Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "Vermont, il laboratorio del BDS divide l’America e isola gli ebrei"

Dalle assemblee cittadine alle scuole pubbliche, la campagna contro Israele conquista la Nuova Inghilterra e alimenta un clima sempre più difficile per le comunità ebraiche
Il Vermont evoca ancora l’immagine delle foreste che in autunno si tingono di rosso, delle fattorie immerse nel verde, dello sciroppo d’acero e di piccoli centri dove la vita sembra scorrere lontano dalle tensioni del mondo. Proprio in questa parte della Nuova Inghilterra, però, negli ultimi due anni si è sviluppata una delle iniziative politiche più incisive contro Israele negli Stati Uniti. Attraverso le tradizionali assemblee cittadine, decine di comunità locali hanno approvato mozioni ispirate al movimento BDS, mentre il confronto si è progressivamente spostato anche dentro le scuole pubbliche, alimentando il timore delle famiglie ebraiche per il clima che appare sempre più ostile.
Il fenomeno nasce da un’antica tradizione democratica del New England. Dal 1762 il Town Meeting Day, celebrato ogni anno all’inizio di marzo, consente agli abitanti di molte città del Vermont di riunirsi e votare direttamente sulle questioni di interesse pubblico. Per oltre due secoli questo sistema è stato uno degli esempi più noti di democrazia partecipativa americana. Dopo il 7 ottobre 2023, organizzazioni filo-palestinesi e gruppi progressisti hanno individuato proprio in questo modello uno strumento particolarmente efficace per promuovere iniziative contro Israele.
Comuni come Winooski, Brattleboro, Newfane, Plainfield e Thetford hanno approvato risoluzioni che si definiscono “comunità libere dall’apartheid”, invitando le amministrazioni locali a interrompere rapporti economici con aziende che intrattengono relazioni commerciali con Israele o con le Forze di difesa israeliane. Pur trattandosi nella maggior parte dei casi di deliberazioni prive di effetti giuridici vincolanti, il loro valore politico e simbolico è considerevole, perché testimonia l’ingresso del BDS nelle istituzioni civiche locali e la sua crescente legittimazione all’interno del dibattito pubblico.
La campagna Apartheid-Free Communities, sostenuta dall’American Friends Service Committee e da numerose organizzazioni progressiste, ha trovato terreno fertile in uno Stato tradizionalmente orientato a sinistra, patria politica del senatore Bernie Sanders. Gli attivisti hanno costruito un messaggio capace di collegare il conflitto mediorientale ai problemi quotidiani degli americani, sostenendo che le risorse destinate agli aiuti militari per Israele potrebbero essere impiegate per finanziare istruzione, sanità, servizi sociali o politiche ambientali.
La crescente polarizzazione ha inciso profondamente anche sulla vita delle comunità ebraiche. In molti piccoli centri della regione, famiglie israeliane ed ebree raccontano di rapporti incrinati con vicini e conoscenti dopo le accese discussioni durante le assemblee cittadine. In alcuni casi residenti israeliani hanno riferito ai media locali di essersi sentiti isolati proprio mentre i loro familiari vivevano sotto gli attacchi missilistici in Israele, senza ricevere alcun segno di solidarietà da persone con cui avevano condiviso per anni la vita della comunità.
Le preoccupazioni aumentano osservando l’evoluzione del fenomeno all’interno del sistema scolastico. Secondo i dati dell’Anti-Defamation League (ADL), dopo l’esplosione delle proteste nei campus universitari una parte dell’attivismo anti-israeliano si è progressivamente spostata verso le scuole pubbliche e gli istituti frequentati dagli studenti più giovani. In diversi Stati della Nuova Inghilterra sono cresciuti gli episodi di antisemitismo, dalle intimidazioni agli atti vandalici con svastiche fino agli insulti rivolti agli studenti ebrei. Parallelamente, alcuni sindacati degli insegnanti e associazioni educative hanno promosso materiali didattici fortemente critici nei confronti del sionismo e di Israele, alimentando un acceso dibattito sul ruolo della scuola e sulla neutralità dell’insegnamento.
Le università americane, sottoposte a un controllo crescente da parte delle autorità e dei finanziatori, hanno rafforzato in molti casi le misure di vigilanza contro episodi di discriminazione e intimidazione. Per questo motivo, secondo diversi osservatori, una parte dell’attivismo si è orientata verso ambiti dove il confronto pubblico risulta meno regolamentato, come le amministrazioni comunali e il sistema scolastico.
La risposta della comunità ebraica non si è fatta attendere. Federazioni ebraiche del New Hampshire, del Vermont e del Maine, insieme al consolato israeliano di Boston, stanno promuovendo programmi di volontariato e viaggi in Israele per offrire un contatto diretto con la realtà del Paese e contrastare stereotipi e semplificazioni. L’obiettivo è riportare il confronto sul terreno della conoscenza, convinti che l’esperienza personale possa incidere più di qualsiasi slogan.
Quello che accade oggi tra le colline del Vermont supera ormai i confini di una regione americana. Dimostra come il movimento di boicottaggio abbia affinato la propria strategia, spostando il baricentro dalle manifestazioni universitarie alle istituzioni locali e ai luoghi della formazione. È un cambiamento che merita attenzione perché contribuisce a ridefinire il modo in cui il conflitto israelo-palestinese entra nella vita quotidiana di migliaia di cittadini americani e perché, insieme alla crescita dell’antisemitismo registrata dopo il 7 ottobre, pone interrogativi sempre più urgenti sulla sicurezza e sull’integrazione delle comunità ebraiche negli Stati Uniti.