Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "L’accordo tra Usa e Iran è una truffa ai danni di Israele (e i Paesi Ue fanno gli avvoltoi)"

Sui social Donald Trump ha annunciato con grande sicumera che venerdì 19 giugno 2026 sarà firmata la pace tra Usa e Iran e riaprirà lo Stretto di Hormuz. Ha detto molto altro ancora, e l’Iran, come al solito, ha risposto con un coro polifonico che, se analizzato attentamente, non promette nulla di buono. Ma prima godiamoci una scena da savana, che, comunque, ci aiuterà a entrare nel meccanismo e a giungere a conclusioni molto distanti da quelle tratte dalla Casa Bianca.
Sulla scena c’è il Re Leone che ruggisce talmente forte da svegliare la giungla e la savana dormienti: ai suoi piedi c’è una preda e intanto, in cerchi concentrici, volano avvoltoi e nibbi e si avvicinano iene e serpenti, ognuno avanzando diritti di prelazione sui resti: sono i Paesi europei che sono stati alla finestra fino ad ora e che a guerra finita sono disposti chi a sminare le acque, chi a portare assistenza e chi a spostare la portaerei. La preda, nel frattempo, sta molto lontana dalla scena, perché ai piedi del Leone c’è una controfigura: infatti l’Iran, come al suq, fino a che non sentirà tintinnare i dollari nei suoi bilanci non si muoverà di un dito e, intanto, continua a pretendere la fine della guerra in Libano, per preservare il suo pupillo, cioè Hezbollah.
Alla “festa trumpiana” Israele non è stato mai neanche nominato, se non per “incolparlo” di aver bombardato i sobborghi meridionali di Beirut, facendo tardare l’annuncio dell’imminente pace. Il presidente ha semplicemente dimenticato di dire che è stato un attacco chirurgico al quartier generale di Hezbollah, di cui è stato eliminato il loro comandante generale, emanazione diretta dell’Iran.
Si parla poi di pace, ma è una truffa bella e buona, perché invece è il solito sterile “cessate il fuoco” buono per far riprendere fiato a chi sta perdendo; insomma, è come se un incontro di boxe si sospendesse per far “risorgere” chi è finito al tappeto. È un déjà vu che si ripete all’infinito, e c’è da chiedersi se Trump abbia rivisto almeno una volta il film di quello che è accaduto dopo la conclusione della guerra dei dodici giorni. Tra la visione del tempo, della vita e della morte di un occidentale (e di Trump in particolare) e quella dell’Islam in genere, e soprattutto degli sciiti persiani, corrono anni luce.
L’Occidente tende a bruciare il tempo e a consumare risorse e forze generazione per generazione, mentre l’Islam non distingue le generazioni, ma affronta la vita e i problemi avendo a disposizione un tempo illimitato, e le generazioni si snodano come se fossero una sola. La morte è vista come un premio a cui ambire, e questo si basa su una fede granitica: quando un islamico è minacciato di morte per un atto di guerra, sta ricevendo il premio più ambito. Più volte si sono trovati scritti in arabo sui luoghi di attentati suicidi: “Mentre voi amate la vita, noi amiamo la morte”. Questa tranquillità di spirito si avvicina alla pazienza di Confucio: anche i musulmani si siedono sulla riva del fiume e aspettano.
C’è poi un altro aspetto da considerare: questi popoli (iraniano compreso) non capiscono la democrazia, e il regime così com’è sta loro bene, perciò i tentativi di cambiare forma di governo sono inutili e dannosi, perché li ricompattano. I 45mila dissidenti uccisi sono una sparuta minoranza in confronto ai 100 milioni di abitanti: per loro si staglia in filigrana sempre e comunque la figura del Profeta in cui vedono i loro governanti. Perciò non è questo il chiodo da battere: quando si dice che Israele è l’unica democrazia del Medio Oriente, si accentua la sua estraneità al contesto e si accentua il desiderio dei vicini di “estirparlo”.
Del resto, quando si ricorda il regno dello Shà, si dimentica di dire che c’era solo un modo di vita più occidentale, ma in presenza di una feroce dittatura, repressiva, totalizzante e crudele, come l’attuale. Basta ricordare, cosa che nessuno fa, che molti appartenenti a quella polizia segreta sono transitati armi e bagagli nelle nuove strutture. In conclusione, l’applicazione delle sanzioni ha messo l’Iran in isolamento, cosa che il regime ha fatto passare come se fosse una punizione immeritata; così facendo ha stimolato l’amor di patria che non solo ha contribuito alla resistenza, ma addirittura alla vittoria morale.