Riprendiamo dal FOGLIO l'intervista di Fiammetta Martegani a Benjamin Birely dal titolo: "'Dottorando in genocidio'. Così dopo le minacce, lo studente Benjamin Birely lascia l'Orientale di Napoli e torna in Israele"

Tel Aviv. "Tutta questa vicenda è un'immensa occasione mancata. Specie in una sede come l'Orientale, fondata proprio sull'idea della promozione del dialogo tra lingue e culture diverse. Il confronto con uno studente israeliano come Benjamin Birely, peraltro molto critico nei confronti del suo stesso governo, poteva essere un'ottima opportunità per comprendere la complessità del medio oriente, uno dei principali soggetti di studio nel nostro ateneo. Invece, Birely è stato ostracizzato ed emarginato. Per questo la sua scelta, del tutto comprensibile, di concludere gli studi in Israele, risulta una grande perdita. Non solo per la nostra Università, ma per l'intera accademia italiana". Lo racconta al Foglio Roberto Tottoli, Rettore dell'Orientale di Napoli.
Nato negli Stati Uniti nel 1990 e immigrato in Israele nel 2010, Benjamin Birely raggiunge Napoli nel 2024, per svolgere il proprio dottorato presso il dipartimento di Asia Africa e Mediterraneo. Parallelamente al progetto di ricerca, sviluppa HolyLandSpeaks: contenuti online dedicati al conflitto mediorientale, in cui sostiene costantemente la promozione della pace e della coesistenza tra israeliani e palestinesi. Ciò nonostante, nel 2025 cominciano attacchi mirati da parte di colleghi del campus. La situazione raggiunge il limite quando lo scorso 7 aprile Vincenzo Fullone – attivista pro pal che nel 2025 ha preso parte alla Sumud Flotilla – pubblica un video in cui definisce Birely un "soldato senza divisa" inviato dal governo israeliano per influenzare il dibattito sul conflitto, scatenando una campagna virale contro di lui, incitata principalmente dal gruppo studentesco Link Orientale, il sindacato dell'ateneo che lo definisce un "dottorando in genocidio", generando una spirale di incitazione all'odio che arriva a minacciare la sua stessa incolumità fisica. Da qui la necessità, da parte di Birely, di continuare gli studi in Israele, in modalità remota.
Una scelta sofferta, come ci racconta: "Non presto alcun servizio nell'Idf. Sono solo un dottorando giunto a Napoli con tutte le intenzioni di rimanerci il tempo necessario per completare il mio progetto di ricerca. Non avrei mai avuto alcuna intenzione di lasciare Napoli che amo, come i napoletani, e che per molti versi mi ricordano il caos e la voglia di vivere di Israele e degli israeliani. Tuttavia, il silenzio e l'inerzia da parte dell'ateneo non mi hanno lasciato altra scelta che andarmene, per proteggere la mia sicurezza personale a causa del continuo incantamento all'odio e delle minacce".
Nessuno, ci spiega, nel campus – a parte alcuni studenti iraniani che Birely ha conosciuto a Napoli – si è speso per cercare di proteggerlo da ripetuti attacchi di matrice antisemita, tantomeno i docenti dell'ateneo e lo stesso rettore, con cui l'unica corrispondenza, da aprile, è avvenuta solo per vie legali. Da questa corrispondenza risulta che, per quanto l'Università ritiene plausibile che lo studente rimanga all'estero per ragioni di sicurezza, nessuno degli organi competenti sembra disposto ad assumersi formalmente la responsabilità di autorizzare una missione di ricerca stabile in un "paese in guerra". Secondo quanto riportato dai suoi stessi tutor – i professori Domenico Agostini e Gian Pietro Basello – Birely ha lasciato Napoli a causa di una situazione definita "estremamente pericolosa" e affermano di essersi ripetutamente attivati presso gli uffici competenti per trovare una soluzione che, tuttavia, verrà stabilita solo dal collegio docenti, quando la questione sarà sottoposta al voto, il 2 luglio.
Fino ad allora Birely si trova in un limbo accademico e, a oggi, afferma di non aver ancora ricevuto indicazioni concrete sul modo in cui potrà continuare il dottorato: "Mi sento completamente abbandonato dall'intero sistema accademico. Il silenzio e l'inerzia dell'Università sono stati, per me, devastanti".
Il rettore ha sottolineato al Foglio di stare facendo tutto il possibile perché Birely possa al più presto proseguire il suo percorso di studi, e non nasconde lo sconforto di fronte a ciò che, dal suo punto di vista, rappresenta una crisi nel sistema universitario, non solo italiano: "Si tratta di un veleno accademico di natura post coloniale in cui tutto viene ridotto a un sistema binario dove, di sovente, chi si schiera nei confronti della drammatica questione palestinese si dimentica completamente delle decine di migliaia di civili iraniani uccisi dal regime. In questa logica dicotomica – che spesso si sovrappone anche ad antichi pregiudizi di stampo antisemita, che stravolgono la specificità della storia del sionismo, viene del tutto rimossa la complessità della regione mediorientale e dei loro popoli. Strumentalizzati, invece, da politici privi di ideologie, che si appellano a slogan vuoti che, tuttavia, hanno avuto enormi ripercussioni su diversi livelli delle istituzioni italiane. Inclusi gli atenei".
Per inviare al Foglio la propria opinione, telefonare: 06/5890901, oppure cliccare sulla e-mail sottostante