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israele.net Rassegna Stampa
18.06.2026 Accordo Usa-Iran. Le critiche di oggi, gli applausi di ieri. Ma il fallimento è sempre lo stesso: si dimenticano le popolazioni oppresse e l’ideologia che le opprime. Il jihadismo (iraniano o palestinese) non è mai un interlocutore per la pace
Commento di Davide Romano

Testata: israele.net
Data: 18 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Davide Romano
Titolo: «Accordo Usa-Iran. Le critiche di oggi, gli applausi di ieri. Ma il fallimento è sempre lo stesso: si dimenticano le popolazioni oppresse e l’ideologia che le opprime. Il jihadismo (iraniano o palestinese) non è mai un interlocutore per la pace»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - il commento di Davide Romano uscito sul Tempo dal titolo: "Accordo Usa-Iran. Le critiche di oggi, gli applausi di ieri. Ma il fallimento è sempre lo stesso: si dimenticano le popolazioni oppresse e l’ideologia che le opprime. Il jihadismo (iraniano o palestinese) non è mai un interlocutore per la pace. La pace non si costruisce con le cerimonie, ma nelle scuole, nelle moschee, nelle tv di quei regimi"

Scrive Davide Romano: La pioggia di critiche di gran parte dei media contro il piano di pace che Stati Uniti e regime iraniano si apprestano a firmare è una buona notizia.

Davide Romano

In passato, altri accordi, non meno traballanti di questo, furono accolti da entusiasmi quasi unanimi.

Come non ricordare la stretta di mano tra Rabin e Arafat e gli applausi del mondo intero, nonostante nelle settimane successive le scuole palestinesi continuassero a insegnare che gli ebrei andavano uccisi?

10.1.25 Sermone del venerdì trasmesso dalla TV ufficiale dell’Autorità Palestinese: “O Allah, colpisci gli oppressori ebrei, o Allah, contali uno per uno e uccidili uno per uno, e non lasciarne in vita neanche uno” (clicca per il video PMW con sottotitoli in inglese)

Il problema, dunque, non sono le critiche di oggi, ma quelle mancate di ieri, che hanno contribuito ai disastri attuali.

Eppure quella lezione non fu imparata. Gli stessi commentatori che nel 1993 inneggiarono a Oslo come all’alba di una nuova era si ritrovarono anni dopo a spiegare perché tutto era andato storto, senza chiedersi se il torto stesse anche nelle loro analisi.

La pace non si costruisce con le cerimonie alla Casa Bianca, ma nelle aule scolastiche, nelle moschee e nelle televisioni di quei regimi. E su quel terreno nessuno ha mai preteso nulla di concreto.

Il problema più grave di questo accordo non sono le sue lacune tecniche, ma la natura dell’interlocutore.

Il jihadismo khomeinista non è una posizione politica con cui trovare un punto di equilibrio. È un’ideologia che ha come fine dichiarato la distruzione dell’Occidente, la cancellazione di Israele e l’oppressione, quando non la morte, di ebrei e cristiani.

Questo non è un giudizio polemico: trova espressione nelle loro costituzioni, nei libri di testo ed è scandito nelle piazze ogni venerdì.

Con chi vuole la tua morte non si viene a patti: si può al massimo guadagnare tempo. Ed è ciò che il regime iraniano ha sempre fatto, usando la diplomazia come schermo mentre proseguiva il programma nucleare.

Ben vengano dunque le critiche, ma molti esperti dovrebbero prima spiegare perché hanno sbagliato le precedenti analisi, basate sulla convinzione che il dialogo avrebbe moderato il regime.

Negli accordi tra israeliani e palestinesi, così come oggi tra americani e iraniani, c’è sempre un doppio problema: si dimentica il popolo e si ignora l’ideologia.

Ai palestinesi fu imposto il governo autocratico di Arafat, cui è succeduto Abu Mazen, e il cui figlio già emerge come successore. Un accordo che lascia intatto il sistema di oppressione interna non porta la pace: garantisce solo una tregua conveniente per chi è al potere.

Lo stesso vale per gli iraniani, il cui regime è ora nelle mani di Mojtaba Khamenei, nominato Guida Suprema nel marzo 2026 dopo la morte del padre.

Il popolo iraniano non è mai stato consultato: anzi, è stato ignorato anche quando l’amministrazione Obama scelse di non sostenere apertamente le grandi proteste popolari contro il regime nel 2009.

Ignorare quel popolo, insieme all’ideologia che lo opprime e che solo lo scorso gennaio ha massacrato oltre 40.000 iraniani in due giorni, non è solo un problema morale: è una garanzia di futuri fallimenti.

(Da: Il Tempo, 17.6.26)


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