Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE online il commento di Shira Navon dal titolo: "La prima donna drusa medico in Israele e la rivoluzione silenziosa di Nadia Khir"

Premiata in Israele la ginecologa che sfidò i divieti della società drusa negli anni Ottanta e aprì la strada a un’intera generazione di donne
Quando Nadia Khir decise di studiare medicina aveva diciotto anni e sapeva perfettamente che la sua scelta avrebbe potuto costare carissimo alla sua famiglia. Nella società drusa tradizionale della Galilea di quarant’anni fa una ragazza che andava all’università rischiava infatti di trascinare genitori e parenti nell’emarginazione sociale e religiosa. Oggi la dottoressa Khir viene premiata come una delle figure femminili più influenti della società israeliana, però dietro quella celebrazione pubblica sopravvive ancora il ricordo molto concreto della paura, della pressione comunitaria e della solitudine che accompagnarono la sua decisione.
La ginecologa drusa, oggi cinquantottenne, ha ricevuto nei giorni scorsi il premio Habama Shelahen, “Il loro palcoscenico”, assegnato in Israele a donne che hanno avuto un ruolo pionieristico nei rispettivi campi. La sua storia possiede davvero qualcosa di pionieristico, perché Nadia Khir fu la prima donna drusa a diventare medico nello Stato ebraico. Oggi le professioniste druse della sanità sono decine, ma all’inizio degli anni Novanta lei rappresentava ancora un’eccezione assoluta.
Intervistata dal Times of Israel nella sua casa di Julis, villaggio druso della Galilea occidentale, Khir ha raccontato quale fosse la condizione femminile dentro i segmenti più conservatori della comunità quando era ragazza. “Sentivo storie di donne morte dissanguate o dopo aborti spontanei perché non volevano farsi visitare da medici uomini”, ha spiegato. Fu proprio questo a spingerla verso la ginecologia. Nella tradizione drusa più rigida, infatti, il contatto fisico tra uomini e donne estranei alla famiglia è fortemente limitato e molte pazienti evitavano visite mediche anche in situazioni gravissime.
La società drusa israeliana costituisce una realtà molto particolare nel Medio Oriente contemporaneo. I drusi, comunità religiosa nata nell’XI secolo da una derivazione dell’islam sciita ma sviluppatasi poi in modo autonomo, vivono soprattutto in Siria, Libano, Israele e Giordania. In Israele rappresentano circa 180 mila persone e, diversamente dalla maggioranza araba musulmana, mantengono storicamente un rapporto molto stretto con lo Stato ebraico, compreso il servizio militare nell’esercito israeliano.
Questo legame, tuttavia, non ha cancellato tensioni interne profonde fra modernizzazione e tradizione. Quando Nadia Khir venne accettata al Technion di Haifa nel 1985, racconta di avere avuto il terrore che la madre venisse punita dalla leadership religiosa drusa. Fu un incontro casuale con lo sceicco Faraj Fadul, allora guida spirituale della comunità drusa israeliana, a cambiarle la vita. Khir gli confessò la propria paura e lui le rispose semplicemente: “Non preoccuparti, tua madre non sarà punita”. Una frase che oggi può sembrare minima, però in quel contesto equivaleva a un lasciapassare morale e sociale.
Perfino prendere la patente rappresentava un problema. Le donne druse, all’epoca, non guidavano. Così Nadia Khir andò a prendere la patente a Haifa, lontano dai villaggi della Galilea dove la pressione sociale restava soffocante. Oggi molte ragazze druse frequentano l’università, lavorano negli ospedali, guidano e vivono una vita molto diversa rispetto alle generazioni precedenti, anche se nelle famiglie più conservatrici certe restrizioni continuano a esistere.
La trasformazione appare evidente proprio osservando le figlie della dottoressa Khir. Una è medico al Rambam Medical Center di Haifa, un’altra studia ingegneria elettrica all’università di Tel Aviv e la più giovane frequenta informatica al Technion. Una di loro, Monia Heno, ha perfino conquistato una medaglia d’argento ai campionati mondiali di kickboxing del 2023 rappresentando Israele con la bandiera israeliana e quella drusa accanto.
Dentro questa storia familiare si riflette qualcosa di molto più ampio della semplice emancipazione individuale. Israele possiede infatti una delle percentuali più alte al mondo di medici provenienti dalle minoranze arabe. Secondo i dati del ministero della Salute israeliano, musulmani, cristiani e drusi rappresentano circa un quarto dei medici e degli infermieri del Paese, mentre quasi la metà dei farmacisti israeliani appartiene alla popolazione araba.
Nadia Khir osserva oggi le giovani donne druse che studiano nelle università israeliane con una specie di stupore ancora incredulo. “Possono studiare ciò che vogliono e nessuno espellerà più i loro genitori dalla comunità”, dice. Dietro quella frase si intravede la distanza enorme che separa l’Israele di oggi da quello nel quale una ragazza drusa doveva chiedere quasi clandestinamente il permesso di diventare medico.