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Shalom Rassegna Stampa
11.06.2026 Un fragile equilibrio a tre
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 11 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «Un fragile equilibrio a tre»

Riprendiamo da SHALOM l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "Un fragile equilibrio a tre"

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Ugo Volli

 

La battaglia fra Israele e Iran
Il quinto scontro diretto fra Iran e Israele è durato poche ore. L’Iran ha sparato in tutto fra i 20 e i 30 missili, quasi tutti abbattuti, e non ha provocato danni significativi. Israele ha risposto attaccando con i cacciabombardieri gli impianti di difesa antiaerea iraniana recentemente reinstallati con l’aiuto di Russia e Cina, i posti di comando dei pasdaran a Teheran, Isfahan, Tabriz e in altre aree, colpendo inoltre il complesso petrolchimico di Mahshahr, uno dei più grandi dell’Iran, che produce materiali per missili e armi, con danni economici stimati in miliardi. Al di là degli obiettivi colpiti, l’azione israeliana ha dimostrato ancora una volta che l’Iran non ha il dominio dei propri cieli e che le sue infrastrutture industriali, energetiche e militari restano particolarmente vulnerabili agli attacchi aerei, mentre i suoi missili e droni non riescono a penetrare le difese israeliane e a provocare danni significativi. Tutto ciò smentisce l’arrogante propaganda bellica degli ayatollah.

L’attacco all’elicottero americano
Dopo poche ore dalla fine dell’attacco a Israele, gli iraniani hanno abbattuto un elicottero americano che volava sul Golfo Persico, in acque internazionali. Non si conosce la motivazione di questa azione, rivendicata in tono sarcastico dai negoziatori iraniani. Trump è stato costretto a ordinare una reazione, limitata geograficamente (solo le basi del Golfo) e per intensità, che è avvenuta colpendo senza difficoltà vari obiettivi militari. L’Iran ha reagito sparando missili sulle basi americane della regione, in particolare in Giordania, che sono stati quasi tutti abbattuti e comunque non hanno fatto danni. Gli americani hanno reagito di nuovo, poi hanno dichiarato chiuso l’episodio e per il momento non si ha notizia di altri scontri. Anche in questo caso emerge insieme la debolezza militare e l’arroganza diplomatica del regime.

Un conflitto di “equazioni”
I due episodi sono simili per le armi in gioco (aerei contro missili) e per le dimensioni limitate, ma hanno natura diversa. Il primo riguardava un tema di carattere strategico, cioè i vincoli che l’Iran sta tentando di imporre a Israele. Bisogna ricordare infatti che l’attacco iraniano deriva dal fatto che Israele ha deciso di bombardare le basi di Hezbollah a Dahyeh, il quartiere sciita nella parte meridionale di Beirut, ogni volta che il gruppo terrorista spara contro uno dei centri abitati israeliani. È un’“equazione” o condizione essenziale per la tranquillità dei cittadini israeliani e dunque per la funzione stessa dello Stato di Israele, che risponde pienamente al diritto internazionale. Ma l’Iran intende riaffermare il diritto di Hezbollah al terrorismo e ha dunque cercato di imporre tre altre “equazioni”. Ha comunicato che bombarderà Israele ogni volta che lo Stato ebraico oserà colpire Dahyeh, ma anche se cercherà di sloggiare le forze di Hezbollah nel Sud del Libano e infine, naturalmente, se attaccherà il territorio iraniano. Sono condizioni assurde, perché il Libano è uno Stato sovrano, non una parte dell’Iran, e il governo legittimo del Paese ha accettato la necessità di eliminare la minaccia degli Hezbollah; ma il regime iraniano riteneva, e forse ritiene ancora, di poterle imporre, legando il territorio libanese e la sopravvivenza di Hezbollah alle trattative con gli Stati Uniti, che rappresentano l’obiettivo centrale di Trump. Dunque la posta in gioco di quest’ultimo scontro era anche il diritto di Israele alla propria autodifesa o addirittura alla propria autonomia dagli Stati Uniti.

