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Il Foglio Rassegna Stampa
19.06.2026 L’argine all’Iran si chiama Israele
Editoriale del direttore Claudio Cerasa

Testata: Il Foglio
Data: 19 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Claudio Cerasa
Titolo: «L’argine all’Iran si chiama Israele»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, 19/06/2026, l'editoriale del direttore Claudio Cerasa dal titolo: "L’argine all’Iran si chiama Israele"

Immagine di L’argine all’Iran si chiama Israele

Il tono misteriosamente allegrotto che da giorni accompagna la capitolazione degli Stati Uniti di fronte al regime iraniano è spiegabile solo seguendo alla lettera una vecchia regola della politica: il nemico del mio nemico diventa automaticamente, magicamente e inesorabilmente un mio amico fraterno. In questo senso, vedere Trump che rischia di soccombere, e con lui un pezzo d’occidente, nella trattativa con gli ayatollah, con l’Iran a cui si dà tutto quello che vuole nella speranza che l’Iran sia responsabile sull’arricchimento dell’uranio – “mo me lo segno proprio”, avrebbe detto Massimo Troisi – può provocare un senso di benessere istantaneo se si considera come una priorità assoluta il lento, necessario e graduale abbattimento del trumpismo. Ma il rischio che i quattordici punti dell’accordo tra Stati Uniti e Iran consegnino all’Iran più potere, più forza, più influenza, più centralità rispetto a quello che aveva prima dell’attacco americano e israeliano – quando le guerre si fanno solo dall’alto e senza scarponi sul terreno raramente le guerre si vincono – dovrebbe sconsigliare di ostentare entusiasmo. L’Iran è, e resta, un paese che esporta terrore e terrorismo nel mondo. È, e resta, un paese che alimenta antisemitismo nel mondo, e non solo in medio oriente. È, e resta, un paese che esporta islamismo radicale in occidente, e le conseguenze dell’islamismo radicale – islam è una parola che magicamente sparisce quando si parla di Iran – vengono saggiate ogni giorno dalla martoriata popolazione iraniana, il cui futuro dovrebbe stare a cuore agli antitrumpiani almeno quanto il decadimento del trumpismo. E il fatto che l’Iran, in questi mesi di resistenza, sia riuscito a trasformare, dall’oggi al domani lo Stretto di Hormuz in un cappio con cui soffocare il commercio mondiale, e dunque il benessere non solo del medio oriente ma anche di una robusta fetta del mondo libero, dovrebbe farci interrogare su cosa significhi osservare con sorrisi disinvolti il rafforzamento di uno dei pilastri dell’asse del male.

Si potrebbe pensare, illudendoci, che l’Europa, che è stata lontana e silente in questa guerra – lamentandosi del fatto che Trump abbia agito in modo irresponsabile – e senza aver fatto nulla per provare ad aiutare l’America e Israele a colpire al cuore il regime iraniano, ora sia pronta a spendersi in tutti i modi possibili per limitare il raggio d’azione dell’Iran. Ma il fatto che i principali paesi europei siano già pronti a firmare una cambiale in bianco al regime iraniano andando a riaprire in fretta e furia le ambasciate a Teheran ci dice molto sul fatto che l’Europa, piuttosto che pensare a come limitare l’Iran, stia pensando a come tornare a fare affari con Teheran.

Si potrebbe pensare, illudendoci, che i paesi del Golfo, che hanno vissuto sulla propria pelle e sui propri cieli le conseguenze dell’estremismo iraniano, si facciano in quattro, ora, per provare a limitare, dal loro punto di vista, il raggio d’azione degli ayatollah. Ma l’idea di non avere più le spalle coperte da parte dell’America nell’azione di contenimento dell’Iran non incentiverà paesi come gli Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita a muoversi in quella direzione. E dunque, in un modo o in un altro, il mondo libero, e anche quello meno libero, nel futuro prossimo venturo, per evitare che l’Iran superi linee rosse che nessuno avrà la forza di far rispettare, dovrà fare affidamento su un solo paese. Sempre lo stesso, sempre quello, sempre lo stesso paese che, come disse mesi fa il cancelliere tedesco Merz, in medio oriente fa il lavoro sporco per noi: Israele.

In questi mesi, purtroppo, Israele non è riuscito ad aiutare l’America a raggiungere gli obiettivi minimi che avrebbe potuto raggiungere, non riaprire Hormuz, ma distruggere le capacità militari iraniane e fermare il processo di arricchimento dell’uranio: per stessa ammissione dei negoziatori iraniani, il regime degli ayatollah prima dello scoppio della guerra controllava 460 chilogrammi di uranio arricchito al 60 per cento e con quella quantità avrebbe potuto costruire 11 bombe nucleari. Ma nonostante questo, nel futuro prossimo venturo, Israele resta l’unico paese che può fare qualcosa per evitare che uno stato sponsor del terrorismo torni a esercitare la sua influenza in medio oriente, provando a rivitalizzare i suoi proxy, da Hezbollah agli houthi passando per le milizie sciite dell’Iraq, e per evitare che un regime islamista possa essere dotato in futuro di un’arma nucleare. Israele lo può fare grazie a tutto quello che spaventa l’occidente, ipocrita, pigro e autolesionista. Lo può fare grazie alla superiorità aerea e alla sua intelligence. Lo può fare grazie alla precisione chirurgica con cui riesce a neutralizzare le minacce prima che si materializzino. Lo può fare perché sa come si combattono i proxy che agiscono ai confini con Israele. Lo può fare perché sa come si distruggono le infrastrutture delle milizie terroriste. E lo deve fare perché il jihad che tornerà a essere esportato nel mondo, dopo il deal con l’America, come ha ammesso due giorni fa Hassan Khomeini, nipote del fondatore del regime islamico, Ruhollah Mostafavi Musavi Khomeini, che ha salutato il memorandum d’intesa come una grande “vittoria” per Teheran promettendo che ora avrebbe avuto inizio il “grande jihad”, ha come obiettivo principale Israele. E solo Israele può avere interesse a combattere in modo diretto e indiretto una guerra dietro la quale c’è, come capita in Ucraina contro la Russia, non solo la difesa dei confini di un paese ma la difesa dei confini delle nostre democrazie.

Il paradosso, dunque, è che proprio chi considera Trump un pericolo dovrebbe capire prima degli altri che, dopo il fallimento americano, Israele diventa ancora più necessario per arginare l’Iran ed evitare che dal pastrocchio di questi mesi possa uscire più forte non solo uno stato canaglia ma anche un contesto politico in cui si rafforzano alcuni princìpi già pericolosamente avanzati in questi mesi: gli ebrei trasformati in bersaglio permanente, il terrorismo trasformato in resistenza e l’antisemitismo che smette di essere una vergogna. In questo senso, l’eccitazione per la vittoria iraniana contro gli Stati Uniti è comprensibile se si ragiona con la logica cinica del trumpismo da indebolire, costi quel che costi. Ma per evitare che l’Iran torni a essere great again non si può non sperare che Israele oggi, domani e dopo le prossime elezioni continui a essere quello che non può non essere: l’unico bastione democratico impiantato in medio oriente in grado di proteggere un bene raro che nessuna organizzazione umanitaria farà nulla per proteggere e che nonostante tutto continua a chiamarsi libertà.

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