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Il Riformista Rassegna Stampa
11.06.2026 Fabiana Di Segni: "Un osservatorio contro l’antisemitismo non può diventare terreno di scontro politico"
Intervista a Fabiana Di Segni

Testata: Il Riformista
Data: 11 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Il Riformista
Titolo: «Intervista a Fabiana Di Segni: "Un osservatorio contro l’antisemitismo non può diventare terreno di scontro politico"»

Riprendiamo dal RIFORMISTA l'intervista a Fabiana Di Segni dal titolo: "Intervista a Fabiana Di Segni: 'Un osservatorio contro l’antisemitismo non può diventare terreno di scontro politico'"

Persino un osservatorio contro l’antisemitismo e le discriminazioni diventa terreno di scontro politico. Ne parliamo con Fabiana Di Segni, Consigliera del Municipio Roma XI e Presidente della Commissione Politiche Sociali.

Consigliera Di Segni, da dove nasce la vicenda relativa all’Osservatorio sull’antisemitismo e le discriminazioni nel Municipio XI?
“La vicenda nasce il 23 aprile, quando io e il consigliere Migliorelli abbiamo presentato una mozione ai sensi dell’articolo 58, con carattere d’urgenza, chiedendo l’istituzione di un Osservatorio sull’antisemitismo e sull’odio razziale nel nostro territorio. L’obiettivo era dotare il Municipio di uno strumento serio, utile e concreto: un luogo istituzionale capace di monitorare i fenomeni di antisemitismo, odio razziale, discriminazione, linguaggi d’odio e aggressioni sul territorio; ma anche di promuovere giornate di studio, momenti di approfondimento, iniziative educative e raccordi con altre realtà istituzionali già impegnate su questi temi. In un momento storico in cui assistiamo a un incremento preoccupante di episodi di antisemitismo, intolleranza e aggressività verbale e simbolica, ritenevamo necessario che anche il Municipio Roma XI potesse essere pioniere nella costruzione di uno strumento territoriale di prevenzione, studio e contrasto” .

Che cosa è accaduto quando la mozione è arrivata in Aula?
“La mozione era stata condivisa il giorno prima con i capigruppo di maggioranza, come spesso avveniva, anche se con tempi molto ravvicinati. In quella sede avevamo accolto alcune richieste di modifica. In particolare, ci era stato chiesto di non demandare direttamente al Presidente e alla Giunta la costituzione dell’Osservatorio, ma di prevedere un percorso attraverso le Commissioni competenti. Abbiamo accolto quella richiesta, modificando l’impianto dell’atto. Tuttavia, al momento del voto in Aula, sono venuti meno i numeri del Partito Democratico. A quel punto, per non rischiare la non votazione o di far strumentalizzare l’atto dalle opposizioni, vista la mia precedente uscita dal pd per motivi connessi al tema, abbiamo deciso di ritirarlo. Per me è stato un momento molto amaro. Fino a pochi secondi prima mi era stato chiesto di sostenere un atto di solidarietà per le aggressioni avvenute sul territorio di matrice religiosa presentato dal PD, e io lo avevo fatto. Subito dopo, sul mio atto, che riguardava un tema delicatissimo come l’antisemitismo e l’odio razziale, mi sono trovata senza il sostegno necessario. Presa dalla delusione e dall’amarezza, ho affidato ai miei canali social uno sfogo molto lungo. Forse doloroso, forse duro, ma certamente sincero”.

Poi che cosa è successo?
“Al primo Consiglio utile, 2 settimane dopo invece di poter ripresentare l’atto, io in quella seduta non ero presente , ci siamo trovati davanti a un nuovo atto votato in Aula che, nella sostanza, riprendeva il contenuto dell’atto precedentemente ritirato e imponeva un lavoro in sede redigente presso la Commissione Politiche Sociali, che io presiedo. Questo è un punto molto importante. L’atto originario era stato presentato da me e dal consigliere Migliorelli. Dopo il ritiro, invece di riaprire un confronto politico e istituzionale, è stato approvato un nuovo percorso che trasferiva alla Commissione il compito di lavorare alla costituzione dell’Osservatorio senza alcuna condivisione né con me né con il consigliere Migliorelli , facenti entrambi parte della maggioranza. Io, nonostante tutto, ho accolto con grande senso di responsabilità l’impegno affidato alla Commissione. Anzi, l’ho accolto inizialmente con entusiasmo, perché pensavo che potesse essere l’occasione per trasformare un momento difficile in un lavoro serio, condiviso e utile per il territorio”.

