Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Israel Hayom apparsa sul Foglio dal titolo: "Erri De Luca a Gerusalemme: 'Sono sionista, come chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere e di due entità a vivere fianco a fianco. A Gaza non c’è nessun genocidio: c’è una brutale guerra urbana moderna, dove il nemico si trincera tra i propri civili. Non intendo condividere nessun palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa, e gli insulti della cricca letteraria non mi toccano'"
“L’arrivo di Erri De Luca all’International Writers Festival di Mishkenot Sha’ananim a Gerusalemme, con il sostegno della Jerusalem Foundation, non è una tappa del tour promozionale di uno scrittore internazionale. E’ un atto di allineamento morale contro i venti dominanti”.
Così il giornale Israel Hayom. La direttrice del festival, Julia Fermentto-Tzaisler, quest’anno aveva invitato il Nobel sudafricano J.M. Coetzee, una delle figure più acclamate della letteratura contemporanea, che però ha deciso di boicottare Israele.
De Luca prenderà parte all’incontro “From Naples to Jerusalem”, che prevede un dialogo con il professore universitario Uri S. Cohen sul clima letterario e culturale dell’Italia contemporanea, oltre che sulle opere dell’autore partenopeo e sul suo nuovo libro che sarà presto pubblicato in ebraico. “Non è solo un romanziere e poeta di riferimento, ma anche un attivista sociale, che parla yiddish ed ebraico antico, che ha tradotto la Bibbia in modo unico” è la descrizione di De Luca che si può leggere sulle pagine ufficiali del festival.
“In Italia, e in gran parte dell’occidente oggi, sionista è una maledizione” dice a Israel Hayom. “Un insulto che ti lanciano per segnare i confini di ciò che è inaccettabile. Per me il sionismo è il riconoscimento più semplice e basilare del diritto degli ebrei a una patria nazionale, a una difesa esistenziale e necessaria. Chiunque riconosca il diritto di Israele a esistere qui, chiunque veda due entità vivere fianco a fianco, è già sionista per questo fatto stesso. In Europa ci sono molte persone che la pensano così ma hanno paura della loro stessa ombra. Non sanno di essere sionisti. Io lo dico ad alta voce, e non mi importa del prezzo”.

“Tutto esaurito” per l’incontro di lunedì sera “Da Napoli a Gerusalemme”: Erri De Luca in dialogo con Uri S. Cohen
Recentemente ha corrisposto con la sua amica, la cantante Achinoam Nini. Lei gli ha chiesto di partecipare a un evento che sta organizzando a Firenze a luglio. De Luca non ha cercato di smussare gli spigoli per compiacere qualcuno e ha posto una condizione morale esplicita.
“Le ho detto: sarò felice di venire, ma sono sionista. Non sono capace di sedermi nella stessa stanza o condividere un palco con persone che desiderano che Israele venga cancellato dalla mappa. E, cosa più importante, non collaborerò con nessun evento o forum in cui si parli di genocidio in riferimento a Gaza”.
L’uso del termine “genocidio” suscita in lui una profonda rabbia grammaticale. “So benissimo cosa sia un genocidio, e applicarlo alla guerra di Gaza è una distorsione storica e verbale. Ciò che è accaduto a Gaza è una guerra brutale e moderna, in cui il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto. Lo abbiamo visto a Mosul, a Raqqa e a Mariupol. E’ l’effetto inevitabile del combattere un nemico che si trincera tra i propri civili. E’ terribile, ma non è genocidio”.
La migliore prova dell’assurdità, dice, sta nel movimento operativo delle Forze di Difesa Israeliane. “Se l’obiettivo dell’esercito fosse lo sterminio di un popolo, aveva un bersaglio perfettamente immobile, dato che l’intera popolazione era concentrata dentro la città. Il fatto che Israele abbia ripetutamente spostato la popolazione civile, da nord a sud e da sud a nord, per allontanarla dalle zone di combattimento attivo, rende questa accusa vuota. Non si basa su fatti o osservazioni, ma su un chiaro desiderio di insultare Israele e di ferirne la legittimità”. Ha quindi chiarito a Nini di non essere disposto “a fare da ornamento intellettuale a gruppi che usano queste parole”.
La solitudine non spaventa Erri De Luca. Guarda con cortese disprezzo l’establishment culturale italiano, che ora cerca di punirlo con il silenzio o l’ostracismo.
