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Setteottobre Rassegna Stampa
26.05.2026 USA. I democratici voltano le spalle a Israele
Commento di Paolo Montesi

Testata: Setteottobre
Data: 26 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Paolo Montesi
Titolo: «USA. I democratici voltano le spalle a Israele»

Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Paolo Montesi dal titolo: "USA. I democratici voltano le spalle a Israele"

USA. I democratici voltano le spalle a Israele

Un sondaggio del New York Times fotografa una frattura ormai profonda dentro l’elettorato progressista americano, soprattutto tra i giovani, mentre cresce la simpatia verso i palestinesi

 

Tre democratici americani su quattro sono contrari agli aiuti economici e militari a Israele. Già questo dato basterebbe a raccontare il terremoto politico che sta attraversando il rapporto fra il Partito Democratico e lo Stato ebraico, però il quadro emerso dall’ultimo sondaggio del New York Times e del Siena College dice qualcosa di ancora più radicale: dentro una parte crescente dell’America progressista Israele ha cessato di essere percepito come un alleato occidentale sotto attacco ed è diventato il simbolo stesso di un potere aggressivo, coloniale, militarizzato, da isolare moralmente prima ancora che politicamente.

Il sondaggio, condotto su 1.507 elettori registrati, mostra infatti che il 74 per cento degli elettori democratici si oppone a ulteriori aiuti americani a Israele, mentre appena il 20 per cento sostiene ancora l’assistenza economica e militare a Gerusalemme. Ancora più significativo il dato sulle simpatie: il 60 per cento degli intervistati dichiara di sentirsi più vicino ai palestinesi, contro appena il 15 per cento che si schiera maggiormente con Israele.

Non si tratta di un episodio isolato o di una fiammata legata alla guerra di Gaza. Da almeno dieci anni il rapporto sentimentale, culturale e politico tra i democratici e Israele si sta sgretolando lentamente, anche se il 7 ottobre e la devastazione successiva della Striscia hanno accelerato il processo in modo impressionante. La vecchia alleanza bipartisan americana attorno a Israele continua formalmente a esistere a Washington, nelle strutture del Congresso, nelle leadership istituzionali e in buona parte dell’apparato della sicurezza nazionale, però nel corpo vivo dell’elettorato democratico qualcosa si è spezzato.

Il dato generazionale è forse il più inquietante per Israele. Tra gli elettori democratici fra i 18 e i 44 anni soltanto il 7 per cento dichiara maggiore simpatia verso Israele nel conflitto con i palestinesi, mentre tra gli over 45 il dato sale al 22 per cento. La differenza è enorme e suggerisce che il problema per Gerusalemme non riguarda solo l’oggi ma soprattutto il domani. Una parte consistente della futura classe dirigente americana, cresciuta dentro l’universo culturale dei social network, dell’intersezionalità e della politica identitaria, guarda infatti al conflitto israelo-palestinese attraverso categorie completamente diverse da quelle che avevano dominato il discorso occidentale dopo la Shoah e dopo le guerre arabo-israeliane del Novecento.

Per decenni Israele era stato percepito nel mondo liberal americano come una democrazia assediata, fragile, circondata da regimi ostili. Oggi, dentro i campus universitari, nei movimenti progressisti e in una parte sempre più influente dei media culturali, prevale un’altra immagine: quella di una potenza militare sostenuta dall’Occidente che esercita un controllo opprimente sui palestinesi. È una trasformazione enorme, che riguarda il linguaggio, la cultura politica, la gerarchia delle emozioni pubbliche e persino la memoria storica.

Donald Trump, paradossalmente, ha contribuito ad approfondire questa frattura. Il suo sostegno totale a Benjamin Netanyahu, il trasferimento dell’ambasciata americana a Gerusalemme, gli Accordi di Abramo presentati come trionfo personale e infine la guerra con l’Iran hanno consolidato nell’immaginario progressista l’idea di un asse politico e ideologico fra trumpismo e destra israeliana. Il sondaggio mostra infatti che il 90 per cento degli elettori democratici boccia la gestione trumpiana del conflitto israelo-palestinese e il 94 per cento respinge il suo approccio verso l’Iran.

Dentro il Partito Democratico convivono ancora anime diverse. L’establishment tradizionale continua in larga misura a difendere il legame strategico con Israele, mentre figure come Alexandria Ocasio-Cortez, Rashida Tlaib o Ilhan Omar interpretano un sentimento molto più diffuso nella base giovane e progressista. Il problema per Israele è che la seconda area cresce rapidamente sul piano culturale e mediatico, soprattutto nei luoghi dove si formano le future élite americane.

Per Gerusalemme la questione non riguarda soltanto la diplomazia o gli equilibri militari. Riguarda la legittimità morale nel più importante alleato occidentale. Uno Stato può sopravvivere a governi ostili, a presidenti difficili o a crisi momentanee. Diventa molto più complicato resistere quando cambia la sensibilità profonda di una generazione.


info@setteottobre.com

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