Quando sono iniziati concretamente i lavori della Commissione?
“Dopo l’approvazione dell’atto, abbiamo chiesto chiarimenti sul percorso da seguire. Tali chiarimenti sono arrivati solo su sollecito, il 19 maggio. Il 21 maggio ho aperto formalmente i lavori della Commissione Politiche Sociali sul tema. Dal 21 maggio al 5 giugno ho convocato e svolto sette Commissioni dedicate all’Osservatorio. Abbiamo organizzato momenti di dibattito sulla bozza, due audizioni, una condivisione della bozza il 31 maggio, una prima discussione il 1° giugno, una seconda discussione il 3 giugno e una consegna prevista per il 5 giugno. Non si può quindi dire che la Commissione sia rimasta ferma. Al contrario, i filmati mostrano che il lavoro è stato svolto, che il dibattito c’è stato e che la bozza era in fase avanzata”.

Lei sostiene che la richiesta di proroga votata il 4 giugno presenti delle criticità. Quali?
“Il 4 giugno è stata presentata e votata una richiesta di proroga sui lavori della Commissione sempre senza condivisione preventiva come avvenuto fino ad oggi sul tema. (C’è da dire che da quando sono uscita dal Pd, non mi viene più condiviso nulla né atti, né se si faranno o meno i consigli, o la condivisione degli slot  liberi  per  le  convocazioni  quando non c’è  il  consiglio,  cioè  sono  in maggioranza ma senza alcuna connessione con quelli che fino a ieri erano colleghi del pd con cui si interagiva serenamente) . I problemi sono diversi in primis , questa richiesta non è stata formalmente discussa, condivisa o votata all’interno della Commissione stessa. Inoltre, risulta firmata anche da consiglieri che non hanno seguito stabilmente i lavori della Commissione, o che non risultano componenti della Commissione Politiche Sociali, o che non hanno partecipato in maniera continuativa al percorso istruttorio. Mi chiedo quindi: una proroga che incide sui lavori di una Commissione in sede redigente non avrebbe dovuto passare dalla Commissione? Non avrebbe dovuto essere motivata, discussa e condivisa almeno con la Presidenza della Commissione competente? Non avrebbe dovuto essere fondata su una valutazione reale dello stato dei lavori? Perché la proroga è stata presentata mentre la bozza era sostanzialmente pronta, mentre avevamo già svolto sette Commissioni, audizioni e discussioni, e mentre c’era ancora tempo per lavorare alle modifiche?”.

Lei ha contestato anche le modalità della votazione in Aula. Che cosa denuncia esattamente?
“Denuncio un fatto molto preciso: durante la seduta del Consiglio municipale del 4 giugno, alla quale partecipavo regolarmente da remoto, ho chiesto la parola prima della votazione dell’atto di proroga. Volevo poter visionare il testo effettivamente posto in votazione, comprenderne il contenuto, chiedere chiarimenti e rappresentare all’Aula lo stato reale dei lavori della Commissione Politiche Sociali. Non mi è stata concessa la parola. Dalla registrazione della seduta risulterebbe che il Presidente dell’Aula, rivolgendosi alla Segreteria, abbia detto: “No, non parla, non prende la parola, perché deve prendere la parola?”. Si tratta di un fatto gravissimo. Perché a una consigliera, per di più Presidente della Commissione direttamente coinvolta dall’atto, sarebbe stato impedito di intervenire prima di una votazione che incideva proprio sui lavori della Commissione da lei presieduta”.

Perché ritiene così grave questo passaggio?
“Perché non è una questione personale. È una questione istituzionale. Il diritto di parola, il diritto di accesso agli atti, il diritto di chiedere chiarimenti e il diritto di esprimere un voto consapevole non sono privilegi individuali: sono prerogative del mandato elettivo. Se un consigliere vota senza poter conoscere compiutamente l’atto, senza poter chiedere chiarimenti, senza poter intervenire e senza poter rappresentare elementi rilevanti, allora il problema non riguarda solo quel consigliere. Riguarda la regolare formazione della volontà dell’organo consiliare. Nel mio caso, poi, la gravità è ancora maggiore, perché l’atto riguardava direttamente i lavori della Commissione Politiche Sociali, che io presiedo. Mi è stato impedito di spiegare all’Aula che la Commissione aveva lavorato, che la bozza era avanzata, che erano state svolte audizioni e discussioni e che la proroga, a mio avviso, non era necessaria”.

