Le foto di Gaza? Macché!
Commento di Daniele Scalise

Daniele Scalise
Fin dalle prime settimane successive al massacro del 7 ottobre, milioni di persone in tutto il mondo hanno condiviso immagini strazianti attribuite alla guerra di Gaza. Bambini coperti di polvere, corpi estratti dalle macerie, famiglie in fuga, quartieri devastati. Molte di quelle fotografie erano autentiche. Altre, invece, provenivano da conflitti diversi, da tragedie avvenute anni prima in Siria, nello Yemen e perfino in altri continenti. Eppure, una volta entrate nel flusso emotivo della guerra, continuarono a essere presentate come prove delle presunte atrocità israeliane, accumulando milioni di visualizzazioni e contribuendo a costruire una percezione deformata degli eventi.
Uno degli aspetti più sorprendenti della guerra informativa che ha accompagnato il conflitto di Gaza riguarda proprio il riutilizzo sistematico di immagini provenienti da altri scenari. Organizzazioni specializzate nella verifica dei contenuti digitali come AFP Fact Check, Reuters Fact Check, BBC Verify e numerose piattaforme di open source intelligence hanno documentato decine di casi nei quali fotografie o filmati provenienti dalla guerra civile siriana venivano ripubblicati come se fossero stati scattati nella Striscia.
Alcune immagini risalivano ai bombardamenti di Aleppo avvenuti quasi dieci anni prima. Avete letto bene: Aleppo. Dieci anni prima. Altre provenivano dalla devastante guerra nello Yemen. Avete anche qui letto benissimo: Yemen. Un’altra guerra. In diversi casi si trattava di fotografie già diventate celebri all'epoca della loro pubblicazione originaria e facilmente rintracciabili attraverso una semplice ricerca inversa delle immagini. Bastavano pochi minuti per scoprirne la provenienza. Eppure quei controlli elementari sono stati spesso ignorati.
Particolarmente significativo è stato il caso di alcune fotografie di bambini feriti diffuse viralmente sui social durante i primi mesi della guerra. Migliaia di utenti, compresi influencer, attivisti e perfino alcuni personaggi pubblici, le hanno rilanciate come testimonianza delle operazioni israeliane a Gaza. Le verifiche successive hanno dimostrato che quelle immagini erano state scattate anni prima in Siria durante i combattimenti contro il regime di Bashar al-Assad.
Il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Una fotografia particolarmente potente appariva su X, Instagram, Facebook o TikTok accompagnata da una didascalia drammatica. L'immagine veniva condivisa migliaia di volte prima che qualcuno iniziasse a verificarne l'origine. Quando la smentita arrivava, il contenuto aveva già raggiunto un pubblico immensamente più vasto rispetto alla successiva correzione.
La questione diventa ancora più rilevante perché queste immagini false o decontestualizzate non circolavano nel vuoto. Andavano a inserirsi dentro un clima emotivo già estremamente polarizzato, nel quale molti utenti erano pronti ad accettare qualunque contenuto confermasse convinzioni preesistenti. Una fotografia proveniente da Aleppo o da Sana'a smetteva così di essere una testimonianza della guerra siriana o yemenita e diventava immediatamente una presunta prova contro Israele.
Il fenomeno non ha riguardato esclusivamente il campo palestinese. Durante ogni conflitto emergono contenuti manipolati provenienti da schieramenti diversi. Nel caso di Gaza, però, la quantità di immagini riciclate e la loro diffusione planetaria hanno mostrato quanto fragile sia diventato il rapporto tra emozione e verifica.
Molti utenti conservano ancora oggi nella memoria immagini che credono provenire dalla Striscia e che in realtà raccontano tragedie completamente diverse. Sempre tragedie. Ma diverse. E chi glielo va a spiegare adesso a quelli che continuano a credere che quelle foto non erano parte di un coraggioso reportage a Gaza ma di tutt’altro conflitto, di tutt’altra latitudine, di tutt’altra origine? La fotografia ha assolto alla sua funzione emotiva molto prima che qualcuno ne controllasse la provenienza.
E così una bambina ferita ad Aleppo, un edificio distrutto nello Yemen o una famiglia travolta dalla guerra siriana sono stati trasformati, attraverso una semplice didascalia falsa, in strumenti di una battaglia propagandistica globale. La verifica avrebbe richiesto pochi minuti. La bugia, invece, era già arrivata ovunque.