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Setteottobre Rassegna Stampa
26.05.2026 La Slovenia cambia rotta e torna con Janez Janša verso Israele e Trump
Commento di Alessandro Carmi

Testata: Setteottobre
Data: 26 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Alessandro Carmi
Titolo: «La Slovenia cambia rotta e torna con Janez Janša verso Israele e Trump»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE online il commento di Alessandro Carmi dal titolo: "La Slovenia cambia rotta e torna con Janez Janša verso Israele e Trump"

La Slovenia cambia rotta e torna con Janez Janša verso Israele e Trump

Dopo gli anni del governo Golob, che aveva riconosciuto la Palestina e adottato una linea durissima contro Gerusalemme, Lubiana sceglie un leader nazionalista vicino a Netanyahu e ostile a Bruxelles

Per capire quanto sia cambiata la Slovenia basta mettere una accanto all’altra due immagini politiche degli ultimi anni. Da una parte Robert Golob, il premier liberal che aveva riconosciuto lo Stato palestinese, imposto restrizioni commerciali contro gli insediamenti israeliani e trasformato Lubiana in una delle capitali europee più aggressive verso il governo Netanyahu. Dall’altra Janez Janša, nazionalista conservatore, ammiratore dichiarato di Donald Trump, sostenitore di Israele e convinto che l’Unione Europea abbia imboccato una deriva ideologica e burocratica lontana dagli interessi reali dei suoi cittadini.

Venerdì 22 maggio il Parlamento sloveno ha votato il ritorno al potere di Janša, già tre volte primo ministro, segnando una svolta che potrebbe modificare profondamente la posizione internazionale del piccolo Paese balcanico. Cinquantuno deputati hanno sostenuto il nuovo governo contro trentasei contrari, permettendo al leader del Partito Democratico Sloveno di riprendersi la guida dell’esecutivo dopo il fallimento di Golob nel costruire una maggioranza stabile successivamente alle elezioni di marzo.

Per Israele si tratta di una notizia politicamente importante. Negli ultimi due anni la Slovenia era diventata una sorta di laboratorio europeo dell’ostilità diplomatica verso Gerusalemme. Il governo Golob aveva riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese nel maggio 2024, aveva accusato Israele di “genocidio” nella guerra contro Hamas a Gaza e aveva compiuto una serie di passi senza precedenti all’interno dell’Unione Europea. Lubiana aveva infatti vietato il commercio di armi con Israele, bloccato le importazioni provenienti dagli insediamenti e dichiarato persona non grata il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir e il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich. La Slovenia era arrivata perfino a imporre restrizioni di viaggio contro Benjamin Netanyahu.

Anche sul piano simbolico il governo Golob aveva scelto una linea molto dura. La televisione pubblica RTV Slovenia era stata la prima emittente europea a chiedere l’esclusione di Israele dall’Eurovision Song Contest del 2025 e aveva poi boicottato l’edizione del 2026 in segno di protesta contro la guerra di Gaza.

Janša rappresenta quasi l’opposto ideologico di quel mondo politico. Negli anni ha costruito rapporti stretti con Viktor Orbán in Ungheria, con la destra conservatrice europea e con ambienti vicini ai Repubblicani americani. Durante il suo precedente mandato aveva avuto scontri continui con Bruxelles, accusata di interferire nella politica interna slovena e di usare il tema dello stato di diritto come arma politica contro i governi conservatori dell’Europa centrale.

Sul Medio Oriente le sue posizioni sono chiarissime. Janša ha già dichiarato che vorrebbe trasferire l’ambasciata slovena da Tel Aviv a Gerusalemme e revocare il riconoscimento dello Stato palestinese deciso dal governo precedente. Una scelta che trasformerebbe immediatamente la Slovenia in uno degli alleati europei più vicini a Israele.

Il suo ritorno, però, resta circondato da molte ombre e tensioni. Janša continua infatti a dividere profondamente l’opinione pubblica slovena. I suoi avversari lo accusano da anni di avere cercato di limitare la libertà dei media, di avere attaccato la magistratura e di voler importare in Slovenia il modello politico illiberale di Orbán. Nel 2021 finì inoltre al centro di una polemica internazionale dopo avere pubblicato un tweet nel quale accusava alcuni parlamentari europei di essere “burattini” di George Soros, formula giudicata antisemita da Bruxelles.
Le ultime settimane di campagna elettorale sono state inoltre avvelenate da accuse di interferenze straniere. Le autorità slovene stanno indagando su alcuni video registrati di nascosto contro uomini vicini a Golob e sospettano un possibile coinvolgimento della società israeliana Black Cube, specializzata in intelligence privata. Janša ha ammesso di avere incontrato un rappresentante dell’azienda ma nega qualunque responsabilità nell’operazione.

Anche la stabilità della nuova coalizione appare fragile. Il governo poggia infatti su una maggioranza numericamente ridotta e dipende indirettamente dal sostegno di Resnica, formazione populista filorussa nata durante le proteste contro le restrizioni pandemiche. Proprio questo elemento inquieta molti osservatori europei, soprattutto in una fase nella quale Bruxelles cerca di mantenere compattezza sul sostegno all’Ucraina e sulle politiche comuni di sicurezza.

Resta però il dato politico centrale. La Slovenia, che fino a pochi mesi fa sembrava destinata a consolidare una linea sempre più ostile verso Israele e sempre più integrata nel progressismo europeo, ha improvvisamente invertito la direzione. E questo cambiamento racconta qualcosa di più ampio della sola politica slovena. Dentro l’Europa sta crescendo infatti uno scontro sempre più netto fra governi che interpretano Israele come un alleato strategico dell’Occidente e governi che vedono invece nello Stato ebraico il simbolo di una crisi morale e politica dell’ordine internazionale. Lubiana, almeno per ora, ha deciso da quale parte stare.


info@setteottobre.com

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