Lei ha partecipato da remoto. Questo ha inciso, secondo lei, sulla vicenda?
“Temo di sì. Il giorno successivo, in Commissione Politiche Sociali, ho chiesto spiegazioni su quanto accaduto. Di fronte alla mia richiesta di chiarimenti sul mancato riconoscimento del diritto di parola e sulla possibilità di esprimere un voto consapevole, il Presidente dell’Aula avrebbe affermato che anche il 7 maggio era stato fatto così e che non era prevista alcuna parola. Quando ho risposto che il 7 maggio non ero presente, altrimenti avrei chiesto copia dell’atto e diritto di parola, mi è stato detto che era stata seguita la stessa procedura. Di fronte alla mia ulteriore richiesta di spiegazioni, mi sarebbe stato risposto più volte che, “se mi interessava”, avrei potuto partecipare in presenza. Anche Questa frase, rileggibile penso nei verbali di commissione , è istituzionalmente molto grave. Perché lascia intendere che la partecipazione da remoto sia una partecipazione di serie B, meno garantita, meno piena, meno dignitosa rispetto alla presenza fisica. Ma se il Regolamento consente la partecipazione da remoto, allora quella partecipazione deve garantire gli stessi diritti: parola, accesso agli atti, interlocuzione, dichiarazione di voto e voto consapevole”.

Lei ha presentato una richiesta formale di verifica. Che cosa chiede agli organi competenti?

“Ho chiesto formalmente agli organi deputati di verificare la legittimità della procedura seguita, la regolarità della votazione e la correttezza della conduzione dei lavori d’Aula. Ho chiesto l’acquisizione e la conservazione delle registrazioni audio-video della seduta del 4 giugno, la trascrizione dei passaggi rilevanti, l’integrazione o rettifica del verbale, la trasmissione del testo effettivamente posto in votazione e la verifica della documentazione relativa alla richiesta di proroga. Ho chiesto inoltre di verificare la leggibilità e la riconducibilità delle firme, la posizione dei firmatari rispetto ai lavori effettivamente svolti in Commissione, la sussistenza di una motivazione adeguata della proroga e la corretta applicazione del Regolamento. Infine, ho chiesto che venga valutato l’annullamento della votazione o il ritiro, la revoca o l’annullamento in autotutela dell’atto di proroga, qualora vengano accertati vizi procedurali o sostanziali”.

Secondo lei, la proroga era necessaria?
“No, allo stato dei lavori non la ritenevo necessaria. La Commissione aveva già lavorato molto. Avevamo svolto sette sedute sul tema, audizioni, discussioni, condivisione della bozza, modifiche e passaggi di approfondimento. Il lavoro era certamente complesso, ma era avviato e molto avanzato. Avremmo avuto altri 20 Giorni come indicato dai tempi delle delibera del 7 maggio per approfondire eventualmente preparare degli emendamenti. Durante i lavori, in due occasioni era stata solo ipotizzata la possibilità di chiedere una proroga. Io avevo rappresentato che, a mio avviso, non ve ne fosse bisogno, perché la bozza era sostanzialmente pronta e c’era ancora tempo per intervenire sulle eventuali modifiche. A quello non era seguito un dibattito fra consiglieri in commissione ne una discussione su tempi e modalità di richiesta , che se decisa a maggioranza sarebbe stata accolta. Per questo non comprendo come si possa sostenere che il tema è complesso e che serve più tempo, e poi assentarsi dalle Commissioni, farsi sostituire da consiglieri che non avevano seguito il percorso, oppure lasciare i lavori. Sia Chiro che tutti abbiamo degli impegni e delle urgenze che ricadono sulle nostre vite, forse la modalità scelta fin dall’inizio potrebbe non essere a mio avvio la piu giusta per una tematica cosi. Se si affida un tema così importante a una sede redigente, poi il lavoro bisogna farlo. E bisogna farlo con responsabilità. E nel rispetto dei tempi perché il non rispetto di quei tempi “ obbligati” renderebbe la presidente inadempiente non tutta la commissione”.

