Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE l'analisi di Lodovico Festa dal titolo: "USA in Medio Oriente e l’assenza di pensiero strategico"

Ora Erdogan diventa il nuovo punto di riferimento
La pur pasticciata riapertura dello Stretto di Hormuz ha dato un po’ di respiro ai mercati globali, ma lascia irrisolto il nodo principale che ha reso necessario l’intervento militare americano-israeliano contro l’Iran, cioè l’impegno del regime degli ayatollah in una jihad, una guerra santa, che ha come primo obiettivo, oltre alla lotta al proprio stesso popolo, la distruzione dello Stato ebraico.
Se è comprensibile che Israele abbia risposto all’esigenza di evitare un nuovo Olocausto al popolo ebraico in modo innanzi tutto militare, è invece preoccupante che l’amministrazione Trump non sia stata in grado di impegnarsi in un’iniziativa con prospettive strategiche e che quindi abbia accompagnato, pur con meritevoli operazioni belliche, un’azione concentrata essenzialmente sull’attenzione ai problemi della politica interna americana e agli immediati interessi degli Stati Uniti, il tutto accompagnato soltanto dalla retorica, con una propaganda peraltro sempre meno efficace.
Certamente Washington ha fatto bene a cercare e trovare sponde positive in Cina per frenare Teheran, e a utilizzare i suoi buoni rapporti con Ankara e Islamabad per apprestare utili mediatori in grado di intervenire immediatamente nelle crisi che si erano aperte.
La mancanza, però, di un pensiero strategico nelle mosse americane ha lasciato grande spazio a Pechino per utilizzare Teheran secondo i propri interessi strategici, non solo per condizionare l’Occidente ma anche per contenere l’India. E corrispondentemente ha consentito a Recep Erdogan di accompagnare le sue opportune mediazioni in Medio Oriente con una propaganda contro Israele che, se non corretta, inevitabilmente in tempi non lunghi produrrà nuovi scenari di guerra.
In questi mesi Washington ha avuto la possibilità di costruire un rapporto con l’Arabia Saudita e quindi con gli Stati del Golfo Arabico che consolidasse il Patto di Abramo impostato sotto la prima amministrazione Trump, innanzi tutto da Mike Pompeo, e aveva le condizioni per dare un ruolo alla pur evanescente Unione europea che potesse affiancare l’iniziativa americana. Ma non è stata in grado di sfruttare seriamente le chance che le si presentavano.
La scarsa intelligenza politica della Casa Bianca ha preferito privilegiare il rapporto con il Qatar rispetto a quello con Riyad, ha preferito polemizzare con gli Stati europei, comprensibilmente preoccupati dalla destabilizzazione derivante dalla chiusura dello Stretto di Hormuz, invece che cercare un rapporto costruttivo con Bruxelles.
Così sono andate le cose fino adesso. C’è comunque lo spazio per rimediare ai guai combinati nelle ultime settimane, soprattutto se i maggiori Stati dell’Unione europea saranno in grado di prendere un’iniziativa verso gli Stati della Penisola arabica che, pur non contrapponendosi agli Stati Uniti, sia in grado di rimediare ai deficit strategici dimostrati da Washington.