La posizione americana
Trump infatti ha accettato le “equazioni” dell’Iran, “proibendo” più volte a Israele di combattere Hezbollah in Libano, non rifiutando il legame improprio fra cessate il fuoco in Libano e in Iran e, infine, negli ultimi giorni, “ordinando” a Israele di non bombardare Beirut e poi di non rispondere all’attacco iraniano, con la motivazione data in un’intervista che “decido tutto io, Netanyahu non decide nulla”. In maniera più articolata il vicepresidente Vance ha spiegato che “gli Usa e Israele condividono molti interessi ma non hanno gli stessi obiettivi: a noi importa eliminare il nucleare iraniano e riaprire Hormuz; Israele vuole anche altre cose [cioè la fine del programma missilistico, l’abbandono dei gruppi terroristici dipendenti dall’Iran, in prospettiva il cambio di regime], ma dovrà adattarsi all’accordo che faremo noi, non potrà non accettarlo”.
È stato questo atteggiamento a incoraggiare la nuova aggressione iraniana; ma la risposta israeliana, pur misurata quantitativamente e condotta per poco tempo allo scopo di non inquietare troppo Trump, da un lato ha riaffermato la predominanza israeliana sull’Iran, dall’altro ha chiarito agli Stati Uniti che Israele conserva la propria indipendenza e non è disposto a sacrificare i propri interessi essenziali all’accordo cui Trump sembra tenere così tanto. Dopo la fine dei combattimenti, avvenuta su richiesta del presidente americano, Israele ha infatti continuato (contro la seconda “equazione” iraniana) a colpire duramente Hezbollah nel sud del Libano, in particolare nella città di Tiro, e a procedere con l’occupazione di territori e villaggi che servivano da base per i terroristi; ha riaffermato (contro la prima “equazione”) la decisione di colpire Dahyeh se vi saranno bombardamenti di Hezbollah sul territorio israeliano; infine si mantiene pronto a infliggere danni ancora più gravi all’Iran se esso ricomincerà a sparare missili contro Israele.

Fragile equilibrio
Lo scontro fra Iran e Usa riguarda invece il negoziato e la “proprietà” dello stretto di Hormuz, che l’Iran rivendica contro la legge internazionale e la prassi stabilita da sempre e segnala anche agli Usa che il regime iraniano non si considera sconfitto, ma vincitore e intende ottenere vantaggi economici e politici da questa sua “vittoria” La situazione è dunque molto instabile, un fragile equilibrio a tre. Sul piano militare Stati Uniti e Israele sono alleati molto stretti, ma la trattativa ha creato un legame fra l’amministrazione americana e il regime degli ayatollah da cui Israele è sostanzialmente escluso. L’Iran però non si comporta affatto secondo i desideri americani, e non sembra affatto disposto alle concessioni che il presidente americano dà per acquisite. Trump ha annunciato negli ultimi due mesi, decine di volte, l’imminenza dell’accordo, senza mai realizzarlo, ma neppure chiarirne i contenuti. Il rischio è che sia un trattato inutile e pericoloso come quello stretto da Obama nel 2015, che fu denunciato con forza da Netanyahu e annullato poi da Trump nel suo primo mandato.
Gli americani si dicono interessati a Hormuz e al nucleare, dando per scontato di riuscire ad ottenerli, ma l’Iran non sembra disposto a mollare. Riaprire lo stretto di Hormuz, anche senza i costi per le navi di passaggio pretesi dall’Iran, non sarebbe un progresso, ma semplicemente il ritorno alla situazione del febbraio scorso; l’impegno iraniano a non sviluppare armi nucleari non vorrebbe dire granché senza la consegna dell’uranio arricchito e la distruzione degli impianti che gli iraniani rifiutano. Ma queste clausole andranno esaminate in futuro: ora le fonti americane parlano di due settimane prima della firma, il che significa che l’accordo è tutt’altro che definito, come lo scambio di colpi della notte scorsa dimostra.
Per quanto riguarda Israele si tratta di vedere se l’Iran accetterà di vedere progressivamente sacrificato il suo esercito satellite in Libano o se cercherà di esercitare pressione attraverso il punto psicologicamente e diplomaticamente più debole dell’amministrazione americana. E se Netanyahu continuerà ad avere la forza e il coraggio di sfidare il Grande Fratello americano, che ha tanti strumenti di pressione, come si è visto con Biden ma anche molte altre volte in passato. Per gli Usa il punto è se la pericolosa illusione di Trump di un accordo prossimo e pacifico col regime iraniano resisterà allo scontro con la realtà.


redazione@shalom.it

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