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Il Riformista Rassegna Stampa
30.06.2026 Un viaggio nel trauma e nella cura dopo il 7 ottobre: la lezione di Israele
Commento di David Gerbi

Testata: Il Riformista
Data: 30 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: David Gerbi
Titolo: «Un viaggio nel trauma e nella cura dopo il 7 ottobre: la lezione di Israele»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di David Gerbi dal titolo: "Un viaggio nel trauma e nella cura dopo il 7 ottobre: la lezione di Israele"

All’aeroporto Ben Gurion c’è una scena che porto ancora dentro di me. L’ho vissuta nei giorni immediatamente successivi al 7 ottobre 2023 e l’ho ritrovata, quasi identica, nei viaggi successivi in Israele. Ogni volta mi è sembrato di tornare nello stesso luogo, ma con uno sguardo diverso. La fila riservata ai cittadini israeliani era lunga. Erano uomini e donne che rientravano dall’estero per raggiungere le proprie famiglie o rispondere al richiamo come riservisti. Nei loro volti si leggeva un’unica urgenza: tornare a casa.

La fila dei visitatori, invece, era completamente deserta. C’ero soltanto io. Israele era quasi fermo. Molti voli erano stati cancellati. Bar e ristoranti erano chiusi. Gran parte dei negozi aveva abbassato le serrande. Restavano aperti soltanto i supermercati, le farmacie e i servizi essenziali. Le sirene interrompevano continuamente la vita quotidiana e milioni di persone avevano ormai il rifugio come nuovo punto di riferimento della propria esistenza. Quando arrivai al controllo passaporti, uno degli agenti mi guardò con sorpresa. «Per quale motivo è venuto in Israele?». Gli risposi che avevo qui mia sorella, i miei fratelli, i miei nipoti, gli zii, i cugini, gli amici e i colleghi. Lui annuì. Poi aggiunsi quasi d’istinto: «Ma soprattutto sono venuto per solidarietà. Sentivo il bisogno di essere vicino a chi stava soffrendo. È un po’ come la mitzvah del Bikur Cholim, la visita ai malati. Non potevo cambiare ciò che era accaduto. Ma potevo esserci».

L’agente rimase in silenzio. Ebbi l’impressione che stesse cercando di capire. Forse non riusciva a spiegarsi perché qualcuno scegliesse volontariamente di entrare in Israele proprio in quei giorni, mentre tanti cercavano di allontanarsene. Poi sorrise. Mi restituì il passaporto. «Benvenuto in Israele. Grazie per essere venuto». Ancora oggi, mentre scrivo queste righe, mi emoziono. In quel momento non immaginavo che quel viaggio avrebbe cambiato anche me. Pensavo di andare a portare solidarietà. Non sapevo che sarei tornato con una domanda destinata ad accompagnare il mio lavoro di psicologo e psicoanalista negli anni successivi.

Chi si prende cura di chi, ogni giorno, si prende cura del trauma degli altri? Ci sono domande che non nascono leggendo un libro. Nascono incontrando delle persone. Quel viaggio non aveva un programma scientifico. Ero partito perché sentivo che, come ebreo e come uomo, non potevo restare lontano da Israele in quei giorni. Avevo bisogno di stare vicino a mia sorella e ai miei nipoti, che vivevano ormai al ritmo delle sirene e delle corse nei rifugi. Ma avevo anche bisogno di incontrare amici e colleghi con cui, negli anni, avevo costruito rapporti profondi. Ripensandoci oggi, credo che quel viaggio sia stato una forma di Bikur Cholim rivolta non a una sola persona, ma a un intero Paese ferito. Nella tradizione ebraica visitare un malato non significa soltanto offrirgli aiuto. Significa dirgli, con la propria presenza: «Non sei solo».

La presenza non elimina il dolore. Non cancella il trauma. Ma impedisce che la sofferenza si trasformi in abbandono. Forse è proprio questa la prima forma della cura. Nei giorni trascorsi in Israele mi resi conto che il trauma non rimane confinato nelle persone direttamente colpite. Si diffonde come un’onda. Attraversa le famiglie, entra nelle scuole, negli ospedali, nelle comunità e perfino negli studi degli psicologi. Nessuno rimane davvero fuori. Fu allora che sentii il bisogno di incontrare alcuni colleghi della New Israeli Jungian Association, con i quali collaboravo da tempo. Pensavo di parlare con loro del trauma dei pazienti. Non immaginavo che mi avrebbero aiutato a comprendere qualcosa di ancora più profondo. Mi resi conto quasi subito che il vero cambiamento prodotto dal 7 ottobre non riguardava soltanto chi aveva subìto direttamente il massacro, chi aveva perso un familiare, chi era stato evacuato o chi viveva con l’angoscia degli ostaggi. Era cambiata anche la posizione di chi quel dolore era chiamato ad ascoltarlo ogni giorno.

