornalista ebreo americano Ben Shapiro e di Mark Dubowitz della Foundation for the Defense of democracies: “Prima o poi cadranno le vostre teste”.
Anche al tempo della fatwa contro Salman Rushdie c’erano molti occidentali che si schierarono con i taglialingue iraniani.
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