lunedi` 01 giugno 2026
CHI SIAMO SUGGERIMENTI IMMAGINI RASSEGNA STAMPA RUBRICHE STORIA
I numeri telefonici delle redazioni
dei principali telegiornali italiani.
Stampa articolo
Ingrandisci articolo
Clicca su e-mail per inviare a chi vuoi la pagina che hai appena letto
Caro/a abbonato/a,
CLICCA QUI per vedere
la HOME PAGE

vai alla pagina twitter
CLICCA QUI per vedere il VIDEO

Avete visto le immagini terribili che ci arrivano dalla Spagna (Video di Ciro Principe) 29/05/2026


Clicca qui






Shalom Rassegna Stampa
01.06.2026 La settimana di Israele. Droni e strategia
Analisi di Ugo Volli

Testata: Shalom
Data: 01 giugno 2026
Pagina: 1
Autore: Ugo Volli
Titolo: «La settimana di Israele. Droni e strategia»

Riprendiamo da SHALOM l'analisi di Ugo Volli dal titolo: "La settimana di Israele. Droni e strategia"

Amazon.it: Mai più! Usi e abusi del Giorno della Memoria - Volli, Ugo -  Libri
Ugo Volli

 

Propaganda sostitutiva

Anche l’ultimo annuncio di una tregua a conclusione delle trattative fra Usa e Iran, il terzo o il quarto di questo tenore nell’ultimo mese lanciato venerdì con un messaggio online di Trump, che annunciava addirittura come il presidente americano per decidere di firmarlo stava entrando in una riunione nella situation room della Casa Bianca (che è il centro di comando operativo, non il luogo consueto delle consultazioni politiche), si è risolto in un nulla di fatto: il presidente americano è uscito dalla sala di comando dopo un paio d’ore senza aver firmato alcun accordo e senza chiarirne la ragione. È una colpo di scena ormai consueto, che alcuni maligni spiegano con il tentativo di influenzare positivamente il mercato americano e altri come una forma di pressione sull’Iran (prima la carota e poi il bastone) con l’intenzione di allargare le crepe nel regime o di mettere a frutto la disillusione della popolazione. Da quel che si capisce però della trattativa in corso, le distanze fra le due parti sono enormi: gli Usa vogliono l’apertura di Hormuz, la chiusura del programma di armamento nucleare e missilistico, l’abbandono dei movimenti terroristi satelliti (in primo luogo Hezbollah, Hamas e Houti). Il regime iraniano vuole innanzitutto la fine del blocco navale americano, qualche forma di riconoscimento del suo controllo su Hormuz e di guadagno dai transiti, non cedere nulla su nucleare, missili e “proxies”, la fine della guerra con garanzie su tutto il Medio Oriente (inclusa l’autodifesa israeliana contro Hezbollah in Libano), lo sblocco degli ingenti fondi sequestrati dagli Usa, la fine delle sanzioni e addirittura un enorme risarcimento dei danni di guerra. Ciascuna delle due parti, inoltre, ritiene di dover essere riconosciuta come vincitrice della guerra. In una contrapposizione così radicale è assai difficile immaginare un compromesso. Ma nessuno dei due vuole tornare alla guerra aperta, a quanto pare; e dunque non solo le trattative, ma anche gli annunci di accordo sono propaganda sostitutiva delle armi.

Il quadro militare

In  questo quadro, che è noto, vale la pena di soffermarsi sugli aspetti militari della situazione, Essi toccano oggi di più Israele, che continua a combattere in Libano e in parte a Gaza, ma valgono anche per gli Usa. L’evoluzione tecnologica recente ha prodotto profondi cambiamenti. Da sempre in guerra competono attacco e difesa, spade e corazze, cannoni e fortezze. Nelle guerre della seconda metà del Novecento, incluse quelle di Israele prevaleva l’attacco: i carri armati, i cacciabombardieri, i missili, dall’altro lato gli attentati suicidi. La novità di Gaza è stata la riscoperta delle gallerie sotterranee e dell’uso come scudo umano della popolazione civile come armi strategiche di difesa difficili da superare. Ma contemporaneamente Hamas ha utilizzato razzi e missili economici come strumenti di attacco che potevano fare gravi danni o dovevano essere contrastati con antimissili come quelli dell’Iron Dome molto più costosi e difficili da rifornire. Il combattimento era dunque: bombardamenti aerei contro tunnel sotterranei (uno schema riprodotto poi in grande con gli impianti atomici iraniani) e sofisticati antimissili contro missili semplici, pogrom selvaggi contro attacchi disciplinati, guerra propagandistica e legale contro realtà sul campo. Attacco e difesa si mescolano ai diversi livelli e diventano difficili da distinguere. L’offensiva di Israele e Usa ha prevalso sul campo grazie alla superiore tecnologia e all’economia che la sostiene; ma bisogna ricordare che nella “guerra asimmetrica” vi è sempre un vantaggio strategico della difensiva, cui basta semplicemente conservarsi anche nascondendosi fino a che l’impeto nemico finisca, sull’attacco che per vincere deve distruggere la difesa.