Tra le persone che più mi aiutarono a comprendere ciò che stava accadendo vi fu Iris Meroz, allora presidente della New Israeli Jungian Association. Le nostre conversazioni non erano semplici aggiornamenti professionali. Erano il racconto di una realtà che cambiava sotto i loro occhi. Mi spiegava quanto fosse difficile continuare ad aiutare persone profondamente traumatizzate mentre anche loro, gli psicoterapeuti, vivevano la stessa guerra. Terminavano una seduta e, poco dopo, correvano nei rifugi insieme ai propri figli. Ascoltavano il dolore delle famiglie dei sopravvissuti, degli ostaggi e degli sfollati e, uscendo dallo studio, ritrovavano la stessa tensione nella propria vita quotidiana. Compresi allora che il confine tra terapeuta e paziente si era improvvisamente assottigliato. Per la prima volta mi trovavo davanti a professionisti che condividevano lo stesso scenario traumatico delle persone che cercavano di aiutare.

Questa intuizione mi spinse a intervistare gli psicoanalisti junghiani Moshe Alon e Lidar Shani. Le loro risposte mi colpirono profondamente. Mi spiegarono che nei primi giorni dopo una tragedia di quelle dimensioni non si può ancora parlare di psicoterapia nel senso tradizionale del termine. Prima viene una sorta di pronto soccorso psicologico. Occorre impedire che il trauma si cristallizzi. Bisogna aiutare le persone a piangere, a raccontare, a ripetere la propria storia, a dare un nome all’indicibile. Ricordo una risposta che non ho più dimenticato. Se una persona diceva: «Non riesco più a dormire», loro non rispondevano: «Lei soffre di un disturbo». Rispondevano: «È normale che lei non riesca a dormire dopo quello che ha vissuto». In quella frase era racchiusa una lezione fondamentale. Prima della diagnosi viene il riconoscimento. Prima della tecnica viene la relazione. Prima dell’interpretazione viene l’umanità. Fu allora che iniziai a capire che stavo imparando qualcosa che andava oltre la psicologia del trauma. Stavo imparando un modo diverso di intendere la cura.

Quell’esperienza non poteva rimanere soltanto in Israele. Sentivo il bisogno di costruire un ponte con l’Italia. Non un ponte politico, ma umano, culturale e professionale. Per questo, dopo la proposta di Moshe Alon, iniziai a lavorare affinché alcuni colleghi israeliani potessero venire in Italia a raccontare la loro esperienza. Non volevo organizzare un dibattito sulla guerra. Volevo creare uno spazio di ascolto. Ero convinto che la psicologia dovesse conservare la capacità di accogliere il dolore prima ancora di interpretarlo. Tra le persone che mi aiutarono in questo progetto vi fu ancora una volta Iris Meroz. Lavorammo insieme all’organizzazione di un convegno dedicato al trauma individuale e collettivo seguito al 7 ottobre. Per coordinarlo affrontai diversi viaggi, a mie spese, tra Roma e Tel Aviv, dopo essere stato incaricato dal presidente dell’associazione di seguirne l’organizzazione. Tutto era pronto. I colleghi israeliani avevano dato la loro disponibilità, il programma era stato definito e il viaggio era stato organizzato. Poi arrivò la cancellazione. Ricordo ancora il senso di smarrimento che provai.

L’Associazione Italiana di Psicologia Analitica (AIPA), nella quale mi ero formato e che aveva inizialmente invitato i colleghi israeliani, era stata fondata da due psicoanalisti ebrei. Proprio per questo mi risultò ancora più difficile comprendere quanto stava accadendo. Mi fu spiegato che la presenza di relatori israeliani avrebbe provocato forti tensioni interne e il rischio che alcuni colleghi lasciassero l’associazione. Ebbi l’impressione che il clima segnato dall’antisemitismo e dall’antisionismo avesse finito per rendere impossibile persino un incontro dedicato al trauma. Naturalmente ciascuno può leggere quella vicenda in modo diverso. Io la vissi come il segno di un tempo nel quale anche parlare delle conseguenze psicologiche del 7 ottobre era diventato difficile. Non si trattava di discutere strategie militari o decisioni dei governi, ma di riflettere sul trauma di migliaia di persone.

