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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
30.05.2026 "Non smettete di combattere per il vostro paese e la vostra libertà o li perderete"
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 30 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «"Non smettete di combattere per il vostro paese e la vostra libertà o li perderete"»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "'Non smettete di combattere per il vostro paese e la vostra libertà o li perderete'"


Giulio Meotti

In esclusiva il nuovo libro di Boualem Sansal. "La dittatura ha provato a distruggermi col carcere dove ero il numero 46611. In Occidente ci provano gli utili idioti con il tribunale dell'opinione"

 

Ci sono gli scrittori e gli intellettuali italiani che mendicano applausi e che, al primo schiaffo mediatico, corrono a firmare mezze abiure, invocano il “dialogo” e si accucciano ai piedi del tribunale dell’opinione pubblica. 

E poi ci sono i pochi grandi scrittori e intellettuali liberi che, anche dopo un anno di galera, a ottant’anni suonati e con un tumore, escono più forti di prima.

È il caso di Boualem Sansal. 

Romanziere e intellettuale arabo critico dell’Islam, Sansal si è fatto un anno di carcere duro in Algeria. I suoi guai iniziarono quando ha visitato Israele, un tabù mortale per un arabo, ha stretto mani di scrittori ebrei e parlato di pace senza il solito gergo vittimista filo Hamas. Per un intellettuale arabo, soprattutto algerino, è stato come bestemmiare Allah in moschea durante la preghiera del venerdì. 

Dalla sua liberazione, Sansal ha rotto con l’establishment letterario parigino, gli intellettuali da boudoir, che per vent’anni lo ha adulato, accusato da lui di viltà. A metà maggio l’ho intervistato. Non è di quelli che cede al primo refolo di bufera mediatica. Sansal chiede scusa, mai permesso. 

   
   

Ecco di seguito in anteprima in italiano un brano del suo nuovo attesissimo libro, La Légende. Il titolo nasce dal fatto, scrive Sansal, “che in carcere altri detenuti mi hanno soprannominato ‘La Leggenda’”. 

Un libro agghiacciante, dalla densità quasi dantesca, dove si respira una passione per la libertà che sa di altro secolo. Non la libertà da spot pubblicitario dei nostri tempi, ma quella esistenziale, tragica e che costa cara. Sansal ricorda gli ultimi grandi dissidenti del Novecento: un Solženicyn senza neve siberiana ma con il sole algerino a bruciargli la pelle, un Havel del Maghreb che combatte non contro un impero totalitario di stato, bensì contro un totalitarismo più insidioso, vestito di Islam e di vittimismo. 

Sansal scrive come chi sa che la letteratura non è un ornamento, ma un’arma. E la impugna senza guanti. 

In un’epoca di scrittori e intellettuali piegati dal ricatto del politicamente corretto, la schiena dritta di Sansal è uno scandalo. E uno splendore. Perché quando tutti chinano il capo, l’uomo che resta in piedi diventa leggenda.


   

“Boualem, fai attenzione a te… fai attenzione!”. Questo è proprio lui, Jean-Paul Scarpitta, l’uomo-opera, ben noto, un caro amico comunque, che coltiva l’inquietudine e l’allarmismo e che, per principio religioso o per altra considerazione, vede pericoli ovunque, anche dove non ce ne sono. Senza voltarmi, sono sceso di corsa le scale della stazione della metropolitana Saint-Germain-des-Prés. Nel momento in cui sparivo nel sotterraneo, ha gridato con voce straziata: “Non partire, Boualem… ti prego, resta!”. Questo mi ha fatto rizzare i capelli. Nella sua voce c’era qualcosa di profetico, quasi di apocalittico. Durante tutto il tragitto fino alla Gare du Nord e poi, con l’RER B, fino a Roissy-Charles-de-Gaulle, dove mi aspettava un volo Air France per Algeri, sono rimasto sconvolto. “Accidenti, mi ha messo una paura addosso, quell’imbecille!”. 


