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Il Riformista Rassegna Stampa
09.06.2026 Israele leader dell’innovazione: chi sceglie di boicottarla si taglia le gambe
Commento di David Gerbi

Testata: Il Riformista
Data: 09 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: David Gerbi
Titolo: «Israele leader dell’innovazione: chi sceglie di boicottarla si taglia le gambe»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di David Gerbi dal titolo: "Israele leader dell’innovazione: chi sceglie di boicottarla si taglia le gambe"

Dopo dieci giorni in Israele ho scoperto un Paese impegnato a costruire, innovare e collaborare con il mondo. Forse non è Israele a essere stato escluso: sono altri che hanno scelto di restarne fuori. Israele non è stato escluso. Sono alcuni Paesi che, rinunciando a collaborare con Israele, hanno finito per escludersi da una delle realtà più dinamiche, innovative e vitali del nostro tempo. È questa la riflessione che porto con me. Una riflessione nata non dalle dichiarazioni dei governi o dalle polemiche internazionali, ma dall’incontro con persone comuni, professionisti, famiglie, ricercatori, imprenditori e studenti che continuano ogni giorno a costruire il futuro del loro Paese. Nessuno sembrava particolarmente preoccupato di essere considerato isolato dalla comunità internazionale.

Per anni ho letto articoli, ascoltato dibattiti e seguito discussioni in cui si parlava di boicottaggi, sanzioni, isolamento e delegittimazione di Israele. Eppure, una volta arrivato qui, ho scoperto un Paese impegnato in tutt’altro. Ho visto persone occupate a costruire famiglie. Ho visto ricercatori impegnati nell’innovazione. Ho visto medici, insegnanti, imprenditori e studenti concentrati sul proprio lavoro. Ho visto cantieri, restauri, nuove costruzioni, progetti culturali e tecnologici. Ho visto un Paese che continua a vivere. Naturalmente ho visto anche preoccupazione, ansia e dolore. Sarebbe assurdo negarlo. Israele vive una situazione difficile e complessa. Ma accanto a tutto questo ho visto qualcosa di ancora più forte: la volontà di continuare. Continuare a vivere. Continuare a costruire. Continuare a innovare. Continuare a esistere.

A quel punto mi sono posto una domanda: chi ha perso davvero? Chi ha rinunciato a collaborare con uno dei principali centri mondiali di innovazione? Chi ha rinunciato a confrontarsi con un Paese leader nella medicina, nell’agricoltura in zone aride, nella tecnologia, nella cybersecurity e nella ricerca scientifica? Chi ha rinunciato a costruire rapporti con una società che continua ad attrarre investimenti, talenti e sviluppo? Forse la domanda non è se Israele sia stato escluso. Forse la domanda è se alcuni Paesi e alcune persone abbiano scelto di escludersi da Israele.

C’è però un’altra riflessione che questo viaggio mi ha suggerito. Forse il punto non è soltanto che alcuni Paesi o alcune persone abbiano scelto di allontanarsi da Israele. Forse il punto è che Israele continua a includere, mentre altri scelgono di escludersi. Durante questi giorni ho visto una società composta da persone provenienti da ogni parte del mondo. Ho incontrato ebrei originari dell’Europa, del Nord Africa, del Medio Oriente, dell’America e dell’Asia. Ho visto convivere culture, lingue e tradizioni differenti. Ho visto cittadini ebrei, arabi, drusi, beduini, cristiani e persone appartenenti ad altre comunità religiose. Ho visto una realtà complessa, certamente non priva di tensioni, ma profondamente pluralista. Mi ha colpito il fatto che Israele continui ad aprire le proprie porte alla cooperazione internazionale. Nuove ambasciate vengono aperte, nuove relazioni economiche vengono costruite, nuovi accordi vengono firmati. Israele non sembra animata dal desiderio di escludere qualcuno. Al contrario, continua a cercare collaborazioni con chi desidera costruire rapporti basati sul rispetto reciproco.

