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Il Foglio Rassegna Stampa
03.07.2026 Gaza non veste Prada. Il nuovo volto della casa di moda e il suo esilio immaginario (senza Hamas)
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 03 luglio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Gaza non veste Prada. Il nuovo volto della casa di moda e il suo esilio immaginario (senza Hamas)»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Gaza non veste Prada. Il nuovo volto della casa di moda e il suo esilio immaginario (senza Hamas)"

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

Nella retorica del “Free Gaza”, pochi incarnano meglio l’ipocrisia dell’attivismo da palcoscenico quanto Bella Hadid. All’ultimo Festival del cinema di Cannes, sotto i lampi dei fotografi, Bella avanzava come una principessa orientale uscita da una fiaba. Il padre, Mohamed Hadid, miliardario dell’immobiliare californiano, viveva intanto tra ville, piscine sospese e fortune americane. Eppure, in mezzo a questo lusso, non fanno che ripetere la parola magica: “Palestina”. Non è da meno Saint Levant, al secolo Marwan Abdelhamid, cantautore, già volto di Yves Saint Laurent, idolo della gioventù che indossa la kefiah come accessorio estetico e nuovo testimonial di Prada che indossa il ciondolo della Palestina libera dal fiume al mare senza Israele.

Come le sorelle Hadid, Saint Levant ha costruito la sua narrazione artistica sul ricordo dell’hotel Deira sulla spiaggia di Gaza, progettato e gestito dal padre serbo-algerino all’inizio degli anni Duemila (la madre è franco-algerina). Un luogo di infanzia dorata, con terrazze sul Mediterraneo e clienti internazionali: il simbolo di una Gaza cosmopolita e vibrante, anche se ancora sotto le colonie israeliane. Poi arrivò il 2007 (Israele se ne era andato da due anni). Inizia la battaglia di Gaza. Hamas prende il potere buttando giù dai tetti quelli di Fatah. E la famiglia Abdelhamid, che aveva investito capitale, visione e speranze in un futuro turistico, fa le valigie.

Non a causa dell’“occupazione israeliana”, ma dell’arrivo dei terroristi. La famiglia parte per Amman e Saint Levant finirà a studiare a Santa Barbara, in California. Eppure, Saint Levant ha venduto al pubblico occidentale l’idea di un esilio palestinese e di “Free Gaza”, che suona magnifico finché Gaza è una bandiera da sventolare a Coachella o sui red carpet. Ma quando Gaza diventa concreta, governata da un regime teocratico che impicca “collaborazionisti”, reprime ogni dissenso, militarizza la società e trasforma gli hotel in basi militari, allora la famiglia sceglie l’esilio. Saint Levant canta la nostalgia di quel paradiso perduto, trasformando il Deira in una metafora di resistenza (ha dato il titolo a un suo album del 2024). Eppure, quel paradiso fu distrutto non solo dalle bombe israeliane successive, ma prima dalla scelta politica di Hamas di anteporre la jihad alla prosperità.

Saint Levant incarna il nuovo dissidente palestinese di lusso: barba curata, flow multilingue, foto in bianco e nero con il mare di Gaza sullo sfondo. Ma la sua biografia dice altro: la Gaza che rimpiange è quella pre Hamas, in cui un imprenditore poteva costruire hotel. La Gaza post 2007 è altra cosa. E la sua famiglia ha scelto di non viverci. Liberare Gaza dal controllo israeliano esterno per consegnarla a un regime interno che odia la modernità, le donne libere, gli omosessuali e gli artisti, tutte quelle belle cose per cui i marchi della moda vanno pazzi, non è liberazione e i palestinesi meritano di meglio di un ciondolo. La Palestina possiede due aristocrazie: quella delle celebrità del jet set che piangono un paese dalle terrazze di Malibu e dai gradini di Cannes, e quella dei capi di Hamas che hanno costruito il loro potere su una fortuna accumulata nei caveau mediorientali. Saint Levant ne è l’icona involontaria. Ottimo marketing, bio perfetta, ma voce un po’ stonata.

 


lettere@ilfoglio.it

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