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israele.net Rassegna Stampa
07.07.2026 Dobbiamo delle scuse agli ebrei degli anni ’30: abbiamo dato per scontato che saremmo stati più lucidi di loro
Articolo di Jns

Testata: israele.net
Data: 07 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Jns
Titolo: «Dobbiamo delle scuse agli ebrei degli anni ’30: abbiamo dato per scontato che saremmo stati più lucidi di loro»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns dal titolo: "Dobbiamo delle scuse agli ebrei degli anni ’30: abbiamo dato per scontato che saremmo stati più lucidi di loro. La storia insegna che gli odiatori antisemiti esisteranno sempre, ma la vera domanda è: come mai così tanti non riescono a vedere ciò che hanno davanti agli occhi?"

Steve Rosenberg

Scrive Steve Rosenberg: Per gran parte della mia vita ho guardato agli ebrei degli anni ’30 con una domanda a cui non sono mai riuscito a rispondere in modo definitivo: perché non se ne sono accorti?

Come non hanno potuto capire ciò che stava accadendo intorno a loro?

Perché così tanti di loro hanno continuato a credere che alla fine avrebbe prevalso la ragione, che le istituzioni li avrebbero protetti, che la retorica politica non andasse presa alla lettera, che l’ondata di odio alla fine si sarebbe esaurita da sola?

Queste domande diventano sempre più difficili da porre con disinvoltura quando guardiamo onestamente al mondo di oggi.

27 giugno 2026: autoproclamate “pattuglie anti-sioniste”, in maglia nera e bandiera palestinese, marciano per le strade di Salonicco (Grecia) esattamente 95 anni dopo il pogrom antisemita che nel 1931 colpì gli ebrei di Campbell, nel quartiere di Kalamaria della stessa Salonnicco

Forse dobbiamo delle scuse agli ebrei degli anni ’30.

Forse vedevano molto più di quanto abbiamo mai voluto ammettere.

Forse capivano perfettamente cosa stava accadendo, ma si sono ritrovati intrappolati da istituzioni di cui si fidavano, da coalizioni politiche che avevano impiegato generazioni a costruire, e dalla naturale riluttanza umana a credere che le società civili possano disgregarsi così rapidamente come poi è successo.

Questa possibilità dovrebbe indurre ogni ebreo a fermarsi e riflettere.

La storia raramente si ripete uguale, ma spesso presenta analogie con una precisione inquietante.

Gli slogan cambiano. La tecnologia cambia. La politica cambia. Ma la natura umana cambia ben poco.

Ogni generazione si convince di essere più saggia di quella precedente; eppure ogni generazione alla fine scopre che il pregiudizio ha una straordinaria capacità di reinventarsi, insistendo nel contempo a presentarsi come qualcosa di completamente diverso.

L’antisemitismo odierno raramente si presenta in modo sincero. Spesso si maschera da attivismo, giustizia sociale, anticolonialismo, teoria accademica o purezza politica.

Cambia il vocabolario senza cambiare l’intento.

L’odio è sempre stato straordinariamente adattabile. Apprende il linguaggio del momento perché questo rende più facile reclutare persone che non si assocerebbero mai consapevolmente all’antisemitismo, all’odio anti-ebraico.

Ed è questo ciò che rende il momento attuale così pericoloso.

Dicembre 2023: “Harvard odia gli ebrei”. Il problema è quando dialogo e confronto diventano una scusa per ignorare comportamenti che non dovrebbero mai essere giustificati né tollerati

Ci sono candidati a cariche pubbliche che hanno fatto uso di retorica antisemita o si sono ripetutamente associati a chi la usa.

Ci sono funzionari eletti che non riescono a condannare l’antisemitismo con la stessa chiarezza che esigono su praticamente ogni altra forma di odio.

Ci sono università in cui gli studenti ebrei si chiedono sempre più spesso se possono esprimere apertamente la propria identità senza diventare bersagli.

Ci sono istituzioni che sembrano più inclini a discettare sull’antisemitismo che a contrastarlo.