C’è chi sostiene che la bozza fosse frutto di un lavoro difficoltoso e non ancora maturo. Come risponde?
“Rispondo che i filmati delle Commissioni mostrano il lavoro svolto. Mostrano i dibattiti, le modifiche, gli interventi, le audizioni, le discussioni sulla bozza. Che il lavoro sia stato in salita, lo riconosco. Il Tema è molto complesso, Ma l’osservatorio è un organo consultivo e come indicato in commissione per stendere il regolamento che non è poco così corposo ci siamo rifatti a regolamento già esistenti su materie diverse ritengo che non mancassero contenuti o che la Commissione fosse ferma. È stato in salita perché il clima è stato spesso difficile, perché i toni non sempre sono stati collaborativi e perché, invece di lavorare con spirito costruttivo, ho avuto spesso la sensazione che si volesse dettare il passo, cambiare i tempi, criticare il metodo e poi chiedere ulteriore tempo. Questo è ciò che fatico a comprendere”.

Perché ritiene che si sia creato un clima così ostile?
“Non ne ho la minima idea. E lo dico con grande sincerità. Non comprendo perché, di fronte alla delusione per quanto accaduto il 23 aprile, invece di dire semplicemente “mi dispiace, troviamo un modo per andare avanti insieme”, si sia scelto di irrigidire il confronto. Non comprendo perché ci si sia accaniti nel voler dettare i tempi del lavoro, per poi modificarli nuovamente. Non comprendo perché si sia voluto criticare il percorso, quando in realtà la Commissione ha lavorato e i filmati lo dimostrano. Non comprendo perché un tema come l’antisemitismo, l’odio razziale e le discriminazioni, che dovrebbe unire tutti, sia diventato terreno di tensione, sospetto e contrapposizione”.

Lei ha parlato di una sensazione di “noi e te”. Che cosa intende?
“Quando sono uscita dal Partito Democratico ho denunciato una dinamica che percepivo da tempo: non più un “noi” politico, capace di includere anche il dissenso, ma un “noi e voi ”, come se il dibattito sul medio oriente avesse inasprito sempre più i rapporti con il Pd in generale. Purtroppo, nei toni con cui spesso mi sono confrontata in Commissione, ho avuto la sensazione che quella dinamica avesse preso piede anche lì. Anche perché non mi spiego perché non dibattere in commissione come lo si è fatto Su altri temi , la proroga è semmai deciderne i tempi a maggioranza? Io avevo accolto con entusiasmo l’impegno affidato alla Commissione. Ho cercato di mettere tutti nelle condizioni di avere informazioni, documenti, spunti di lavoro e occasioni di confronto. Ma i toni che ho incontrato in alcuni passaggi mi hanno fatto percepire una distanza, una diffidenza, quasi una volontà di trasformare un lavoro istituzionale in un braccio di ferro politico”.

Teme che l’Osservatorio possa diventare uno strumento di scontro interno?
“Sì, a mio avviso lo è già diventato , perché quando si dice che la bozza è frutto della stesura della sola presidente , quando si incalzano solleciti improbabili al 3 incontro e ci si appella al fatto che la proroga è formata da consiglieri di maggioranza, e di commissione, senza ritenere di fare un passaggio in commissione siamo già dentro un terreno di sfiducia e di tensione . Speravo fosse evitabile. Ho chiesto agli organi competenti una risposta formale su quanto accaduto proprio per capire se esistano ancora le condizioni per portare avanti questo lavoro con serenità, correttezza e rispetto delle prerogative di tutti. Non vorrei che un progetto nato per contrastare antisemitismo, odio razziale e discriminazioni diventasse lo strumento per altre questioni politiche, per ritardare sempre di più la consegna della bozza o per consumare tensioni interne che nulla hanno a che vedere con il merito del tema. Sarebbe un’occasione persa enorme. Perché il Municipio XI potrebbe essere pioniere nella costruzione di uno strumento territoriale di grande rilevanza, capace di mettere insieme istituzioni, scuole, associazioni, realtà culturali e sociali”.

