Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Annalina Grasso dal titolo: "Massimo Fini se la prende con il 'Dio ebraico' e infanga la tradizione ebraica"

“Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi. La peste si è spenta, ma l’infezione serpeggia”, diceva Primo Levi. E, a giudicare dall’ondata di palestinismo e antisemitismo che molti chiamano antisionismo per mettere le mani avanti, che attanagliano l’opinione pubblica, l’informazione e ormai persino il sentire comune, sembra che siamo diventati indifferenti a quel richiamo di responsabilità e vigilanza. Ne è una chiara dimostrazione l’articolo di Massimo Fini apparso pochi giorni fa sul Fatto Quotidiano dal titolo infantile “All’ira del Dio ebraico preferisco il perdono”. Verrebbe da chiedersi se Fini preferisca il Dio degli islamisti, cui non fa menzione.
C’è qualcosa di teneramente giurassico nelle considerazioni superficiali del giornalista. Lo leggi e ti ritrovi proiettato, come per incanto, non nel dibattito teologico del XXI secolo, ma in un vicolo buio del Medioevo, tra un’accusa di profanazione delle ostie e un libello sul “popolo deicida”. L’ultimo bersaglio della sua raffinata esegesi filosofica? IlDio ebraico. Definito, con il consueto piglio da storico delle religioni formatosi sui baci perugina dell’antigiudaismo, come un despota spietato, vendicativo. Insomma, il male assoluto. Mancavano solo una citazione dei Protocolli dei Savi di Sion e il riferimento all’uccisione di San Simonino per mano dei cattivi ebrei per completare il quadro, ma forse lo spazio editoriale era tiranno.
Confutare Fini, che nell’articolo si professa agnostico, sul piano teologico sarebbe un insulto all’intelligenza del lettore. Chiunque abbia aperto un libro di testo delle medie sa che la lettura letterale, decontestualizzata e feticista dei testi sacri è il grado zero della cultura. Applicando lo “schema Fini”, il Cristianesimo sarebbe la religione di un Padre che fa torturare e uccidere il proprio unico figlio, e l’Islam la dottrina del taglio della mano obbligatorio. Ma, guarda caso, l’indignazione selettiva del nostro intellettuale d’antan si accende solo quando c’è da mettere alla gogna il monoteismo ebraico.
Non si tratta di “critica teologica” o di “provocazione laica”, ma esattamente di antisemitismo culturale da manuale. Fini non si è neppure sforzato di essere originale sul piano stilistico, affidandosi a un meccanismo psicologico e retorico vecchio come il mondo, e si articola su pilastri tanto logori quali l’essenzializzazione del male, il doppio standard teologico, e la saldatura metafisica: “Se tale è il loro Dio, tali non possono che essere gli ebrei”. Nell’ebraismo, il concetto di perdono è strettamente legato all’idea di responsabilità individuale e alla capacità dell’essere umano di correggere il proprio percorso. Non è una grazia concessa passivamente, ma un processo attivo chiamato Teshuvà, che significa “ritorno”. Esiste l’obbligo di perdonare e il rifiuto ostinato di perdonare, di fronte a un pentimento autentico, è considerato in contrasto con l’etica ebraica.
Massimo Fini dovrebbe chiedere perdono per la sua cattiva fede invece di assumere sempre la postura del bastian contrario, un pensatore controcorrente che sfida i dogmi del politicamente corretto. In realtà, è il conformista più prevedibile del misero panorama intellettuale italiano. Non c’è nulla di più confortevole, in Europa, che attingere al pozzo nero dei pregiudizi antiebraici per spiegare le storture del mondo. È facile, perché rassicura i lettori frustrati e non richiede lo sforzo di studiare la complessità della tradizione ebraica, che sul concetto di interpretazione e discussione (il Talmud, questo sconosciuto), senza il quale non potremmo comprendere la Bibbia, ha fondato la propria modernità ben prima degli illuministi da tastiera.
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