Quando la porta della cella si è richiusa alle mie spalle, per la prima volta ho provato qualcosa di preciso, di infinitamente doloroso: non l’internamento, ma la spossessione del tempo. Era terribile, il futuro era appena scomparso dalla mia vita. Non riuscivo più nemmeno a concepirlo come ipotesi. La giustizia ha fatto del mio passato una vergogna che ha condannato, che la prigione cancellerà; restava solo un presente stretto, effimero, sorvegliato, contato e ricontato, e io, numero di matricola 46611, già devastato, pronto a scomparire nella botola della follia e del non-essere. A Koléa, all’inizio sono stato un corpo da spostare, da manipolare: in piedi, faccia al muro, alza le braccia, avanza, aspetta qui, taci! Gli ordini erano sempre brevi, appena pronunciati, suggeriti, spesso noncuranti. Non si cerca di umiliare, ma di addestrare per rendere impossibile il disordine. L’umiliazione arrivava da sé, per accumulo di gesti minuscoli che si infilano come i grani di un rosario e finiscono per ridurre il soggetto a una funzione biologica elementare… diciamo, poveramente robotica. In troppi paesi musulmani, l’Islam è questo: una cappa brutale gettata su un fallimento storico, una copertura sacra posata sulle rovine, un modo di sfigurare l’esperienza sublime della libertà, questo tesoro ultimo affidato da Dio agli uomini di buona volontà. La cella mi ha sorpreso per la sua pietosa nudità. E innanzitutto per la sua mostruosa esiguità. Tre muri e una porta metallica per delimitare 6,5 metri quadri. Si abbraccia tutto con uno sguardo: due letti a castello, un piano supplementare che non si sa mai dove mettere per un eventuale terzo detenuto, un lavandino che era stato bianco, un buco per terra come WC. Nell’aria un odore sconosciuto, un tanfo fatto di metallo arrugginito, di umidità vischiosa e di fatica umana accumulata da decenni. Se i detenuti vanno d’accordo, è già infernale perché si pestano i piedi, si urtano. Se non hanno affinità, è guerra per la sopravvivenza. Si impara allora quanto la promiscuità sia una minaccia esistenziale. Non ha niente di fraterno, di amichevole. L’altro è l’altro, un fratello in umanità, solo a distanza; troppo vicino diventa un colonizzatore, un predatore, un ladro, pensa solo a distruggerti, a divorare i tuoi figli. E viceversa, probabilmente vorresti ucciderlo prima tu.

   

Il carcere di Koléa

Poi è arrivato il Ramadan. La catastrofe delle catastrofi. Qui, tra quattro muri, è la tripla pena. Già non si mangia normalmente e il Ramadan ci mette il naso, alla fame selvaggia aggiunge il delirio della fede accelerata, le risse interne, i furti, gli aliti cattivi. Per me era il fallimento totale: la mancanza di cibo per il ventre, la carestia e la noia per lo spirito e l’assenza di civismo di base per il vivere insieme. Allora, con due o tre veri atei, forse gli ultimi in Algeria, ci siamo organizzati per difendere la nostra empietà, mangiare, fare bisboccia, recitare poesie proibite, e al diavolo il puritanesimo islamico. Nel cortile, gli islamisti si immergevano in coro nella lettura ininterrotta del Corano. Il libro si legge per intero e in gruppo chiuso durante il mese di Ramadan. Io mi immergevo nei miei pensieri laici e vagabondi. Mi recitavo poesie, sempre le stesse, leggere e profonde. Alcune avevano valore di mantra per me…La cella era già una gabbia: muri sporchi, aria immobile, odori di corpi stanchi, umiliazioni, promiscuità, brulichii, urla, appelli alla preghiera da tutte le parti come appelli al fuoco. Tutto spingeva l’uomo a cercare un po’ d’aria, di luce e di silenzio. Eppure ho visto soprattutto l’inverso. Ho visto prigionieri aggiungere chiusura alla chiusura, prigione alla prigione.