La visita alla Biblioteca Nazionale di Israele è stata un esempio concreto di questa realtà. Ho trovato un’istituzione dedicata alla conservazione della memoria, della cultura e della conoscenza, aperta alla ricerca, al dialogo e alla cooperazione internazionale. Mentre molti discutono di Israele in termini esclusivamente politici, qui ho visto un Paese impegnato a custodire il passato e a costruire il futuro. Esiste poi un altro paradosso che merita una riflessione. In alcuni ambienti occidentali si chiede agli ebrei di prendere le distanze da Israele per poter essere accettati. È una richiesta che raramente viene rivolta ai cittadini di altri Paesi. Si può essere d’accordo o meno con un governo, con una politica o con una decisione. Ma mettere in discussione il diritto stesso di uno Stato a esistere è qualcosa di molto diverso. Forse la vera domanda non è chi stia escludendo Israele. Forse la domanda è chi stia rinunciando a partecipare a una delle esperienze più dinamiche, innovative e vitali del nostro tempo.

Ci sono nazioni che hanno deciso di collaborare, aprendo ambasciate, sviluppando relazioni economiche e firmando accordi di cooperazione. Altre hanno scelto la strada opposta: il boicottaggio, la delegittimazione e, in alcuni casi, perfino la negazione del diritto stesso di Israele a esistere. La differenza è evidente. Chi costruisce rapporti crea opportunità. Chi costruisce ostilità crea isolamento. La cosa che più mi ha colpito è che Israele sembra poco interessata a mendicare approvazione. Non ho incontrato persone ossessionate dal giudizio della comunità internazionale. Ho incontrato persone impegnate a vivere.

Come psicologo junghiano e studioso della psicologia del profondo, non ho potuto fare a meno di pensare anche a una riflessione di Alfred Adler. Adler sosteneva che il bisogno di appartenenza rappresenta uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano e che molte forme di disagio nascono proprio quando questo legame viene meno. Forse ciò che mi ha colpito in Israele è stato osservare una società che, pur attraversando difficoltà enormi, sembra possedere un forte senso di appartenenza alla propria storia, alla propria comunità e al proprio futuro. Non un’appartenenza costruita contro qualcuno, ma un’appartenenza costruita attorno a valori condivisi, responsabilità reciproca e desiderio di contribuire alla vita collettiva. Forse è anche per questo che molti israeliani che ho incontrato non apparivano ossessionati dal giudizio esterno. Chi possiede un forte senso di appartenenza non ha bisogno di cercare continuamente conferme sulla propria legittimità.

Israele non rinuncia alla propria esistenza per ottenere consenso. Non rinuncia alla propria identità per essere accettata. Continua semplicemente a fare ciò che ha fatto fin dalla sua nascita: costruire, innovare, difendersi e guardare avanti. Si può essere d’accordo o meno con un governo. Questo vale per Israele come per qualsiasi altro Paese democratico. I governi cambiano. Le elezioni arrivano e passano. Ma lo Stato rimane. La società continua. La vita continua.

Forse è questa la lezione più importante che porto con me dopo questi giorni trascorsi in Israele. Israele non vive per convincere il mondo della propria legittimità. Israele vive. Non è spaventato dalla prospettiva di restare solo. È una società costruita anche dai discendenti di persone che hanno conosciuto la persecuzione, l’esilio, i ghetti e la solitudine della storia, e che nonostante tutto hanno continuato a costruire, a creare e a sperare. Israele continuerà a vivere. È nata dalla capacità di sopravvivere all’esclusione, alla persecuzione e alla solitudine della storia. Per questo non fonda la propria esistenza sull’approvazione degli altri. Israele continuerà a vivere. Chi sceglierà di ignorarla o combatterla rischierà semplicemente di perdere un’opportunità.


redazione@ilriformista.it

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