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Setteottobre Rassegna Stampa
27.06.2026 In America il pozzo di risentimento verso Israele si fa profondo: ci attingono sia Vance sia la sinistra radicale
Commento di Paola Peduzzi

Testata: Setteottobre
Data: 27 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Paola Peduzzi
Titolo: «In America il pozzo di risentimento verso Israele si fa profondo: ci attingono sia Vance sia la sinistra radicale»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 27/06/2026, l'analisi di Paola Peduzzi dal titolo: "In America il pozzo di risentimento verso Israele si fa profondo: ci attingono sia Vance sia la sinistra radicale"

Immagine di In America il pozzo di risentimento verso Israele si fa profondo: ci attingono sia Vance sia la sinistra radicale

J. D. Vance ha deciso di trasformare il fardello del memorandum d’intesa con l’Iran nel suo bottino elettorale, la zucca diventa carrozza grazie all’arte manipolatoria, che non difetta al vicepresidente americano, che permette di trattare un documento provvisorio e deficitario come un accordo di pace storico, e naturalmente di scambiare i nemici per alleati, e viceversa. A farne le spese è Israele, il “partner minore” di un’alleanza di cui dovrebbe essere soltanto grato perché al mondo non gli resta nessuno se non l’America, ha detto più volte Vance, nelle interviste che rilascia ciarliero da quando è tornato all’inizio della settimana dalla Svizzera. Tutti pensavano che il fardello avrebbe affossato Vance, e molti sottolineavano la furbizia – e anche la coerenza – di Marco Rubio, il segretario di stato che raddrizza il ramo storto che è questo accordo con il regime iraniano, mentre si contendono il cuore di Donald Trump, il presidente che vorrebbe essere eterno ma che intanto mette i due l’uno a confronto con l’altro e a chiunque chiede: chi è meglio, J. D. o Marco? Invece Vance ha trovato la bacchetta magica, l’ha scovata in quell’onda che monta tra gli americani contro Israele.

Julia Ioffe, attenta e informata analista della politica estera americana e dei suoi apparati, ha spiegato nella sua rubrica settimanale su Puck che Vance vuole ricompattare attorno a sé la base Maga che si è sentita tradita dalla guerra contro l’Iran – perché Trump aveva promesso che avrebbe messo fine alle guerre e si sarebbe occupato soltanto dell’America, intesa in senso allargato: l’emisfero occidentale – e che ha visto nel rassicurante slogan “America first” un’eccezione: Israele, appunto. “Vance non crede a niente”, dice un senatore repubblicano a Ioffe, ed è per questo che è passato con estrema naturalezza dalla strenua difesa di Israele alla sua condanna – la pace può essere compromessa solo da Israele, non dall’Iran, che pure ogni giorno la scalfisce un po’ – in modo da “sintonizzarsi con il pozzo profondo di risentimento e sospetto nei confronti di Israele – scrive Ioffe – che prima era soltanto marginale e ora è mainstream”.

E’ in corso un cambiamento epocale nel rapporto tra America e Israele: a destra, come dimostra il posizionamento di Vance, che ha certo ragioni elettorali e di carriera ma che smantella un tabù che era stato a lungo anche dello stesso Vance; e a sinistra, come dimostra la vittoria a New York dei “candidati di Mamdami”, il gruppo di democratici socialisti giovani, multiculturali, cool e anti Israele sostenuti dal sindaco della città. Si tratta di tre candidati, ma costituiscono già una preoccupazione per l’establishment del Partito democratico che fatica a trovare una formula moderata da opporre al trumpismo e soprattutto costituiscono una convergenza con i Maga e il loro pozzo profondo di risentimento nei confronti di Israele – con dichiarazioni che vanno ben oltre Vance, ma che mettono in discussione il diritto stesso di Israele a esistere. C’è chi la chiama già la “grande convergenza” nell’ostilità nei confronti di Israele, ma ci sono anche altri punti di saldatura, nel protezionismo per esempio, o nell’insofferenza nei confronti della Nato o nel realismo accomodante verso Vladimir Putin. 

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