“Gli insulti della cricca letteraria non mi toccano. Sono volontariamente isolato dal mondo culturale italiano da un quarto di secolo. Non ho mai accettato di partecipare a premi letterari, né come candidato, né come giudice, né come ornamento. Non mi interessano le piccole conventicole, la politicizzazione a buon mercato delle case editrici. Quando una persona è appoggiata a una parete di roccia, non ha bisogno di un critico letterario che tenga la corda”.
L’amore quasi mistico di De Luca per la lingua ebraica, la Bibbia e la cultura ebraica, e di conseguenza per Israele, sembra a prima vista un enigma letterario senza radici. E’ nato a Napoli, cresciuto in una famiglia cattolica e non è stato esposto nell’infanzia a nessun filo biologico di connessione. Questo enigma ha turbato non solo i suoi lettori, ma anche i suoi cari. “La guerra, la distruzione di Napoli e lo sterminio degli ebrei europei sono gli eventi in cui mi sono sentito coinvolto e personalmente impegnato, nel profondo”.
Quando l’orrore è arrivato la mattina del 7 ottobre, De Luca ha seguito i resoconti dalla sua casa isolata, con la comprensione immediata che qualcosa nei vecchi sistemi concettuali era completamente crollato. La sua analisi degli eventi non è politica e non si traduce nei cliché familiari dei media stranieri.
“La prima cosa che mi ha colpito quella mattina è stata l’assoluta mancanza di preparazione, l’allarmante assenza di difesa militare nella zona. Non c’era difesa lì. La risposta iniziale è stata interamente sulle spalle di singoli individui che hanno mostrato una selvaggia ingegnosità e hanno combattuto da soli contro la morte. Ma oltre al fallimento operativo o di intelligence tattica, sono convinto che ci sia stata una ‘ignoranza volontaria’ da parte del vostro governo. C’è stato un rifiuto cosciente e profondo di capire la situazione, e il risultato è stato il prezzo più terribile di tutti, qualcosa che non si sarebbe nemmeno potuto immaginare”.
Ciò che rende il massacro del 7 ottobre ancora più orribile e distinto nella lunga storia delle persecuzioni degli ebrei, secondo De Luca, è l’elemento del rapimento di civili.
“Sento gente usare il termine pogrom, ma ciò che è accaduto qui è stato peggiore e più sofisticato di un pogrom. Nei classici pogrom europei i rivoltosi non prendevano ostaggi su questa scala. Venivano, uccidevano, distruggevano e se ne andavano. Qui l’uso massiccio di ostaggi e la loro detenzione nelle gallerie aggiungono una dimensione di crudeltà pianificata e razionale che rende questo evento qualcosa di brutto e diverso da tutto ciò che abbiamo conosciuto nella storia moderna”.
Sente che “Israele sta combattendo ora quella che è assolutamente l’ultima guerra nella struttura a noi familiare, a Gaza, in Libano e in Iran. Dovete cercare di liberarvi di Hamas e Hezbollah politicamente e operativamente, e vedo piccoli segnali che questo è possibile. Il fatto che si siano tenute recentemente elezioni locali a Deir al-Balah [nella striscia di Gaza] per la prima volta in 20 anni, e che Hamas non abbia avuto posto né piede in esse, mostra che c’è la possibilità che il popolo palestinese capisca di doversi liberare di loro per sopravvivere”.
Per spiegare il paradosso per cui la libertà interna nasce proprio dalla sconfitta esterna, De Luca torna all’Italia della Seconda guerra mondiale.
“L’Italia è riuscita a liberarsi del fascismo di Mussolini solo perché ha perso completamente la guerra e perché le forze alleate, gli americani, gli inglesi e anche la Brigata ebraica, hanno occupato il paese. Nessun popolo può liberarsi da solo di un regime totalitario interno senza uno shock esterno schiacciante. Guardate cosa è successo in Spagna: Franco non è entrato nella guerra mondiale, non è stato sconfitto militarmente, e quindi il fascismo è sopravvissuto indisturbato fino agli anni 70. Lo stesso è accaduto in Argentina. La dittatura militare della giunta è caduta solo dopo aver perso la guerra delle Falkland contro i britannici. C’è un momento storico in cui un gruppo o un popolo può essere redento e liberato solo attraverso la sconfitta militare dei suoi leader tirannici. E’ quello che sta accadendo ora a Gaza, ed è l’unica possibilità di un vero cambiamento nella regione”.
(Da: Giulio Meotti su Il Foglio, 25.5.26)