Gli Stati tollerano l’oppositore. Si arrangiano con il giornalista. Componono con il militante. Ma lo scrittore li inquieta in altro modo. Perché non parla solo dei fatti. Modifica il modo in cui i fatti saranno compresi e messi in prospettiva. Quando Aleksandr Solženicyn rivela l’arcipelago dei gulag, non pubblica un libro: frattura un sistema. Il gulag esisteva prima di lui. Dopo di lui, non potrà più essere ignorato. Quando Václav Havel passa dalla dissidenza alla presidenza, dimostra che la parola a lungo considerata sovversiva può diventare fondamento di un ordine nuovo. Non sono solo gli Stati a tentare di far tacere uno scrittore.I regimi cambiano. Le ortodossie restano. Albert Camus non ha conosciuto la prigione di un potere autoritario. Ha conosciuto altro: l’isolamento, l’essere messo al bando, il sospetto morale. Nel microcosmo intellettuale dominato da Jean-Paul Sartre e da una sinistra affascinata dalle rivoluzioni lontane, Camus divenne l’uomo da contestare. Non lo imprigionarono. Tentarono di squalificarlo. Pagò il suo rifiuto degli assoluti. Pagò il suo attaccamento a una misura che l’epoca giudicava tiepida. Pagò soprattutto il suo rifiuto di sacrificare l’uomo concreto alle astrazioni ideologiche. Si può ridurre uno scrittore al silenzio con la censura. Si può anche tentare di ridurlo con l’ostracismo, con il sospetto, con l’intimidazione simbolica. Ancora oggi, non sono solo gli Stati a reprimere una parola. Esistono tribunali d’opinione. Coalizioni morali. Ortodossie impazienti. La libertà di espressione non si scontra solo con le prigioni. Si scontra con i branchi. Io ho avuto le mie due parti: mi sono scontrato con i muri della prigione e con le grida dei branchi.

A Koléa non avevamo né giornali né schermi liberi. Eppure certe notizie trovavano una strada. Passavano dai guardiani, dagli avvocati, da frasi mormorate nei corridoi. È così che un giorno un nome ha iniziato a circolare di quartiere in quartiere. Retailleau. A bassa voce. In prigione si sussurra tanto, e Bruno era un buon argomento per farlo. Poi con insistenza e a voce alta, e infine con una forma di evidenza. Era appena arrivato a Place Beauvau, il ministero dell’Interno, il pilastro dello Stato francese. Ha subito riempito la scena mediatica. E subito qualcosa è cambiato, o dava l’impressione di cambiare. Si diceva di lui che parlava chiaro, che nominava le cose senza giri di parole. Che voleva rimettere ordine in questa grande nazione che non sapeva più risolvere i suoi problemi, e ne aveva di giganteschi sul tavolo: l’immigrazione clandestina che minaccia di far capovolgere la nave Francia, le OQTF che si accumulano nei centri e ostruiscono i circuiti vitali, i rapporti diventati asimmetrici, i silenzi pieni di disprezzo e le minacce diplomatiche. Ma al di là c’era un’attesa. Come se, per molti – in Francia come in Algeria – incarnasse la possibilità di un linguaggio tornato chiaro. E forse, più segretamente ancora, la possibilità di un rapporto di forza. 


L’avevo capito bene: ciò che si giocava superava la mia persona. Era una liberazione politica tripartita osservata dalla comunità internazionale. Un’uscita negoziata, ottenuta su richiesta personale del presidente tedesco, sotto condizione del ritiro volontario, silenzioso e vergognoso della Francia, nella forma più accettabile per il re Tebboune, maestro incontestato del gioco: non una resa, non una risposta favorevole a Macron o a Tizio, ma un gesto di umanità benevolente. Da lui, il gesto di umanità è un privilegio cesareo che con il pollice risparmia o finisce i suoi schiavi. Durante il volo, una verità mi si è improvvisamente imposta, urlante, violenta, dolorosa. Un pugno al cuore. Mio Dio, mio Dio, è possibile? Sì, sì, è vero, verissimo. Mi diceva che non ero stato graziato, non ero stato liberato, non ero stato consegnato alle autorità tedesche: ero stato espulso come un malvivente, come un ostaggio di cui non si ha più bisogno. La mia sventura quindi non è finita. Mi seguirà fino all’ultimo giorno. Mi si rifiutano le mie due patrie, l’Algeria e la Francia, e mi si getta in una terza come si gettano i rifiuti dal vicino. La Francia e la Germania credono di avermi liberato ma la vittoria appartiene interamente a Monsieur Tebboune. Non ha risposto a nessuna delle loro richieste, non le ha nemmeno ascoltate, ha dato loro a credere che avessero ottenuto la mia liberazione grazie alle loro diligenze diplomatiche e umanitarie, e in qualche modo wokiste, ma in verità ha solo affidato loro la parte logistica e programmatica della mia espulsione mascherata da gesto di umanità. Bravo maestro, che magnifico sberleffo! Ho perso il sonno per il resto dei miei giorni, almeno finché ricorderò di essere stato espulso e bandito dal mio paese sotto copertura di un gesto di umanità…

