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Shalom Rassegna Stampa
25.06.2026 Silenced No More: rompere il silenzio sulle violenze del 7 ottobre
Cronaca di Nicole Nahum

Testata: Shalom
Data: 25 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Nicole Nahum
Titolo: «Silenced No More: rompere il silenzio sulle violenze del 7 ottobre»

Riprendiamo da SHALOM la cronaca di Nicole Nahum dal titolo: "Silenced No More: rompere il silenzio sulle violenze del 7 ottobre"

Non un semplice convegno commemorativo, ma un’occasione di ascolto, approfondimento e assunzione di responsabilità. Questo il filo conduttore di “Silenced No More – Sexual Terror Unveiled”, il webinar internazionale promosso da ADEI WIZO, l’Associazione Donne Ebree d’Italia, e nato dal lavoro della Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas against Women and Children, tenutosi il 23 giugno 2026.
L’incontro ha avuto come oggetto le violenze sessuali perpetrate durante l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e nel corso della prigionia degli ostaggi, con l’obiettivo di fare luce su crimini spesso rimasti ai margini del dibattito pubblico internazionale. Ad aprire il webinar è stata la presidente nazionale di ADEI WIZO, Susanna Sciaky, che ha sottolineato come “quando la violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra e di terrore, il silenzio non è mai neutrale”.
Tra gli interventi più significativi quello dell’avvocata Vardit Avidan, esperta di violenza di genere e membro del progetto di ricerca R.A.I.A., che ha spiegato le difficoltà nel documentare questi crimini in un contesto terroristico, “dove spesso le prove vengono distrutte e le vittime non sono in grado di testimoniare”. Da qui la necessità di formare soccorritori e investigatori a riconoscere anche gli indizi indiretti di possibili abusi e di invertire l’onere della prova: non sono le donne a dover dimostrare continuamente quanto subito, ma sono i responsabili che devono rispondere delle accuse.
Particolarmente intensa la testimonianza di Baruch Niddam, direttore generale di ZAKA, l’organizzazione israeliana impegnata nel recupero e nell’identificazione delle vittime. Niddam ha ricordato le ore successive all’attacco e il lungo lavoro svolto sul terreno. “Molti corpi erano completamente bruciati e spesso l’identificazione è stata possibile solo attraverso il DNA”, ha raccontato, descrivendo un’attività resa particolarmente complessa dalle condizioni delle salme e dall’impatto emotivo sugli operatori.
Sul piano giuridico è intervenuta in video Cochav Elkayam-Levy, fondatrice della Commissione civile sui crimini del 7 ottobre. Secondo la giurista, la comunità internazionale non ha reagito con la rapidità necessaria. “La legge internazionale ha fallito”, ha dichiarato, sostenendo che i meccanismi di tutela dei diritti umani non abbiano saputo riconoscere tempestivamente la gravità di quanto accaduto.
A offrire una lettura più ampia del fenomeno sono state poi la psicologa sociale Elisabetta Camussi e la statistica Linda Laura Sabbadini. La prima ha ricordato che la violenza sessuale rappresenta una violazione dei diritti umani e ha richiamato l’attenzione sulle conseguenze del trauma, che possono trasmettersi anche tra le diverse generazioni. Sabbadini ha, invece, collocato gli eventi del 7 ottobre all’interno di una lunga storia di violenze contro le donne nei conflitti armati, ribadendo come il corpo femminile sia stato troppo spesso utilizzato come terreno di guerra e strumento di umiliazione collettiva.
“Il 7 ottobre le donne sono state colpite due volte: prima come donne e poi come ebree. Quando la violenza sessuale viene prima contestualizzata politicamente e solo dopo riconosciuta come violenza, si produce una seconda forma di aggressione: la negazione”. Su questo tema si è soffermata anche Anna Paola Concia, già parlamentare della Repubblica, con una forte critica al femminismo intersezionale dell’Occidente, accusato di aver reagito in modo insufficiente ai racconti relativi alle violenze di Hamas.
Resta dunque aperto un interrogativo: perché parte della comunità internazionale non ha reagito a queste denunce di violenza sessuale? Perché il 7 ottobre è stato al centro della discussione, ma il messaggio che i relatori hanno cercato di trasmettere guarda oltre quella data: quando la violenza sessuale viene utilizzata come arma di guerra, il primo passo verso la giustizia è rompere il silenzio.


redazione@shalom.it

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