Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: "Prima istiga al boicottaggio contro Israele, poi si fa arruolare da Lavazza: la parabola del pro-Pal Raffaele Giuliani"

Il 22 maggio, ospite a Otto e Mezzo, il divulgatore Raffaele Giuliani (24 anni, laurea in Filosofia, oltre 600mila follower su TikTok) ha parlato a lungo del conflitto israelo-palestinese senza contraddittorio. Il 9 giugno, 18 giorni dopo, è stato annunciato il suo ingaggio come moderatore di Basement Café Society, il nuovo format prodotto da Lavazza. Fra una data e l’altra, Giuliani ha pronunciato affermazioni che, separate dal pathos televisivo, meritano di essere esaminate.
Prima questione: ha identificato ripetutamente il sionismocon la politica del governo Netanyahu. Errore netto e comodo. Il sionismo è un movimento nato a Basilea nel 1897 con il Congresso di Herzl, e si è declinato in correnti opposte: il laburismo di Ben Gurion e Rabin (quest’ultimo ucciso nel 1995 per aver firmato Oslo); il sionismo culturale di Ahad Ha’am, contrario fin dagli esordi all’idea di uno Stato; il revisionismo di Jabotinsky, da cui discende il Likud; il sionismo religioso, plurale a sua volta, che annovera tanto i messianici di Smotrich quanto i Rabbis for Human Rights. Equiparare “sionismo” a “Netanyahu” cancella le migliaia di sionisti che si oppongono al governo in carica. Un laureato in filosofia dovrebbe saperlo.
Seconda questione. Per disinnescare l’accusa di antisemitismo, Giuliani ha rispolverato il vecchio argomento secondo cui anche i palestinesi sono semiti, quindi l’antisemitismo non potrebbe riguardarli. Argomento falso. Antisemitismo è un neologismo coniato nel 1879 da Wilhelm Marr per designare l’odio razziale verso gli ebrei: non è etimologia delle lingue semitiche, è un termine politico con un referente storico definito. Usare l’origine del nome per neutralizzarne il significato è una etymological fallacy: a uno studente di filosofia costerebbe la sufficienza.
Terza questione. Giuliani parla di un genocidio a Gaza come di un fatto accertato. Finché un organismo sovranazionale riconosciuto — la Corte Internazionale di Giustizia, le Nazioni Unite — non pronuncia un giudizio conclusivo, quel termine non è una constatazione: è una tesi. Usarlo nel registro dichiarativo davanti a un pubblico che lo riceve come informazione non è coraggio civile, è cattiva divulgazione. E quando il genocidio viene imputato a “israeliani e sionisti”, categorie che comprendono milioni di persone con opinioni opposte, si esercita una responsabilità collettiva che la working definition dell’IHRA segnala come confine oltre il quale la critica scivola in altro. Non a caso, Giuliani ha definito il ddl antisemitismo “una porcheria”.
Resta un’ultima questione, e riguarda Giuliani personalmente. Auspicare in diretta una “forma estesa di boicottaggio” del commercio italiano con Israele significa assumere una posizione netta: chi commercia con Israele è complice. 18 giorni dopo, lo stesso Giuliani firma un contratto come moderatore di un format prodotto da una multinazionale italiana che opera sul mercato israeliano del caffè e che figura da anni nelle liste di boicottaggio di BDS Italia. O si pensa che il commercio con Israele vada boicottato, e allora si rinuncia all’incarico; o si accetta il format, e allora la chiamata al boicottaggio era retorica gratuita. Il cortocircuito non è di Lavazza. È di Giuliani, che si è candidato a coscienza critica di una generazione e non si è accorto del paradosso. O se ne è accorto, e ha deciso che si poteva chiudere comunque.
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