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israele.net Rassegna Stampa
06.07.2026 Le democrazie non durano perché sono perfette: durano perché sanno dibattere di se stesse e migliorarsi, senza dogmi né scomuniche
Articolo del Jerusalem Post

Testata: israele.net
Data: 06 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Jerusalem Post
Titolo: «Le democrazie non durano perché sono perfette: durano perché sanno dibattere di se stesse e migliorarsi, senza dogmi né scomuniche»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo del Jerusalem Post dal titolo: "Le democrazie non durano perché sono perfette: durano perché sanno dibattere di se stesse e migliorarsi, senza dogmi né scomuniche. Durano quando ogni generazione è convinta che valga la pena battersi per realizzare gli impegni contenuti nella Dichiarazione di Indipendenza"

 

Scrive l’editoriale del Jerusalem Post: Il 4 luglio 1776 gli Stati Uniti formularono una delle affermazioni più audaci della storia politica.

Gerusalemme, 4 luglio 2026: la Knesset (parlamento israeliano) illuminato con i colori della bandiera Usa in occasione del 250° anniversario della Dichiarazione d’Indipendenza

“Riteniamo che queste verità sono di per sé evidenti – proclamava la Dichiarazione d’Indipendenza – che tutti gli uomini sono creati uguali”.

Quella affermazione non rispecchiava la realtà del Paese che esisteva allora.

Centinaia di migliaia di persone erano ridotte in schiavitù. Le donne non potevano votare. I nativi americani erano esclusi dalla comunità politica che i padri fondatori stavano creando. Alcuni degli uomini che firmarono la Dichiarazione possedevano altri esseri umani.

Eppure quelle parole perdurarono.

Questo potrebbe essere il più grande successo dell’America dopo 250 anni.

I suoi fondatori misero per iscritto una promessa più grande di loro stessi, e consegnarono alle generazioni future un metro di giudizio con cui valutare la nazione che avevano creato.

La Dichiarazione divenne l’argomento di un dibattito che in America non è mai terminato.

Durante la Guerra Civile, Abraham Lincoln tornò a ribadire la promessa di eguaglianza. Gli abolizionisti volsero contro la schiavitù il lessico della libertà americana.

Quasi un secolo dopo, Martin Luther King definì le promesse fondative una “cambiale” non ancora onorata.

Tutti i grandi riformatori che si sono adoperati per migliorare l’America non ripudiarono quella promessa americana: reclamarono che l’America la mantenesse.

Questa distinzione è importante ancora oggi.

Gli Stati Uniti celebrano il loro 250esimo anniversario profondamente divisi sulla loro storia, identità e futuro.

Per alcuni, il patriottismo richiede una difesa acritica del Paese. Per altri, l’America si riduce a un catalogo di ingiustizie, come se il mancato raggiungimento dei suoi ideali dimostrasse che quegli ideali fossero un imbroglio fin dall’inizio.

A entrambi questi approcci sfugge qualcosa di essenziale: un Paese può essere tanto amato da poterlo giudicare, per migliorarlo.

Gli israeliani possono capirlo meglio di chiunque altro.

Tel Aviv, febbraio 2023: una riproduzione gigante della Dichiarazione di Indipendenza d’Israele portata in corteo durante una protesta contro propose di legge della coalizione di governo

La Dichiarazione d’Indipendenza di Israele conteneva promesse più grandi della realtà del Paese che la stava firmando.

Proclamava l’eguaglianza dei diritti sociali e politici, la libertà di religione e di coscienza, la fedeltà ai princìpi dei profeti di Israele. Tendeva la mano della pace agli Stati circostanti nello stesso momento in cui i loro eserciti si apprestavano a invadere il Paese.

Anche Israele ha trascorso la propria storia a dibattere su cosa comportano quelle parole.

Oggi, questo dibattito sta diventando pericolosamente difficile.

Il Paese rimane diviso sui fallimenti che hanno preceduto il 7 ottobre, sulla condotta della guerra che è costretto a combattere, sulle responsabilità dei suoi leader, sul carattere dello Stato che dovrebbe emergere da questo tormentato periodo.

Troppo spesso, questi disaccordi vengono letti come test di fedeltà.

Da un lato, le critiche al governo vengono dipinte come ostilità verso lo Stato.

Dall’altro, la difesa delle ragioni di Israele viene liquidata come cecità di fronte ai suoi fallimenti.

Coloro che muovono critiche politiche non sono visti semplicemente come persone eventualmente in errore, ma come dei corrotti: traditori o – all’opposto – fascisti.

Questo non è il modo in cui una nazione sicura di sé dovrebbe gestire i propri affari.

L’America a 250 anni d’età offre a Israele un’utile insegnamento: l’autocritica nazionale non è necessariamente un atto di rifiuto nazionale. Può essere una espressione di fedeltà nazionale.

New York, 2 marzo 2026. Sul cartello: “abolire Israele”. Molti di coloro che criticano con più forza lo stato ebraico non lo fanno perché lo vogliono migliorare, ma perché mirano alla sua delegittimazione e alla sua scomparsa

Il che non significa che ogni critica sia giustificata.

Israele sa bene che molti di coloro che lo criticano con più forza non lo fanno perché vogliono migliorare lo stato ebraico, bensì perché mirano alla sua delegittimazione e alla sua scomparsa.

Il lessico dei diritti umani viene usato in modo discriminatorio contro lo Stato ebraico da coloro che negano agli ebrei l’autodeterminazione nazionale che invece sostengono per tutti gli altri.

Ma le democrazie mature devono saper distinguere tra chi le vuole distruggere e chi reclama che migliorino se stesse.

Oggi Israele ha bisogno di tenere ben salda questa distinzione.

Il Paese dovrà fare i conti con errori e fallimenti che hanno portato al 7 ottobre, dovrà dibattere le decisioni prese durante la guerra, dovrà affrontare profonde divergenze sui poteri delle sue istituzioni e sul significato di eguaglianza in uno Stato ebraico e democratico.

Queste controversie non possono essere evitate imponendo il silenzio in nome dell’unità. Né possono essere risolte trattando lo Stato come se fosse di per sé guasto e incorreggibile.

Dopo 250 anni, in America rimane aperto il dibattito: rumoroso, contraddittorio, spesso sgradevole, certamente incompiuto.

La sua Dichiarazione non descriveva il Paese del 1776: descriveva il Paese che gli americani avrebbero impiegato i successivi due secoli e mezzo a cercare di diventare, sbagliano e riprovando.

Mentre fa gli auguri di un felice 250esimo compleanno al suo più antico e grande alleato, Israele deve anche fare tesoro da quella esperienza.

Le nazioni non durano perché sono perfette.

Durano perché ogni generazione è convinta che valga ancora la pena preservare la promessa, e che il Paese possa davvero diventare più pienamente se stesso.

(Da: Jerusalem Post, 5.7.26)


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