Non ci sono dubbi: un accordo di pace con Teheran rappresenta un duro colpo per la sicurezza ebraica in tutto il mondo
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/make-no-mistake-a-peace-deal-with-tehran-is-a-blow-to-jewish-security-worldwide

Ben Cohen
Sembrava così vicino. Così insperatamente, incredibilmente vicino. La fine del regime iraniano, però, dovrà attendere un altro giorno e forse un altro presidente in un futuro lontano. Nell'ultimo anno, gli Stati Uniti e Israele hanno inflitto al regime di Teheran danni militari e nucleari ben superiori a quelli che si sarebbero mai potuti immaginare nei quasi cinquant'anni di esistenza della Repubblica islamica. Quando la Guida Suprema, l'Ayatollah Ali Khamenei, fu eliminata il 28 febbraio, il primo giorno di guerra, sembrava più sì che no, che il regime non sarebbe più esistito per celebrare il suo cinquantesimo anniversario nel 2029. Ma, se il Memorandum d'intesa tra il presidente statunitense Donald Trump e i leader iraniani dovesse concretizzarsi, l’orologio del tempo sarebbe tornato indietro . Secondo alcune stime, si tratta di un passo retroattivo di 10 anni, che ripristinerebbe molte delle clausole del fatalmente insanabile accordo sul nucleare del 2015, elaborato dall'amministrazione Obama e dal quale Trump si ritirò tre anni dopo. Tale accordo consentiva inoltre all'Iran di dichiarare che non avrebbe mai perseguito la costruzione di un'arma nucleare, fornendogli in realtà i mezzi per farlo. Considerata la quantità di spazio che senza dubbio verrà dedicata alla critica delle disposizioni del Memorandum d'intesa con l'Iran, il mio scopo qui non è quello di scoprire l’acqua calda, ma di evidenziare una minaccia più profonda e persistente che il Memorandum d'intesa non affronta, né può affrontare. È ovvio che, consentendo al regime di sopravvivere e potenzialmente ricostruirsi, l'accordo rappresenta un duro colpo soprattutto per il popolo iraniano, che a gennaio si è sollevato ancora una volta contro il vile regime che lo governa, e per il popolo di Israele, che continua a dover affrontare i gruppi terroristici affiliati all'Iran, oltre al regime stesso. Bisogna però anche dire che il protocollo d'intesa rappresenta un duro colpo per il popolo ebraico nel suo complesso. Può essere infatti ricondotta a Teheran gran parte della violenza, degli abusi, delle discriminazioni e dell'insicurezza che ha colpito gli ebrei in tutto il mondo da quando Hamas, il gruppo sostenuto dall'Iran, ha perpetrato il pogrom del 7 ottobre 2023 nel sud di Israele. In quasi tutti i continenti – in Europa, Nord America, Australia e altri territori – l'Iran ha sponsorizzato attacchi terroristici contro obiettivi ebraici. Questo fa parte di uno schema consolidato da tempo, il cui esempio più noto è l'attentato al centro ebraico AMIA di Buenos Aires nel 1994, in cui persero la vita 85 persone e oltre 300 rimasero ferite. Nessun membro iraniano o di Hezbollah è mai stato processato per questa atrocità, mentre il regime ha sponsorizzato ulteriori attacchi contro ebrei in territorio straniero nei decenni successivi, tra cui un attentato del 2012 contro turisti israeliani nella località bulgara di Burgas e diversi tentativi di compiere simili atrocità dalla Georgia al Perù, dall'India a Cipro.
C’è un’importante valenza politica in questo terrore. Come la Germania nazista, e l'Unione Sovietica prima di essa, le operazioni di propaganda della Repubblica islamica hanno incluso il valore dell'antisemitismo – sempre “un dormiglione dal sonno leggero”, per usare le inimitabili parole del compianto intellettuale Conor Cruise O'Brien – per raggiungere il pubblico straniero in quei Paesi (e si tratta della maggior parte) in cui la storia dell’inquietudine antiebraica resta ancora profondamente radicata nella cultura nazionale. Inoltre, come per i nazisti e i sovietici, l'antisemitismo è sempre stato un pilastro centrale dell'ideologia del regime, incentrata su Israele ma che attinge a temi più antichi, in particolare l'idea che gli ebrei siano intrinsecamente sleali ai Paesi in cui vivono a causa della loro affiliazione sionista. Il fondatore della Repubblica islamica, l'ayatollah Khomeini, affermò nel suo libro del 1943 Kashf al-Asrar ("La rivelazione dei segreti") che gli ebrei erano agenti di dominazione straniera che contaminavano i valori morali delle società in cui vivevano, scrivendo: "Gli ebrei e altri nemici dell'Islam hanno lavorato per secoli per indebolire l'Islam e corrompere le società musulmane". Questa terribile eredità ha portato a una retorica apertamente genocida sui canali mediatici iraniani. Proprio questa settimana, l'untuoso neonazista scozzese David Miller, presenza fissa su Press TV, l'emittente di Stato iraniana, ha dichiarato che anche se Israele venisse eliminato, la lotta continuerebbe comunque “perché la supremazia ebraica non si limita alla Palestina occupata. L'Impero ebraico esiste ovunque esistano i sionisti, perché questi non possono vivere senza infiltrarsi, espandersi, sfruttare e, in ultima analisi, perpetrare un genocidio (sic).” In altre parole, o noi o gli ebrei. Considerata la predilezione di Miller e dei suoi seguaci per slogan come “smantellare il sionismo”, non ci vuole molta immaginazione per capire dove vogliono che porti questa spregevole retorica. Guardando al futuro, purtroppo è molto più facile immaginare gli scenari peggiori che quelli più favorevoli. Nonostante gli enormi colpi inferti dalle forze armate israeliane a Hezbollah e Hamas, tra cui l'eliminazione della maggior parte degli stupratori e degli assassini che hanno partecipato al massacro del 7 ottobre, sia il Libano che Gaza continuano a rappresentare una grave minaccia e, proprio come accadde con l'amministrazione dell'ex presidente Joe Biden, Trump, nel suo attuale stato d'animo, non vedrà di buon occhio alcuna iniziativa militare intrapresa dalle Forze di Difesa Israeliane per stroncare i terroristi in questi territori. È quindi più che plausibile che Israele possa trovarsi di nuovo – e presto – a combattere questi nemici mortali senza il sostegno degli Stati Uniti, con le comunità ebraiche di tutto il mondo che si troveranno ad affrontare un diluvio di propaganda che inevitabilmente si tradurrà in ulteriori episodi di quella violenza velenosa che si è intensificata negli ultimi due anni e mezzo. Inoltre, è difficile immaginare dove tutto questo potrebbe finire. Il secondo mandato di Trump alla Casa Bianca potrebbe essere seguito da un presidente proveniente dall'ala più radicale del Partito Democratico o dalla fazione isolazionista e antisemita del Partito Repubblicano. A ogni livello di governo – federale, statale e comunale – i candidati anti-israeliani e anti-ebraici sono in aumento sia in numero che in fiducia .
Lo stesso vale per altri Paesi, come il Canada e quelli dell'Europa occidentale, dove gli ebrei risiedono in numero relativamente elevato. Per Trump la guerra con l'Iran potrebbe essere finita, almeno per ora. Ma per Israele e per gli ebrei della diaspora, la sua prossima fase è appena iniziata.