Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "Torre del Greco e l’altare del pregiudizio"

Alla Festa dei Quattro Altari un’opera ripropone uno dei più antichi stereotipi antiebraici
Siamo alle solite. I più espliciti pregiudizi antiebraici tornano ad affacciarsi nello spazio pubblico, nell’indifferenza generale. Questa volta accade a Torre del Greco, in occasione della tradizionale Festa dei Quattro Altari, manifestazione nata per celebrare il Corpus Domini e la centralità dell’Eucaristia nella vita cristiana. Una festa che per oltre tre secoli ha unito fede, arte e devozione popolare attorno al messaggio evangelico, ma che nell’edizione dal 12 al 14 giugno 2026 rischia di essere ricordata per altro. Tra gli altari allestiti troviamo infatti “Fractio Panis”, realizzato da Salvatore Seme.
L’opera raffigura Gesù circondato da personaggi che, stando alle dichiarazioni di Seme, rappresenterebbero l’“élite” e pubblicani intenti a contare denaro, con una pretesa rilettura contemporanea del racconto evangelico della Frazione del Pane che finisce per riproporre i più classici stereotipi antigiudaici. Il personaggio che rappresenta il pubblicano e, nelle intenzioni dell’autore, il privilegio economico è raffigurato con barba lunga e cappello nero. Un richiamo iconografico ben preciso che associa l’ebreo al denaro, all’avidità e alla compromissione morale.
Ridurre il fatto a una discutibile scelta dell’autore o, peggio, a una sua responsabilità esclusiva sarebbe la negazione della realtà. La Festa dei Quattro Altari è una manifestazione organizzata e promossa dal Comune di Torre del Greco. È l’amministrazione comunale ad aver selezionato, attraverso una procedura pubblica, gli artisti e le opere poi esposte nelle piazze e nelle vie.
Sono evidenti le responsabilità amministrative e anche quelle politiche, in una città governata da quei partiti e movimenti progressisti che in questi anni hanno dimostrato spesso, troppo spesso, di non riconoscere il dilagare di episodi che alimentano l’antisemitismo. Mi chiedo come sia possibile che un’istituzione pubblica, che per definizione dovrebbe rappresentare tutti i cittadini senza eccezioni, abbia prima selezionato e poi autorizzato l’esposizione di un’opera che raffigura uno stereotipo discriminatorio in modo così spudorato.
Anche se i tempi sono stretti e, forse, il danno è ormai stato prodotto (la manifestazione si concluderà a breve, il 14 giugno), bene ha fatto la Comunità Ebraica di Napoli a chiedere alla Prefettura e alla Questura competenti la rimozione dell’altare. Opportuna sarebbe anche una segnalazione al Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo e, ancor più, lo sarebbe una presa di posizione della Chiesa e del mondo cattolico, che non possono rimanere silenti, essendo l’anima di questa manifestazione.
Ma quel che colpisce ed indigna di più è il silenzio che ha circondato la vicenda, in un’atmosfera surreale di rassegnata normalizzazione di fenomeni che normali non sono e non devono diventare. Il silenzio dei media (perlomeno di quelli mainstream), di una buona parte della politica e, appunto, di una Chiesa che non sembra avvertire alcun disagio di fronte a uno scempio del genere.
Facciamoci allora una domanda molto semplice: e se al posto dell’ebreo raffigurato come simbolo del denaro e dell’avidità ci fosse stato un musulmano associato al fanatismo religioso, o un immigrato come incarnazione della criminalità, cosa sarebbe accaduto? Quell’opera sarebbe mai stata selezionata? Sarebbe mai stata esibita in una pubblica piazza?
Pregasi rispondere con onestà intellettuale. Quell’onestà che, a quanto pare, è merce sempre più rara, in una società che accetta gli schemi del “politicamente corretto a tutti i costi” (e guai a discostarsene, gentil* signor*), ma rifiuta di definire “Fractio Panis” per ciò che è: non un’opera d’arte, tantomeno una forma di libertà di espressione, ma un veicolo di pregiudizio antiebraico.