I droni

Tale asimmetria è stata accentuata dall’arma che si è affermata in Medio Oriente e in Ucraina come l’innovazione più importante dei nostri anni: i droni. Ci sono molti tipi di aerei senza pilota, anche quelli capaci di viaggiare per migliaia di chilometri, di raggiungere velocità supersoniche, di portare molte tonnellate di carico. Quelli militari possono combattere altri aerei, bombardare, sorvegliare, spiare, guidare il tiro dell’artiglieria, ecc. Possono costare molto, come quelli prevalentemente usati da Israele e Usa, ma sempre assai meno degli aerei con equipaggio; perderli può essere un danno anche grave, ma non comporta lutti o prigionieri, con le relative conseguenze economiche. Ma i più pericolosi oggi in Medio Oriente sono quelli usati per esempio da Hezbollah: abbastanza piccoli, delle dimensioni e del peso (ma anche dal costo) di un’utilitaria, fatti di plastica e quindi difficili da rilevare al radar, con motori elettrici e perciò silenziosi, capaci di portare cinquanta o cento chilogrammi di alto esplosivo che possono fare gravi danni se esplodono nel posto giusto, condotti da un operatore o da un’intelligenza artificiale. Sono guidati per radio, talvolta addirittura da una scheda sim da cellulare. Per evitare le interferenze elettromagnetiche con cui Israele aveva cercato di bloccarli, Hezbollah ha  iniziato a usare la fibra ottica, montata su un rullo dentro il drone: molto leggera (800 grammi per 10 km) ed economica (350 euro per la stessa distanza), facile da trovare sul mercato. La guida utilizza anche una telecamera che può essere notturna e raggiunge l’obiettivo volando velocemente  rasoterra in modo da rendere assai difficile l’intercettazione. Il limite di questa versione è la distanza d’uso che non può essere troppo grande. Ma vi sono droni con più autonomia che non hanno bisogno di guida esterna. Possono essere mandati in sciami anche grandissimi. La Grecia (per fare l’esempio di uno stato non troppo potente) ha annunciato il progetto di produrne quest’anno decine di migliaia ma di raggiungere la capacità di milioni di droni entro la fine del decennio.

La strategia di contenimento

Difficile fermare armi così elusive. Israele ci prova sulla scia di quello che è accaduto in Ucraina: con protezioni passive di rete su mezzi e impianti militari, usando elicotteri o altri droni progettati per l’intercettazione, rimettendo in funzione le vecchie mitragliatrici antiaeree, sperimentando l’arma che dovrebbe essere decisiva ma che stenta ad andare in uso, cioè i laser. Bisogna tener conto però che i droni sono armi tattiche, di scarsa potenza, che funzionano bene su obiettivi “molli” ma sensibili come case, fabbriche, ospedali, scuole, o per impatto diretto sulle truppe,  ma non su obiettivi militari protetti. Sono dunque armi ausiliarie, utili per la guerriglia, gli agguati, il terrorismo, la difesa, ma incapaci di conquistare territori. La loro perdita non costa molto anzi spesso è prevista (droni “suicidi”), ma fabbriche, depositi, centri di comando sono vulnerabili. Ancora non si è vista una battaglia condotta interamente da droni, anche se essi hanno certamente inciso sulla perdita di efficacia dell’uso dei carri armati, che in Ucraina non hanno funzionato e che Israele sta usando con crescente cautela in Libano. La contromisura più evidente oggi da parte israeliana, oltre all’uso di altri droni di sorveglianza e di attacco mirato, è il tentativo di conquistare spazio e dunque profondità tattica per poter contrastare l’invasione aerea. A Gaza lo spazio controllato di Israele è passato dal 50% della striscia al 60% (e Netanyahu ha ordinato la sua estensione al 70%). In Libano Israele difende la comunità della Galilea dai droni cercando di sgomberare la zona di confine anche oltre il fiume Litani (in media a 10 km a nord della frontiera) e anche oltre, arrivando in zone abbandonate dal ritiro di trent’anni fa. Ma è chiaro che questi sono provvedimenti parziali. Occorreranno altri progressi per vincere la sfida tecnologica. E soprattutto sarà necessario neutralizzare la direzioni strategica degli attacchi contro Israele, cioè l’Iran. Questa è la ragione per cui una pace che non cambi fondamentalmente le regole del gioco e possibilmente il regime, rischia di essere solo la premessa di una nuova guerra. Per questo gli annunci inflazionati di tregue e compromessi sono ancora da seguire con attenzione – e molta preoccupazione.


redazione@shalom.it

Condividi sui social network:



Se ritieni questa pagina importante, mandala a tutti i tuoi amici cliccando qui

www.jerusalemonline.com
SCRIVI A IC RISPONDE DEBORAH FAIT