Nulla di tutto questo dovrebbe sembrare normale.

Eppure uno degli aspetti più inquietanti di questo momento non è ciò che stanno facendo gli antisemiti. La storia ci insegna che gli odiatori antisemiti esisteranno sempre.

La domanda più difficile è perché così tanti ebrei continuino a far fatica a riconoscere ciò che hanno proprio davanti agli occhi.

Troppi rimangono sentimentalmente legati a movimenti politici, coalizioni ideologiche o istituzioni che sono cambiate radicalmente, mentre non sono cambiate le loro convinzioni.

La lealtà è una qualità ammirevole finché non diventa cecità.

Molti ebrei americani hanno dedicato decenni a contribuire alla creazione di istituzioni impegnate verso i diritti civili, l’istruzione, la filantropia, il progresso sociale.

Quella storia merita rispetto. Il loro contributo ha aiutato a migliorare e rafforzare la società americana in innumerevoli modi.

Il problema è che alcune di quelle stesse istituzioni non ricambiano più in modo coerente quella lealtà.

Le coalizioni evolvono. Le priorità cambiano. Emergono nuovi schemi ideologici. Le relazioni che un tempo sembravano reciproche a volte si riducono a puro interesse o scompaiono del tutto.

Prendere atto di questa realtà non è tradimento. Fingere che non stia accadendo, invece, potrebbe esserlo.

Una delle cose più difficili per qualsiasi individuo o comunità è ammettere che una strategia che un tempo funzionava, ora non funziona più.

Il successo crea abitudini. Le abitudini diventano postulati. I postulati diventano dottrina. Alla fine, le persone difendono la strategia anche molto tempo dopo che le condizioni che ne avevano determinato il successo sono scomparse.

Questa non è saggezza. È inerzia.

C’è anche una profonda differenza tra tolleranza e arrendevole acquiescenza.

L’ebraismo ha sempre valorizzato il dialogo, l’apprendimento e il confronto con persone che vedono il mondo in modo diverso. Questi valori rimangono punti di forza.

Diventano debolezza solo quando il dialogo sostituisce il giudizio o quando dialogo e confronto diventano una scusa per ignorare comportamenti che non dovrebbero mai essere giustificati né tollerati.

Mostrare buona volontà non richiede di sospendere il buon senso.

La lezione più dolorosa della storia ebraica non è semplicemente che l’antisemitismo esiste. La lezione dolorosa è quanto spesso persone intelligenti, capaci e ben intenzionate si convincono che gli evidenti segnali di allarme sono solo momentanei, esagerati o un problema altrui.

Come ogni generazione, ci diciamo che questa volta è diverso.

Niente di tutto questo vuole essere è un invito alla paura. È un invito alla chiarezza.

La storia ebraica dovrebbe infondere fiducia, resilienza e la volontà di vedere il mondo com’è, e non come vorremmo che fosse.

Il popolo ebraico è sopravvissuto perché si è adattato, ha imparato, ha ricostruito e si è rifiutato di rinunciare alla propria identità, anche quando le circostanze richiedevano un coraggio straordinario.

Se vogliamo davvero onorare gli ebrei degli anni ’30, allora dovremmo smettere di chiederci perché non siano riusciti a vedere il pericolo di allora e iniziare a chiederci se siamo disposti a vedere quello di oggi.

Dovremmo esaminare i nostri postulati con la stessa onestà che ci aspettiamo quando studiamo la storia.

Dovremmo giudicare le persone e le istituzioni in base a ciò che fanno, non solo in base a ciò che dicono di se stesse.

Forse le scuse che dobbiamo non sono per aver giudicato troppo severamente gli ebrei degli anni ’30. Forse dobbiamo delle scuse per aver dato per scontato che noi avremmo agito meglio.

La storia ha il potere di ridimensionare questo tipo di certezze.

La domanda che la comunità ebraica si trova ad affrontare oggi non è se sappiamo abbastanza del passato.

La questione è se siamo disposti a imparare dal passato, finché siamo ancora tempo a farlo.

(Da: jns.org, 26.6.26)


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