Riprendiamo dal RIFORMISTA, inserto HaKol, l'analisi di Davide Gerbi dal titolo: "Le polemiche contro Ben Gvir sono il pretesto per continuare a demonizzare Israele"
In questi giorni il caso della Flotilla diretta verso Gaza ha occupato le prime pagine dei giornali e i social network di mezzo mondo. Le immagini diffuse, le dichiarazioni degli attivisti e le reazioni del governo israeliano hanno alimentato un clima emotivo fortissimo, nel quale diventa sempre più difficile distinguere i fatti dalla propaganda. Da una parte, il ministro della Sicurezza israeliano Itamar Ben Gvir ha commesso, a mio avviso, un grave errore politico e mediatico. Trasformare l’intervento contro la Flotilla in un’esibizione pubblica di forza, accompagnata da simboli nazionali e da un linguaggio fortemente identitario, ha inevitabilmente contribuito ad alimentare tensioni già enormi. In un momento storico così delicato, ogni gesto spettacolare rischia di diventare benzina sul fuoco.
Dall’altra parte, però, colpisce anche la rapidità con cui alcuni attivisti e parte del mondo mediatico hanno trasformato questa vicenda in una rappresentazione estrema, utilizzando paragoni che evocano torture, campi di concentramento e violenze sistematiche senza che vi siano prove evidenti di tali accuse. Viviamo in un’epoca in cui il conflitto non si combatte soltanto sul terreno militare, ma soprattutto sul piano simbolico e mediatico. Nell’epoca dei social network e dell’informazione istantanea, la battaglia per il consenso internazionale si combatte sempre più attraverso immagini emotive, slogan e rappresentazioni simboliche capaci di influenzare profondamente la percezione collettiva dei conflitti. Ogni immagine viene immediatamente caricata di significati assoluti. Ogni episodio diventa una battaglia narrativa. E in questo clima la complessità sparisce.
Personalmente conosco Israele, conosco molte persone che hanno servito nell’Idf e conosco il codice etico con cui gran parte dell’esercito israeliano è stato formato. Questo non significa che non possano esserci errori, eccessi o responsabilità politiche da discutere criticamente. Ma significa anche che non credo sia serio trasformare automaticamente ogni intervento di sicurezza in una narrazione totalitaria o concentrazionaria. La vicenda della Flotilla ha prodotto una reazione pubblica molto polarizzata. Non tutti credono alla narrazione vittimista proposta da alcuni attivisti: molti percepiscono l’operazione come una provocazione mediatica prevista e costruita fin dall’inizio. Resta inoltre una domanda concreta e legittima: chi finanzia, organizza e sostiene queste spedizioni?
Personalmente resto molto prudente davanti ad alcune delle testimonianze diffuse immediatamente dopo il fermo della Flotilla. In molti casi colpisce la rapidità con cui il racconto pubblico si è strutturato attraverso immagini, slogan e accuse estremamente gravi, spesso formulate in modo quasi identico da persone diverse. Naturalmente ogni eventuale abuso reale dovrebbe essere verificato e condannato senza esitazioni. Ma, proprio per la gravità di certe accuse, credo sia necessario distinguere tra fatti accertati e costruzioni emotive o mediatiche che rischiano di trasformare immediatamente ogni intervento di sicurezza in una rappresentazione assoluta del male. Il rischio, in questi casi, è che la forza emotiva delle immagini finisca per sostituire la verifica critica dei fatti.
Israele si trova da anni a dover gestire minacce terroristiche concrete e organizzazioni che utilizzano anche la propaganda e la comunicazione come strumenti di guerra politica e simbolica. Per questo motivo, le autorità israeliane considerano qualunque tentativo di forzare blocchi o misure di sicurezza come una questione estremamente delicata. Questo non significa che ogni scelta sia automaticamente giusta o che non possano esserci errori. Significa però che il contesto reale è molto più complesso della rappresentazione semplicistica secondo cui da una parte esisterebbero soltanto vittime innocenti e dall’altra un sistema mosso unicamente da brutalità e disprezzo.
Ma c’è anche un altro dato preoccupante: il clima pubblico attorno a questa vicenda si è fortemente radicalizzato. Da un lato si costruisce l’immagine del martire e della vittima assoluta; dall’altro, soprattutto nei social e nel dibattito mediatico internazionale, si sviluppano reazioni emotive sempre più aggressive e polarizzate. Israele, come ogni Stato, ha il diritto e il dovere di far rispettare i propri confini e le proprie misure di sicurezza, soprattutto in un contesto di guerra e di minaccia terroristica. Ma intorno a questo episodio si è costruita una rappresentazione mediatica che rischia di trasformare ogni azione di sicurezza in una narrazione assoluta di oppressione e male. In questo modo la vicenda non produce solo informazione, ma alimenta tifoserie ideologiche, radicalizzazione e una crescente delegittimazione reciproca. In mezzo, la verità dei fatti rischia di sparire.
