Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: 'Ci mancava Di Matteo: anche la toga spara a zero contro “il governo terrorista di Israele'"

A Palermo, presentando il nuovo libro di Francesca Albanese “La luce del risveglio”, il dottor Nino Di Matteo, sostituto procuratore presso la Direzione Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha pronunciato un intervento che merita di essere letto con attenzione. Non per il suo contenuto politico — su Gaza ognuno ha diritto alle proprie opinioni — ma perché solleva un problema di legittimazione istituzionale che riguarda tutti i cittadini, non solo chi su quei temi la pensa diversamente da lui.
Il dottor Di Matteo ha affermato che l’Italia “continua ad armare il governo terrorista di Israele“. Lo ha detto un magistrato in servizio, in sede pubblica, con il peso che la sua qualifica conferisce alle sue parole. È un’affermazione fattuale, non un’opinione. E i fatti la smentiscono. La Relazione governativa sull’export di armamenti, trasmessa al Parlamento il 25 marzo 2026, attesta che né nel 2024 né nel 2025 l’Italia ha autorizzato nuove licenze di esportazione verso Israele. I dati ISTAT mostrano esportazioni effettive azzerate in più mesi del 2025 e ridotte a 227.000 euro nel primo semestre 2026, esecuzione residuale di vecchi contratti gestiti caso per caso dall’UAMA. A ottobre 2025 è stata bloccata anche una licenza preesistente per munizioni da artiglieria. Nell’aprile 2026 l’Italia ha sospeso il rinnovo del Memorandum di cooperazione militare con Israele. La presidente del Consiglio ha ricordato in Senato che la posizione italiana è “più restrittiva di quella di Francia, Germania, Regno Unito”. Si può discutere se sia abbastanza restrittiva: è legittimo sostenere che non lo sia. Ma dire che l’Italia “continua ad armare Israele” significa raccontare ai cittadini qualcosa che gli atti parlamentari smentiscono. Da un magistrato ci si aspetterebbe che fosse il primo a verificare i fatti prima di pronunciarli con la sua autorevolezza.
C’è poi la questione della qualifica “governo terrorista” attribuita a Israele. Israele è membro dell’ONU dal 1949, riconosciuto dall’Italia, partner dell’Unione europea. Si possono criticare aspramente il governo Netanyahu e le operazioni militari a Gaza. Quello che non si dovrebbe fare, da magistrato italiano in servizio, è attribuire qualifiche di rilievo penale internazionale a Stati con cui l’Italia mantiene rapporti diplomatici pieni, in attesa peraltro che la Corte Internazionale di Giustizia si pronunci nel merito sul ricorso sudafricano. È esattamente quel tipo di esternazione che il D.Lgs. 109/2006, all’articolo 3, configura come potenzialmente contrastante con i doveri di riserbo e di equilibrio che il magistrato deve osservare anche fuori dalle funzioni.
Lo stesso vale per il resto dell’intervento, dove il dottor Di Matteo passa da Gaza alla denuncia della “deriva istituzionale” italiana, della legge elettorale, dell’eguaglianza disattesa, di un sistema giudiziario “forte con i deboli e timoroso con i colletti bianchi”. Sono opinioni da editorialista, non da magistrato. E un paradosso resta: se davvero la magistratura è codarda con i potenti, perché il dottor Di Matteo non porta i nomi alla sezione disciplinare invece che ai microfoni? La toga non dovrebbe essere usata come un megafono. Quando lo diventa, perde autorevolezza tutta la magistratura.