Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, il commento di Paolo Crucianelli dal titolo: "Attivisti della Flotilla picchiati dalla polizia a Bilbao. Ma si continua a fare polemica su Ben-Gvir"
La gestione dell’ordine pubblico è sempre materia delicata, come dimostra quanto è successo in questi giorni. A Bilbao quattro arresti, video virali di percosse e la polizia che apre un’inchiesta interna sul comportamento dei propri agenti; tensioni minori in altri scali. Non è questo, però, il punto da cui pesare la vicenda. Gestire una folla eccitata che accoglie reduci celebrati come eroi è mestiere tecnico, soggetto a errori, doveroso da verificare caso per caso. Il problema sta a monte, nella sproporzione tra il racconto che da molti giorni circola e ciò che, quando è stato possibile guardare da vicino, si è visto. E di quella tra le critiche planetarie al comportamento della polizia israeliana e il silenzio su quella spagnola.
Premessa necessaria: il comportamento del ministro Itamar Ben-Gvir è stato indegno. Farsi filmare mentre umilia detenuti è un atto moralmente esecrabile e istituzionalmente inconcepibile, e non a caso Netanyahu ne ha preso pubblicamente le distanze. Detto questo, occorre guardare al lessico con cui la vicenda è stata raccontata. «Tortura», «violenza sessuale», in alcuni passaggi «stupro»; numeri e parole da campo di prigionia — “quaranta coltellate”, “morsi di cani militari”, “percosse continuate per ore”. Sono qualifiche tecniche pesantissime, ognuna con una definizione precisa in convenzioni internazionali e codici penali. Eppure, quando le narrazioni hanno incontrato la verifica visiva, qualcosa si è rotto.
Il deputato M5S Carotenuto ha dichiarato di essere stato picchiato al volto da 3 energumeni: nelle interviste televisive del giorno successivo nessun segno visibile, nessun ematoma, nessuna medicazione. L’attivista tedesca Nesrin Zeaiter è apparsa in barella con collare cervicale in Turchia, raccontando ferite gravissime; poche ore dopo è atterrata a Hannover camminando spedita, apparentemente incolume e sciolta nei movimenti. Va aggiunto un dettaglio non secondario: i referti medici emessi negli ospedali turchi nei confronti di attivisti pro-Palestina hanno una storia che invita alla cautela. Già dopo il Mavi Marmara, nel 2010, la documentazione clinica turca contribuì a costruire un racconto che il Rapporto Palmer dell’ONU avrebbe poi ridimensionato. La Turchia di Erdoğan, su queste vicende, è parte interessata, non terzo neutrale: i suoi referti vanno letti come materiale di parte. Significa che non è successo nulla? No, ma che è successo qualcosa di molto meno grave, almeno a quei soggetti, almeno nei termini dichiarati. La differenza, ai fini del dibattito pubblico, è sostanziale.
L’effetto si chiama, in altri contesti, inflazione lessicale. Quando le stesse parole — «tortura», «stupro» — coprono indistintamente un trattamento crudele, una perquisizione invasiva, un denudamento d’inventario, una notte in cella senza cibo, il loro valore di scambio si svaluta. Ne deriva un duplice danno: scompare il rispetto dovuto a chi quelle parole le ha usate per descrivere fatti veri e estremi — i sopravvissuti dei lager, le donne stuprate in guerra, i superstiti del 7 ottobre — e attenua chi merita davvero di essere attaccato. Perché Ben-Gvir, di fronte a una denuncia che gli imputa quaranta coltellate, ha gioco facile a smontare l’accusa nella sua totalità e a salvare anche il salvabile.
Una critica che voglia essere efficace ha bisogno esattamente del contrario: parole calibrate sulla realtà, fotografie che reggano al confronto con quelle scattate poche ore dopo, numeri verificabili. Ashdod merita un’inchiesta vera, e la merita di più — non di meno — se la si racconta per quello che è stata: un trattamento incivile, talora degradante, di persone fermate al termine di un’operazione largamente prevista e, checché se ne dica, certamente legale. Niente di più. Ma anche niente di meno. Quando il termometro va fuori scala, non si misura più nulla.
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