   

Sansal nella sua casa fuori Algeri


All’Eliseo l’accoglienza fu gioiosa. Scartato il formalismo del protocollo. Brigitte lo ha fatto con un gesto della mano. Con il nostro nuovo amico Emmanuel, l’ascolto fu subito totale, con le riserve abituali quando si parla di segreti di Stato. Parole misurate. Toni abbassati. Sguardi seri, un po’ di traverso, si scambiavano da responsabili che sanno che le cose importanti non si consegnano a caldo. Non ero comunque venuto per fare politica, ognuno il suo mestiere.Eravamo lì, filmati da quattro lati, per chiudere simbolicamente una sequenza dolorosa per la Francia, battuta a morte dall’inflessibile e irascibile Tebboune, per Naziha e per me, cacciati come re decaduti votati all’esilio, per il comitato di sostegno, un’entità combattente multiforme, autonoma, mobile, animata da una falange solare: Noëlle Lenoir, Arnaud Benedetti, Jean-Michel Blanquer, Kamel Bencheikh, Xavier Driencourt… Ah, come avrei voluto combattere al loro fianco, fare discorsi infiammati alla tribuna, rompere lance contro i tiranni e l’esercito degli utili idioti! In mancanza di ciò, in questo libro ho tentato di far conoscere la mia lotta contro il Leviatano e Golia, il suo braccio armato, condotta dall’interno delle sue prigioni. Ma senza il comitato e ciò che hanno scatenato di speranze, la mia lotta sarebbe stata solo una lunga lamentazione davanti al muro delle ingiustizie. Grazie alla loro luce, l’abbiamo elevata alla dignità suprema, la lotta per la vita, per la libertà, per la parola mantenuta, per la liberazione dei popoli oppressi.

   