Fu allora che compresi una cosa che, da psicologo, considero fondamentale. Esiste una seconda ferita. La prima è il trauma. La seconda è la negazione del trauma. Quando una persona che soffre sente che il proprio dolore viene minimizzato, relativizzato o trasformato immediatamente in una disputa ideologica, sperimenta una nuova forma di solitudine. Per questo decisi di non restare in silenzio. Sono nato in Libia, in un Paese dove il silenzio era spesso una forma di sopravvivenza. Da bambino avevo imparato che alcune parole potevano diventare pericolose. Vivendo oggi in Italia, ho sentito invece il dovere di parlare. Non per alimentare una polemica, ma perché ritenevo che impedire un confronto sul trauma significasse infliggere un’ulteriore ferita proprio a chi quel trauma lo stava vivendo. Qualche mese dopo quel progetto trovò finalmente una nuova casa. La Fondazione Luigi Einaudi accolse la proposta di organizzare a Roma il convegno “Dal 7 ottobre 2023 ad oggi. La civiltà violata – Trauma e guarigione”. Fu un momento che vissi come una ripartenza. Quel convegno fu possibile grazie alla Fondazione Luigi Einaudi, al suo presidente Giuseppe Benedetto e al sostegno del presidente del LIRPA, Antonio Grassi, che in quel momento di grande difficoltà condivisero e sostennero questo progetto.

Iris Meroz partecipò online insieme a Gadi Maoz, mentre l’attuale presidente della New Israeli Jungian Association, Yoram Inspector, portò il proprio contributo clinico. Partecipò anche il presidente dell’IAAP, conferendo all’incontro un’importante dimensione internazionale. La collega Ora Cuperman affiancò alla riflessione psicologica le sue opere artistiche, mostrando come anche la creatività possa diventare uno spazio di trasformazione del dolore.  Nel corso della giornata tornammo più volte sullo stesso punto. Il trauma non può essere curato se prima non viene riconosciuto. Negarlo significa renderne più difficile l’elaborazione.

Ripensando oggi a tutto quel percorso, mi ha colpito leggere un recente articolo del Jerusalem Post dedicato ai terapeuti del Centro di Resilienza di Sha’ar HaNegev. Dopo oltre due anni di lavoro con sopravvissuti, ostaggi liberati, famiglie in lutto, bambini traumatizzati e comunità evacuate, quei professionisti erano stati invitati a trascorrere alcuni giorni insieme sulle rive del Mediterraneo. Non era una vacanza. Era una forma di cura. L’articolo raccontava come, per la prima volta dopo anni, molti terapeuti avessero avuto la sensazione di poter deporre il peso che portavano dentro e di sentirsi finalmente parte di una comunità. Leggendo quelle pagine ho ritrovato, quasi confermata, la stessa intuizione nata parlando con Iris Meroz subito dopo il 7 ottobre. Anche chi cura ha bisogno di essere curato. Da psicoanalista junghiano ho ripensato ancora una volta a Jung. Nessun contenitore può continuare ad accogliere all’infinito senza essere, a sua volta, rigenerato.

Anche il terapeuta ha bisogno di un luogo dove poter deporre il peso delle storie che ascolta ogni giorno. Forse è questo il significato più profondo della comunità professionale. Non soltanto un luogo dove confrontare idee. Ma uno spazio dove anche chi ascolta può sentirsi ascoltato. Ripensando a questi tre anni, mi accorgo di essere partito per Israele pensando di portare solidarietà. Sono tornato con molto di più. Ho imparato che la cura comincia dal riconoscimento. Che la presenza precede ogni interpretazione. Che nessuna tecnica può sostituire una relazione autentica. E ho imparato anche che esiste una responsabilità della testimonianza. Per questo ho continuato a tornare in Israele. Per questo ho continuato a scrivere. Per questo ho cercato di costruire un dialogo tra Israele e l’Italia. Non per convincere qualcuno. Ma per raccontare ciò che avevo visto.

Ogni volta che torno all’aeroporto Ben Gurion ripenso a quel funzionario del controllo passaporti. Rivedo il suo sorriso. Riascolto quelle poche parole. «Benvenuto in Israele. Grazie per essere venuto». Allora pensavo che stesse semplicemente accogliendo un viaggiatore. Oggi credo di averne compreso il significato più profondo. Non mi stava ringraziando per un viaggio. Mi stava ringraziando per una presenza. Quando ripartii da Israele, all’aeroporto Ben Gurion, durante il controllo di sicurezza, dissi all’agente, una giovane donna, che non avevo mai visto il Paese così: le strade quasi deserte, tanti negozi chiusi, il silenzio interrotto soltanto dal suono delle sirene. Mi guardò e mi rispose con una frase che non ho più dimenticato: «Israele è in depressione». Quelle parole mi fecero comprendere quanto il trauma non riguardasse soltanto le vittime dirette del 7 ottobre, ma avesse attraversato l’intero Paese.

Ripensando a tutto questo, mi accorgo che il Bikur Cholimnon riguarda soltanto la visita a una persona malata. Può diventare un modo di stare nel mondo. Significa scegliere di esserci quando sarebbe più facile allontanarsi. Significa non lasciare solo chi soffre. È forse questa la lezione più grande che Israele mi ha consegnato dopo il 7 ottobre. Sono partito pensando di poter offrire qualcosa. Sono tornato profondamente trasformato. Quel giorno, senza accorgermene, Israele è entrato un po’ più dentro di me.

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