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Il Foglio Rassegna Stampa
26.05.2026 Relatori speciali Paladini dei diritti, pappagalli delle dittature. Un rapporto sui “gioielli dell’Onu”
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 26 maggio 2026
Pagina: 1/XII
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Relatori speciali Paladini dei diritti, pappagalli delle dittature. Un rapporto sui “gioielli dell’Onu”»

Riprendiamo dal FOGLIO di oggi, a pag. 1/XII, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Relatori speciali Paladini dei diritti, pappagalli delle dittature. Un rapporto sui 'gioielli dell’Onu'"

 

  Informazione Corretta

Giulio Meotti

Roma. Nel novembre 2006, l’allora segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan definì il sistema dei relatori speciali “il gioiello più prezioso del sistema Onu per i diritti umani”. Vent’anni dopo, il gioiello sembra bigiotteria di latta, arrugginita da ipocrisia, finanziamenti opachi e un’antipatia viscerale per le democrazie liberali. Il Consiglio per i diritti umani ha 59 mandati di procedure speciali. 

A questi relatori speciali è data una piattaforma globale da cui emettere comunicati stampa col bollino del Palazzo di vetro e pubblicare rapporti delle Nazioni Unite. I relatori speciali possono influenzare il dibattito pubblico, orientare le discussioni all’interno dell’Onu e plasmare il modo in cui governi, media e società civile interpretano una vasta gamma di questioni politiche e presunte violazioni dei diritti umani. I loro rapporti sono considerati credibili e autorevoli da istituzioni quali le corti penali, i governi, gli organi di informazione, le università e gli attori della società civile.

Ora il rapporto “From Watchdogs to Ideologues”, pubblicato da UN Watch, la sentinella che vigila sul Palazzo di vetro, smonta il sistema. Irene Khan (relatrice speciale sulla libertà di espressione) ha visitato ripetutamente la Cina prima della nomina con tanto di lodi pubbliche alla “Via della seta”. Selezionata da un panel guidato dalla Cina, la Khan si distingue per il silenzio quasi totale sulle repressioni in Cina, Cuba, Eritrea, Nicaragua, Corea del Nord e altri regimi. Il caso più emblematico descritto nel rapporto è quello di Alena Douhan, relatrice speciale sulle misure coercitive unilaterali (ovvero le sanzioni). Secondo il documento, Douhan ha attribuito le crisi economiche e umanitarie di paesi autoritari alle sanzioni occidentali, trascurando fattori interni come corruzione, repressione politica, cattiva gestione economica o conflitti armati. Le sue missioni ufficiali hanno riguardato soprattutto paesi come Cina, Russia, Siria, Venezuela, Zimbabwe, Cuba e Iran, producendo rapporti favorevoli ai governi visitati. Inoltre, il rapporto sottolinea che il suo mandato avrebbe ricevuto finanziamenti provenienti da Cina, Russia e Qatar.

Lo stesso per Ben Saul (diritti umani nella lotta al terrorismo): un finanziamento al suo mandato arriverebbe dalla Cina. Per Margaret Satterthwaite (indipendenza di giudici e avvocati), finanziamenti invece da fondazioni con agenda anti Israele. Reem Alsalem (violenza contro le donne) ha avuto un finanziamento dall’Arabia Saudita, paladina dei diritti delle donne. Anche George Katrougalos (ordine internazionale democratico ed equo) viene presentato come esempio di vicinanza politica ai regimi autoritari: incontro pubblico con il dittatore cubano Miguel Díaz-Canel (gennaio 2025) e foto postate con orgoglio dall’Avana, relazioni strette con la Cina (partecipazione a eventi del Partito comunista), Iran e Russia. Katrougalos ha descritto il diritto internazionale come uno strumento di colonialismo occidentale e promosso riforme della governance globale capaci di ridurre il peso politico delle democrazie liberali. Balakrishnan Rajagopal (diritto alla casa) ignora sistematicamente le violazioni di Cina, Russia e Iran. Attacca invece gli Stati Uniti definendoli “rogue state” e “minaccia globale alla pace”.

Lo schema per i relatori Un altro esempio è quello di Michael Fakhri. Unico viaggio di paese durante il mandato: in Venezuela su invito del regime Maduro, dove ha difeso il governo e attaccato le sanzioni occidentali. Il documento dedica attenzione anche a Tlaleng Mofokeng, accusata di aver espresso simpatia verso Cuba e di aver adottato una retorica radicale. “Fuck him”: così la Mofokeng, relatrice speciale delle Nazioni Unite sul diritto alla salute, si è rivolta a Benjamin Netanyahu.

Quasi tutti i relatori mostrano lo stesso schema: finanziamenti o legami con regimi autoritari, attacchi ossessivi all’occidente, silenzio o minimizzazione sulle violazioni commesse dalle dittature. E’ il paradosso perfetto dell’Onu: un organismo che pretende di giudicare il mondo intero è popolato da relatori che hanno già scelto da che parte stare. Non più cani da guardia dell’umanità, ma referenti delle autocrazie. Il famoso “gioiello” di Annan non brilla più. Riflette il ghigno soddisfatto di chi, da Ginevra, difende i diritti umani, purché non disturbino i dittatori.

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