La critica a un governo è legittima in democrazia. Lo è anche la critica dura. Ma quando ogni evento viene immediatamente inserito in una narrazione assoluta in cui Israele diventa il simbolo universale del male, allora non siamo più nel terreno della critica politica. Entriamo invece in una dimensione ideologica e profondamente emotiva che alimenta polarizzazione, radicalizzazione del dibattito pubblico e una crescente ostilità verso Israele e, sempre più spesso, anche verso gli ebrei nel mondo. Israele può certamente essere criticato come ogni altro Stato democratico. Ma far rispettare i propri confini e le proprie misure di sicurezza, soprattutto in tempo di guerra, non significa automaticamente agire per odio o per volontà di oppressione. Questo non significa ignorare le profonde tensioni interne alla società israeliana, né le critiche internazionali legate alla questione dei coloni, degli insediamenti e alle posizioni sempre più radicali di alcuni settori politici e religiosi. Anche questi aspetti contribuiscono ad alimentare un clima di conflittopermanente e di crescente isolamento internazionale, mentre vi sarebbe urgente bisogno di una reale de-escalation di questo conflitto storico ancora irrisolto. Non è un caso che anche all’interno di Israele vi siano state prese di distanza rispetto alla spettacolarizzazione mediatica di questa vicenda e ai toni utilizzati da alcuni esponenti politici. Questo conferma quanto la società israeliana sia attraversata da un dibattito interno molto vivo, spesso ignorato da chi tende a rappresentarla come un blocco ideologico uniforme.
Mi colpisce inoltre come sempre più spesso il dibattito internazionale finisca per descrivere Israele attraverso categorie assolute e semplificate: “Stato oppressore”, “cultura del disprezzo”, “regime totalitario”. Israele può e deve essere criticato come ogni democrazia. Ma ridurre una società complessa, pluralista e attraversata da un continuo dibattito interno a una caricatura ideologica significa non vedere più la realtà del Paese. In Israele convivono culture, lingue, religioni ed etnie differenti. È una società piena di conflitti, tensioni e contraddizioni, ma anche una società democratica nella quale esistono dissenso, pluralismo e libertà di critica, spesso molto più forti che in molti Paesi che oggi la giudicano. Tutto questo viene troppo spesso ignorato, mentre cresce una narrazione internazionale che tende non soltanto a criticare le scelte politiche del governo israeliano, ma a delegittimare progressivamente l’esistenza stessa dello Stato di Israele e, indirettamente, anche il significato storico della Shoah.
Quando ogni azione israeliana viene immediatamente paragonata al nazismo, quando i soldati dell’Idf vengono definiti “i nuovi nazisti”, quando persino il Giorno della Memoria viene boicottato o svuotato del suo significato universale, allora non siamo più davanti a una critica politica, ma a una deformazione simbolica e storica molto pericolosa. Esiste una differenza profonda tra il diritto di criticare un governo democratico e la trasformazione dello Stato di Israele nel simbolo assoluto del male contemporaneo. Si dimentica troppo facilmente che molti giovani soldati israeliani che oggi combattono per difendere il proprio Paese sono figli o nipoti di famiglie sopravvissute alla Shoah, cresciuti dentro una memoria storica segnata dalla persecuzione, dall’esilio e dal trauma. Questo non rende Israele immune da errori o responsabilità politiche. Ma rende ancora più grave e superficiale l’uso automatico di paragoni storici estremi che finiscono per banalizzare sia il presente sia la tragedia della Shoah stessa.
Per questo motivo credo che oggi serva più lucidità e meno teatralizzazione da parte di tutti: da parte dei politici israeliani che cercano consenso attraverso la provocazione, ma anche da parte di chi utilizza ogni episodio per rafforzare una narrazione globale di demonizzazione. Forse uno degli aspetti più inquietanti di questa vicenda è proprio la crescente teatralizzazione del conflitto. La comunicazione contemporanea sembra trasformare ogni episodio in una scena simbolica nella quale tutti hanno bisogno di occupare immediatamente un ruolo assoluto: il salvatore, il martire, il difensore della civiltà, il combattente contro il male. In questa dinamica il rischio è che la ricerca di visibilità, consenso e legittimazione simbolica finisca per prevalere sulla realtà concreta dei fatti. Il conflitto smette così di essere affrontato nella sua complessità storica e umana e diventa una rappresentazione permanente alimentata da immagini, slogan e polarizzazioni emotive. Da una parte il gesto spettacolare del potere politico; dall’altra la costruzione mediatica della vittima assoluta. In mezzo, ancora una volta, il rischio è che la sofferenza reale delle persone venga utilizzata come materiale simbolico dentro una guerra narrativa senza fine.
La sofferenza delle persone coinvolte in questo conflitto, scatenato il 7 ottobre dall’organizzazione terroristica di Hamas e capace di generare dolore, trauma e distruzione sia nel popolo israeliano sia nel popolo palestinese, merita qualcosa di più della propaganda, della teatralizzazione e del trionfo dell’ego.
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