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Il Riformista Rassegna Stampa
02.06.2026 Dalle tregue mancate alle guerre permanenti: Israele è da sempre sotto assedio
Commento di Marco Del Monte

Testata: Il Riformista
Data: 02 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Marco Del Monte
Titolo: «Dalle tregue mancate alle guerre permanenti: Israele è da sempre sotto assedio»

Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "Dalle tregue mancate alle guerre permanenti: Israele è da sempre sotto assedio"

 

A ottobre prossimo il Medio Oriente entrerà nel terzo anno di guerra, mentre a febbraio di quest’anno è cominciato il quarto anno dall’invasione russa dell’Ucraina. Sembra un dato di fatto, ma non è così, perché entrambe le guerre sono la continuazione di conflitti ben più antichi, mai chiusi con trattati di pace e nemmeno con armistizi, il cui significato è “stasi delle armi”. La guerra tra russi e ucraini affonda le sue radici al 1859, cioè al periodo della seconda guerra di indipendenza, quando il Regno di Sardegna si alleò con la Francia e l’Inghilterra per contendere alla Russia la sovranità sulla Crimea. Dopo alterne vicende, di cui ora non ci occupiamo, la Russia è riuscita a riannettersi la Crimea nel 2014, con un’occupazione militare ratificata da un referendum farsa. La guerra tra Israele e i suoi vicini, invece, non è mai cessata, e l’attuale è l’ennesima interruzione di un precario cessate il fuoco. Non stiamo a ritornare sulle varie vicende insorte dopo la famosa delibera ONU n° 181 del 1947, ma partiamo dal minuto successivo alla proclamazione dello Stato di Israele che aveva accettato il territorio indicato nella cartina annessa alla delibera stessa, sulla quale si vedono chiaramente i confini tracciati con un pennarello verde che divideva la Palestina (adrianea) in due.

La logica avrebbe voluto che fossero proclamati due Stati, e invece non fu così, perché mentre quasi un milione di musulmani accettarono di diventare cittadini del nuovo Stato d’Israele, settecentomila di loro furono sedotti da Iraq, Egitto, Transgiordania, Siria e Libano che li collocarono in campi profughi “provvisori”, attaccando il neonato Stato. Da notare che nessun uomo politico israeliano ha mai parlato di Stato degli ebrei e, d’altro canto, non avrebbe potuto farlo, visto che gli ebrei erano appena tre volte i residenti musulmani che non si mossero. Iniziò, dunque, la guerra, la cui prima fase fu vinta da Israele e chiusa con un precario cessate il fuoco; in quel momento nessuno parlò di “profughi palestinesi”, ma di arabi temporaneamente ospitati negli stati fratelli.

Questa situazione precaria si ruppe con la crisi di Suez del 1956, quando Israele, alleato di Francia e Inghilterra contro l’Egitto che aveva nazionalizzato il Canale di Suez, inflisse a quest’ultimo una pesantissima sconfitta. La Francia e l’Inghilterra, però, risolta la crisi del canale costrinsero Israele a fermarsi e a restituire la Penisola del Sinai. Il cessate il fuoco che ne seguì fu interrotto dalla guerra dei sei giorni, nel 1967, con la conquista di Gerusalemme intera da parte di Israele. Anche allora non ci fu nessuna pace, né armistizio e tutto rimase nello stato di guerra guerreggiata, in cui dal sud del Libano cominciarono continui assalti e lanci di razzi sul nord di Israele.

La situazione cambiò nel 1973 (guerra del Kippùr), quando l’Egitto invase il Sinai; Israele reagì arrivando alle porte del Cairo, ma fu fermata dagli Stati Uniti che riuscirono, però, a far firmare all’Egitto e alla Transgiordania (divenuta Giordania nel frattempo) un vero trattato di pace, con relativo e reciproco riconoscimento. Poteva essere la svolta e invece non fu così, perché nel 1974 un imprenditore egiziano (un palazzinaro diremmo ora), Yasser Arafat, convinse un cospicuo numero di egiziani, affiliati (come lui) alla Fratellanza musulmana ed espulsi dall’Egitto, a trasferirsi nei campi profughi in Giordania e Cisgiordania (da ricordare che nessuno ancora parlava di Palestina). Con alcuni di questi “immigrati forzati”, Arafat creò i primi nuclei di jihadisti, chiamati fedayn (coloro che si sacrificano), iniziando l’era dei dirottamenti aerei.

Arriviamo al 1979, vero inizio della guerra attuale. Lo Shà di Persia fu deposto dall’ayatollah Ruhollah Khomeini, imam sciita messianico, che si impadronì del potere in Persia, creando la Repubblica Islamica dell’Iran, con primo obiettivo la distruzione dello Stato d’Israele. Arafat pensò che fosse arrivato il Ma’adi (Messia Islamico) e, infatti, fu il primo ad andare in Iran dove proclamò lo “Stato di Palestina, dal fiume al mare con capitale Gerusalemme”. L’utopia di Platone era formalizzata e, da quel momento, la pace è morta definitivamente, perché Khomeini cominciò a tessere la sua micidiale tela, che prevedeva la conquista dell’Occidente e l’assedio permanente a Israele mediante dei proxy, ben addestrati, pagati e armati, così vennero alla luce Hamas, Hezbollah, la Jihad, gli Houthi, che hanno il compito di realizzare il sogno di Khomeini.

Questo obiettivo è perseguito soprattutto con il trascinamento dei media occidentali verso la demonizzazione di Israele, ottenuta dopo averlo trascinato in una guerra sanguinosa e dura, a seguito del più spaventoso pogrom antiebraico che la storia recente ricordi. Le menti sono bombardate, e la plastica rappresentazione consiste nell’aver assunto l’idea di uno Stato palestinese (che ancora non c’è) che è diventato un ideale da sventolare, da esibire. Per esempio in un Gay Pride, dove ai partecipanti non interessa niente che in Palestina sarebbero gettati dall’alto dei palazzi e dove alle femministe non importa niente se le donne vengono uccise per un velo storto: quello che conta è che scompaia il simbolo di Israele, diventato negativo e non accettabile in nessun evento.

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