"Genocidio" contro Israele: quando un'accusa giuridica diventa uno slogan politico
Commento di Daniele Scalise

Daniele Scalise
Prima ancora che le indagini internazionali facessero il loro corso, prima ancora che i tribunali competenti potessero esaminare prove, documenti e intenzioni, una parola aveva già conquistato le piazze, le università, i social network e perfino il linguaggio di numerosi leader politici. "Genocidio" è diventata l'etichetta automatica applicata alla guerra combattuta da Israele contro Hamas nella Striscia di Gaza, come se la questione fosse già stata definitivamente accertata. Ripetuta milioni di volte, quella parola ha finito per assumere il valore di una sentenza, mentre il suo significato giuridico veniva progressivamente sostituito dalla sua forza emotiva.
Il termine "genocidio" possiede una storia precisa e un significato estremamente rigoroso. Fu coniato dal giurista ebreo polacco Raphael Lemkin dopo la Shoah e trovò la sua definizione nella Convenzione delle Nazioni Unite del 1948. Perché si possa parlare di genocidio, il diritto internazionale richiede un elemento essenziale: l'intenzione di distruggere, totalmente o parzialmente, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale. Non basta una guerra sanguinosa. Non basta un numero elevato di vittime civili. Non basta nemmeno l'uso sproporzionato della forza, qualora fosse dimostrato. Occorre provare un intento specifico di eliminazione.
È proprio questo elemento che è rapidamente scomparso dal dibattito pubblico. La parola "genocidio" ha iniziato a circolare come sinonimo di guerra devastante, di bombardamenti intensi o di elevato numero di morti, perdendo così il significato che il diritto internazionale le attribuisce. L'accusa è stata rilanciata da attivisti, organizzazioni, esponenti politici e una parte consistente dei mezzi di informazione come se rappresentasse una constatazione ormai acquisita, quando invece costituisce una delle qualificazioni giuridiche più difficili da dimostrare.
Anche il procedimento avviato dal Sudafrica davanti alla Corte Internazionale di Giustizia è stato spesso raccontato in modo fuorviante. Molti hanno presentato la decisione della Corte come se avesse già riconosciuto l'esistenza di un genocidio. In realtà la Corte, nelle ordinanze cautelari emesse finora, non ha mai stabilito che Israele stia commettendo un genocidio. Ha semplicemente ritenuto che la questione sollevata dal Sudafrica fosse sufficientemente fondata da giustificare l'apertura del procedimento e l'adozione di alcune misure provvisorie, senza pronunciarsi sul merito delle accuse. Quel giudizio richiederà anni e un esame approfondito delle prove.
Nel frattempo, la parola aveva già prodotto i suoi effetti. Israele è stato accostato alla Germania nazista, le accuse di genocidio sono diventate uno degli slogan più ripetuti nelle manifestazioni occidentali e molti ebrei della diaspora si sono trovati identificati con un crimine che nessun tribunale internazionale ha mai accertato. Una definizione giuridica si è trasformata in un marchio morale assoluto, capace di chiudere qualsiasi discussione ancora prima che potesse cominciare.
Tutto questo non significa che ogni azione militare israeliana sia sottratta a critiche, né che eventuali violazioni del diritto internazionale umanitario debbano essere ignorate. Le guerre producono sofferenze immense e ogni possibile crimine di guerra merita di essere indagato con rigore. Proprio per questo il linguaggio dovrebbe conservare la precisione che il diritto pretende. Quando ogni guerra diventa automaticamente un genocidio, la parola perde il suo significato e finisce per banalizzare anche i genocidi realmente accertati dalla storia.
La forza di uno slogan consiste nella sua semplicità. La forza della verità risiede invece nella sua complessità. La prima conquista le piazze in poche ore. La seconda richiede tempo, prove e pazienza. Ed è proprio questo tempo che troppo spesso, nel dibattito pubblico, nessuno è più disposto ad aspettare.