Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Marco Del Monte dal titolo: "Al Gay Pride di Roma va in scena l’istigazione all’odio contro Israele"

Il 20 giugno 2026 a Roma inizierà il Gay Pride. Questo evento è nato come conquista di libertà e, per anni, ha consentito a ognuno dei partecipanti di esternare senza remore e paure la propria sessualità. Eventi di questo tipo sono consentiti soltanto nei Paesi occidentali, con un’eccezione: Israele, incastonato tra Paesi musulmani, che a Tel Aviv ha sempre ospitato le comunità Lgbt di tutto il mondo e che offre rifugio e protezione a chi, tra loro, fugge dai Paesi islamici.
Per l’ebraismo e il cristianesimo, che affondano le loro radici nella legge mosaica, le singole persone, all’atto del concepimento, sono “maschi e femmine”, e solo dopo la nascita (ma non è precisato il periodo) assumono “sembianze” definitive. Il cristianesimo, però, ha sempre messo in secondo piano questo aspetto, privilegiando la “procreazione”, ma, salvo dei periodi di buio della ragione, non ha portato la caccia al “diverso” alle estreme conseguenze. Per l’Islam è diverso, perché è una fede impositiva, con pochi dogmi, tra cui quello che afferma che questo tipo di diversità va espunto dalla società. Anche il ruolo della donna viene considerato come lo era all’età delle caverne, perché una donna non deve mostrarsi in pubblico e ha il solo compito di “fare figli”. Le vesti, dal niqab al burqa, sono come “caverne mobili” dentro le quali la donna è confinata. In Paesi come l’Iran o l’Arabia Saudita, gli omosessuali vengono gettati dal punto più alto della città, per consentire la purezza della società.
Tornando al Gay Pride di Roma, quest’anno gli organizzatori non ammettono la partecipazione dell’associazione ebraica (Keshet Italia) perché non si dissocia dal “genocidio” dei palestinesi in corso a Gaza. Su quest’ultima affermazione si stanno basando le esclusioni degli ebrei da “ogni” manifestazione, una presa di posizione, inficiata da un pensiero assoluto, discriminante e non motivata. L’accusa di genocidio perpetrato da Israele nei confronti dei palestinesi non sta in piedi e non è avallata da nessun organismo internazionale deputato al giudizio. Siamo in presenza di un fatto gravissimo che limita la libertà intesa in senso lato, e siamo di fronte a un’intolleranza esplosa l’8 ottobre 2023, praticamente il giorno dopo il massacro perpetrato da Hamas nel sud d’Israele.
Non è umanamente comprensibile che chi sarebbe ucciso per la sua “diversità” prediliga chi lo vuole uccidere rispetto a chi, invece, lo sta salvando. Sembra di vedere il video della storia esopica dello scorpione e della rana: il primo vorrebbe attraversare un corso d’acqua, ma non sa nuotare e perciò si rivolge a una rana, che non vuole correre rischi e, sulle prime, rifiuta il passaggio; lo scorpione insiste, prega, giura che non si muoverà; la rana si convince e lo carica sul dorso. In mezzo al ruscello lo scorpione punge la rana che – esterrefatta – dice che moriranno entrambi, e lo scorpione risponde che appunto perché è uno scorpione l’ha dovuta pungere. La storia non ha commenti, ed è quello che avviene regolarmente in tutte le occasioni, Gay Pride compreso.
Questo meccanismo in base al quale chiunque può condannare uno Stato, i suoi abitanti e i suoi correligionari in tutti i Paesi del mondo per un delitto non provato è contrario a ogni senso comune. È inammissibile che in uno Stato democratico ciò possa avvenire con la motivazione che ognuno ha diritto a esprimere le proprie opinioni, senza che le istituzioni facciano nulla per bloccare questi dinieghi che non sono espressioni di libertà, ma pura e semplice istigazione all’odio. Lo Stato non dovrebbe neanche essere sollecitato a intervenire, perché dovrebbe farlo in autonomia, senza aspettare denunce di sorta; in alternativa dovrebbe quantomeno proibire la manifestazione a tutti, così come dovrebbe fare per ogni iniziativa simile, proprio per impedire che l’odio monti ingiustificatamente.
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