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Il Foglio Rassegna Stampa
04.06.2026 Dall’unico Pride del medio oriente alla nostra difesa, se è Israele a finire nelle liste nere
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 04 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Dall’unico Pride del medio oriente alla nostra difesa, se è Israele a finire nelle liste nere»

Riprendiamo dal FOGLIO il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Dall’unico Pride del medio oriente alla nostra difesa, se è Israele a finire nelle liste nere"

Immagine di Dall’unico Pride del medio oriente alla nostra difesa, se è Israele a finire nelle liste nere

Difendersi con la tecnologia ebraica sì; permettere agli ebrei israeliani di difendersi no. Un po’ come celebrare i pronomi neutri in occidente e annunciare che “a Gaza c’è un notevole movimento queer”. Dimenticando che la sponda israeliana del Mar Morto è l'unico posto mediorientale dove la diversità sessuale non è una condanna a morte 

Si è aperto “il più grande festival Lgbt+ della storia del medio oriente”. Titolo fin troppo altisonante, visto che è l’unico festival Lgbt+ in tutto il Nord Africa e medio oriente. Si svolge sulle sponde del Mar Morto, nel lato israeliano “occupato”, non in quello giordano. Pride Land ha trasformato il deserto della Giudea in una coloratissima “città dell’orgoglio” fino al 4 giugno, mentre al Pride di Roma le bandiere ebraiche di Keshet venivano proibite e nella città gay friendly di Barcellona una turista israeliana veniva cacciata da una sauna perché indossava una stella di Davide. La Pride Land israeliana, metropoli effimera di luci, corpi e rivendicazioni, nell’unico angolo di medio oriente dove la diversità sessuale non è una condanna a morte e dove un gay non deve temere il patibolo, è il nemico da boicottare in occidente.

Il Pride israeliano è organizzato non lontano da dove sorgevano Sodoma e Gomorra, le città bibliche descritte nel libro della Genesi come luoghi di malvagità e peccato, punite da Dio con la distruzione tramite una pioggia di zolfo e fuoco. Vecchie storie bibliche, ma quotidiana realtà per i vari Ahmad Abu Murkhiyeh, il gay palestinese che aveva vissuto per due anni in Israele come richiedente asilo. Era stato aiutato da Rita Petrenko, che gestisce al Bait al Mokhtalef, “la casa della diversità”, una delle due associazioni che si prendono cura degli omosessuali palestinesi costretti a rifugiarsi in Israele. Un giorno Ahmad viene convinto da una persona di cui si fidava a tornare a Hebron, sotto l’Autorità palestinese, dove viene decapitato e il corpo senza testa gettato sul ciglio di una strada, mentre le immagini del cadavere smembrato venivano diffuse sui social network palestinesi. Era queer anche Mahmoud Ishtiwi, il comandante del battaglione Zeitoun di Hamas a Gaza, uno dei più importanti dell’organizzazione. Faceva parte di una famiglia con legami solidi con la leadership del gruppo islamista, ma venne accusato di essere omosessuale e di avere una relazione con il vicino di casa. Ishtiwi è stato torturato e condannato a morte. Yahya Sinwar in persona diede l’ordine di ucciderlo. In questo mondo capovolto, la storia di Murkhiyeh e di Ishtiwi disturba il racconto ufficiale, quindi si preferisce tacciare di pinkwashing chi offre asilo invece di chi lancia i gay dai tetti.

Intanto la Francia vietava l’esposizione di armi israeliane alla Fiera internazionale della difesa e della sicurezza Eurosatory 2026. “Solo gli espositori israeliani che presentano sistemi antibalistici e di difesa aerea sono autorizzati”, ha dichiarato il presidente della Fiera, Charles Beaudouin. “Questa è una decisione del governo francese, del Consiglio di difesa. Non c’è spazio per ambiguità”. Un po’ di ambiguità a dirla tutta si vede. Una delle aziende israeliane bandite è la Epsilor, un produttore innovativo di caricabatterie per sistemi al litio. Le batterie Epsilor vengono utilizzate per alimentare anche i veicoli militari francesi. Un’altra azienda israeliana bandita da Parigi, Sentrycs, offre una tecnologia per “rilevare, tracciare l’identità e mitigare le minacce dei droni”. Sentrycs ha firmato un accordo da diversi milioni di euro per proteggere le basi militari europee. E poi c’è il Directional Infrared Counter Measures, un sistema laser per la difesa dei velivoli dalla minaccia dei missili antiaerei a guida infrarossa. Lo produce Israele e lo monta anche l’Airbus A330-223, l’aereo utilizzato per il trasporto presidenziale francese, l’Air Force One di Emmanuel Macron.

Difendersi con la tecnologia ebraica sì; permettere agli ebrei israeliani di difendersi no. Un po’ come celebrare i pronomi neutri in occidente e annunciare, come ha fatto all’Università di Bologna la filosofa dei pronomi plurimi Judith Butler, che “a Gaza c’è un notevole movimento queer”, un’Arcadia rainbow tra i cunicoli di Hamas, convinti che il glitter nasconda l’abisso, mentre il Mar Morto è sotto l’occupazione patriarcale ebraica. In questo inizio del mese dei diritti Lgbt+, l’ambasciata di Francia in Israele scrive sui social: “Ci vestiamo dei colori del #Pride, con fierezza, rispetto e amore”. E un tantino di ipocrisia malcelata. Non risultano, infatti, simili post da parte di nessuna delle ambasciate di Francia nei paesi del Nord Africa e medio oriente, in nessuno dei 57 paesi dell’Organizzazione per la cooperazione islamica né da parte di quella nello “stato di Palestina”.

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