Qual è, secondo lei, il valore politico e civile di questo Osservatorio?
“Il valore è altissimo. Un Osservatorio territoriale sull’antisemitismo e sulle discriminazioni non serve solo a raccogliere dati. Serve a costruire consapevolezza. Serve a intercettare segnali di odio prima che diventino normalizzati. Serve a promuovere cultura democratica, memoria, educazione civica, dialogo tra comunità, studio dei fenomeni discriminatori e collaborazione con le istituzioni competenti. L’antisemitismo non è un problema degli ebrei. L’odio razziale non è un problema delle sole vittime. La discriminazione non riguarda solo chi la subisce. Sono problemi democratici, sociali, culturali e istituzionali. Per questo uno strumento del genere dovrebbe essere costruito con serietà, responsabilità e senso delle istituzioni, non trasformato in un terreno di prova muscolare tra maggioranza, opposizione, ex appartenenze politiche o tensioni personali”.

Che cosa chiede oggi?
“Chiedo una cosa molto semplice: chiarezza. Chiedo di sapere se la procedura seguita sia stata corretta. Chiedo di sapere se una proroga incidente sui lavori di una Commissione in sede redigente potesse essere presentata e votata senza passare dalla Commissione, senza essere richiesta dalla Presidenza della Commissione competente, senza una motivazione formalizzata e senza consentire alla Presidente di intervenire in Aula. Chiedo di sapere se un consigliere collegato da remoto abbia gli stessi diritti di un consigliere presente fisicamente. Chiedo di sapere se sia legittimo impedire a una consigliera di parlare prima di una votazione che incide direttamente sui lavori della Commissione da lei presieduta. E chiedo che tutto questo venga chiarito non per polemica personale, ma per garantire il corretto funzionamento democratico dell’organo consiliare. Vorrei inoltre che i commissari della commissione che presiedo fatta eccezione per alcuni che hanno continuato a lavorare nonostante le tensioni ritrovino la strada del dialogo”.

Qual è il rischio, se questa vicenda non viene chiarita?
“Il rischio è duplice. Da una parte, si rischia di comprimere le prerogative dei consiglieri, creando un precedente molto grave: quello per cui si può votare un atto senza garantire pienamente accesso, parola, conoscenza e consapevolezza. Dall’altra, si rischia di far naufragare o svuotare di senso un lavoro importante sull’Osservatorio, trasformandolo in una questione di rapporti di forza anziché in una risposta istituzionale a fenomeni reali di antisemitismo, odio razziale e discriminazione. Io credo che le istituzioni debbano fare l’opposto: abbassare i toni, garantire le regole, tutelare il confronto, valorizzare il lavoro delle Commissioni e impedire che temi così delicati vengano piegati a logiche di scontro politico”.

Vuole aggiungere qualcosa?
“Sì. Voglio ribadire che la mia iniziativa non è contro qualcuno. È a tutela di un metodo, di una funzione e di un principio democratico. Io sono disponibile a lavorare, come ho già dimostrato. Ho convocato Commissioni, ho promosso audizioni, ho condiviso bozze, ho favorito il confronto. Ma il lavoro istituzionale richiede rispetto reciproco, trasparenza, regole certe e pari dignità. Se si decide di affidare un compito a una Commissione, quella Commissione deve essere messa nelle condizioni di lavorare. Se si decide di partecipare a un percorso, bisogna farlo davvero. Se si ritiene che serva più tempo, bisogna motivarlo nei luoghi competenti e non imporlo senza confronto. L’Osservatorio sull’antisemitismo e le discriminazioni può essere una grande occasione per il Municipio Roma XI di essere pioniere in un tema cosi importante. Ma proprio per questo non deve nascere da una forzatura, da una compressione del dibattito o da una votazione contestata o da emendamenti che modificano in ragione della forza politica. Avrebbe dovuto esserci un lavoro corale , che non finisse con emendamenti approvati a forza di numeri . Avremmo dovuto essere capaci di far nascere questo prezioso strumento nella chiarezza, nella legalità, nella trasparenza e nella responsabilità istituzionale. Perché contrastare l’odio significa anche dare l’esempio nel metodo democratico con cui si costruiscono gli strumenti per combatterlo e almeno in questa occasione ho la sensazione che si sia persa l’opportunità di farlo in questo spirito”.


redazione@ilriformista.it

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