E poi c’è stato il mio editore, Gallimard. Ventisette anni di amicizia senza nubi. Aneddoti a migliaia. Tour meravigliosi. Amici a tutti i piani, in tutti gli angoli e recessi di questa vasta casa… Una fedeltà che non ho mai rotto. Non ho lasciato il mio editore. Bisogna dirlo chiaramente a chi sente solo ciò che vuole sentire. Al mio arrivo a Parigi, dopo la mia liberazione ed espulsione dall’Algeria, ci è stato prestato un appartamento. “Per tutto il tempo necessario”, ci è stato detto nell’euforia del momento. Era così generoso per noi che eravamo in uno stato di estrema angoscia e totale indigenza, un gesto di grande delicatezza. Tre mesi dopo, ci è stato chiesto di restituire l’appartamento. La decisione è caduta come una mannaia. Naziha era sotto shock, braccia penzoloni, balbettava a vuoto, parole che non uscivano, le labbra le tremavano. Non dimenticherò mai il suo sguardo. Ma il più duro, il colpo di grazia, doveva venire dal mio editore letterario, Jean-Marie Laclavetine, mio grande amico e complice di ventisette anni. Qualche giorno dopo – eravamo già partiti – pubblica su Libération una tribuna nella quale mantiene un silenzio assoluto sulla nostra espulsione senza riguardi e mi accusa subito, con molta pietà nella voce, di ingratitudine verso Gallimard che ha tanto fatto per la mia liberazione, di aver ceduto alla lusinga del guadagno e di essermi unito alla “bollosfera”, intendete il campo del Male, dominato da Vincent Bolloré. La sua tribuna ha dato il tono. Media amici, abituati a regolare il pensiero, hanno seguito e in coro hanno ripreso l’antifona: tradimento, ingratitudine, sregolatezza, calcoli di denaro, adesione al campo del Male. I tenori si sono messi in moto in parecchi, Libération, Le Nouvel Obs, Le Monde, per farmi capire che quando si ha la fortuna di essere pubblicati da Gallimard, è vietato andarsene, anche se vi buttano fuori. Perché, a questo punto, andarsene non è andarsene: è tradire il campo del bene e della cultura per arruolarsi in quello del male e del business predatore. Non si attraversa ciò che ho attraversato per ragioni di opportunità. Non si cambia rotta in un momento simile per avidità di guadagno. Nella tribuna che ho pubblicato su Le Monde, mi sono attenuto solo all’aspetto letterario e politico del mio rapporto con Gallimard. La mia convinzione è che il mio libro sulla mia detenzione non potesse uscire da lui: ci sarebbe stata una contraddizione, un’ambiguità morale. La mia posizione era nota, l’avevo espressa durante la detenzione e l’avevo anche comunicata per iscritto al presidente Tebboune: “Voglio i miei diritti, iscritti nella Costituzione, non una grazia”. Questo il comitato l’ha capito e subito messo in atto. Nessuna negoziazione con il potere algerino, ma la lotta fino in fondo per un vero processo pubblico in presenza dei miei avvocati e di osservatori internazionali. Anche a costo di restare e morire in prigione. Un libro è un impegno. E certi libri sono ancora di più: una linea di coscienza. La Légende non è un libro neutro. È un libro di combattimento per la libertà di espressione e la dignità delle vittime del terrore. È un manifesto, un’arringa, un SOS per un popolo in pericolo di morte. Mette in causa il regime algerino odiato. Nomina. Accusa. Un libro del genere non può essere semplicemente pubblicato per prendere posto nel gioco letterario e guadagnare un po’ di soldi, e possibilmente qualche piuma per il cappello. Deve essere portato, difeso, assunto. Ora, una casa editrice ha la sua linea, i suoi equilibri, i suoi vincoli, talvolta le sue prossimità. Non pensavo che La Légende potesse essere difesa in un quadro in cui si impone la prudenza diplomatica, dove la linea d’azione finisce, di fatto, per coincidere con le logiche della ragion di Stato. Non è un rimprovero. È una constatazione. Un’incompatibilità di fatto. Allo Stato le sue ragioni e agli scrittori le loro cause. Siamo su due pianeti. Noi parliamo di morte e di tortura, di un regime che ha fatto centinaia di migliaia di morti durante il decennio nero e che non smette di irrigidirsi e riarmarsi, ci rispondono con piccoli complotti germanopratin e indelicatezze mondane. Bisognava scegliere. Non tra due editori, ma tra due coerenze. Il mio libro non è un inventario. Ancora meno un regolamento di conti. È uno spostamento di paradigma. Si parla di giustizia e di verità, non di diplomazia e di commercio. Perché mentre io imparavo a sopravvivere in pochi metri quadri di prigione, altri, all’interno del comitato, combattevano nello spazio aperto, nazionale e mondiale. Impegnavano più del loro tempo, la loro reputazione e il loro credito. Gallimard ha fatto altrettanto e forse di più, ma in un altro registro. Due linee, due combattimenti. Una porta alla diplomazia, alla negoziazione, e fa di me un ostaggio di cui si mercanteggia la pelle, l’altra allo scontro che fa di me ciò che sono e ciò che voglio restare: un uomo libero che lotta per la sua libertà qualunque ne siano le conseguenze. La prima ha vinto e sono stato graziato, quindi diminuito, ma io, in nome dei miei principi e dei miei impegni, ho optato per la seconda. 

Ormai non posso più fare un passo fuori casa senza essere avvicinato. Per strada, al caffè, sul marciapiede, ovunque. Volti calorosi. Sguardi luminosi. Sorrisi affettuosi. Lo si vede ovunque in Francia: uomini e donne che rifiutano che il loro Paese scompaia, che si dissolva nella mondializzazione, nell’Europa dei burocrati e dei rappresentanti di commercio, o, peggio ancora, in un Islam esaltato che, obbedendo al suo tropismo totalitario, vuole cancellarlo.

La battaglia continua. 


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