Una bandiera sì, una no: quando l'antisemitismo diventa una regola velenosa
Commento di Deborah Fait

Deborah Fait
E' la dose che fa il veleno e la dose usata per Israele ha ormai superato ogni limite di decenza.
Durante una partita dei Mondiali di calcio 2026, una bandiera israeliana è stata rimossa dagli steward, mentre nelle immediate vicinanze sarebbero rimaste esposte varie bandiere palestinesi. Non sappiamo ancora se la FIFA o gli organizzatori forniranno una spiegazione convincente. Ma proprio questo è il punto: una spiegazione è necessaria, doverosa quanto le scuse che non arriveranno mai. La FIFA ha raggiunto il marciume più profondo avendo dato ordine al suo personale di non accettare l'esposizione della bandiera di Israele. Oggi William Shakespeare non scriverebbe più "C'è del marcio in Danimarca" ma "C'è del marcio in Occidente" perché non esiste limite alla vergogna quando la bandiera di una nazione specifica viene fatta sparire da uno stadio mentre, a pochi metri di distanza, altre bandiere politicamente "gradite" continuano a sventolare indisturbate. Una su tutte la bandiera palestinese che non rappresenta nessuna nazione, solo dei terroristi tagliagole e massacratori. Siamo davanti all'ennesima manifestazione di un fenomeno che l'Occidente finge di non vedere: il doppio standard applicato sistematicamente a Israele. L'odio senza fine e senza giudizio nei confronti dello stato ebraico. Da anni il mondo dello sport ripete che gli stadi non devono trasformarsi in arene ideologiche. Perfetto! Ma allora la regola deve valere per tutti. O si vietano tutte le manifestazioni politiche, oppure si consentono a tutti i tifosi gli stessi simboli nazionali.
L'impressione sempre più diffusa è che, quando Israele è coinvolto, le regole cambino misteriosamente. Ciò che per altri Paesi viene considerato patriottismo, per Israele diventa provocazione. Ciò che altrove è identità nazionale, nel caso israeliano diventa improvvisamente un problema di ordine pubblico da eliminare subito.
La scena è surreale, incredibile, addirittura sconcia!
Nel 2026, ai Mondiali di calcio, un tifoso non può mostrare la bandiera dello Stato ebraico senza rischiare che qualcuno gliela sequestri. Non stiamo parlando della bandiera di un'organizzazione terroristica. Non stiamo parlando di un simbolo estremista. Stiamo parlando della bandiera di uno Stato democratico, membro delle Nazioni Unite, alleato dell'Occidente e riconosciuto dalla FIFA. Eppure basta che compaia la Stella di David e improvvisamente scattano allarmi, divieti, sequestri e sensibilità speciali. La verità è che Israele è diventato l'unico Paese al mondo costretto a giustificare la propria esistenza. La sua bandiera non viene giudicata per ciò che è, ma per il fatto stesso di essere israeliana, di rappresentare la nazione più odiata al mondo.
Gli stessi soggetti che passano le giornate a parlare di inclusione, tolleranza e bellezza nella diversità, diventano improvvisamente inflessibili quando si tratta degli ebrei. Allora ogni eccezione diventa possibile. Ogni discriminazione diventa comprensibile. Ogni sopruso trova una giustificazione. È il vecchio antisemitismo che ha cambiato abito. È un razzismo in giacca e cravatta, vigliacco e pericoloso. Una discriminazione che si presenta come cosa giusta, applaudita dagli astanti. Ebrei e Israele sono un problema mondiale per gli antisemiti. Basta assistere a un qualsiasi talk show per rendersi conto che ogni volta che viene nominato Israele qualcuno cambia espressione, i volti si fanno cattivi, si alzano gli occhi al cielo, bava alla bocca. E partono immediatamente accuse e insulti a raffica.
Oggi Israele è lo stato paria, l'ebreo del mondo da odiare, demonizzare, isolare, delegittimare, escludere. Naturalmente nessuno lo ammetterà mai. La FIFA fornirà spiegazioni burocratiche, note stampa e comunicati pieni di parole vuote. Si parlerà di sicurezza, e altre idiozie del genere.
Ma il cittadino comune vede una cosa molto semplice.
Vede una bandiera, simbolo legittimo e sacro per ogni nazione, rimossa senza motivo, semplicemente per non fare fastidio agli odiatori.
Vede altre bandiere, rappresentanti del nulla se non il terrorismo internazionale, lasciate al loro posto.
Vede sventolare la bandiera palestinese, la bandiera della morte, che sembra sia l'unica accettata in Europa, insieme a quelle di Hamas, Hezbollah, se non addirittura la bandiera nera dell'Isis
Il mondo dello sport continua a ripetere che non c'è posto per l'odio. Magnifico slogan che purtroppo non rappresenta la realtà. Peccato che troppo spesso l'unico odio tollerato sia quello contro Israele.
Quando una bandiera israeliana viene considerata più offensiva dei simboli di chi ne invoca la distruzione, non siamo più nel terreno della neutralità sportiva. Siamo nel territorio della codardia più totale. La vigliaccheria di istituzioni che temono le proteste degli estremisti più di quanto rispettino i diritti di chi vuole semplicemente esibire i colori del proprio Paese a una gara sportiva. E soprattutto la codardia di chi continua a fingere di non vedere perché il problema non è una bandiera sequestrata. Il problema è il messaggio. Un messaggio semplice, velenoso, colmo di un odio ormai fin troppo familiare:
"Le nazioni sono tutte uguali. Ma una è meno uguale delle altre."