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Il Foglio Rassegna Stampa
25.05.2026 Hasta la flotilla, siempre. Gaza è il nuovo Vietnam salato
Commento di Giulio Meotti

Testata: Il Foglio
Data: 25 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Hasta la flotilla, siempre. Gaza è il nuovo Vietnam salato»

Riprendiamo dal FOGLIO, inserto Magazine, il commento di Giulio Meotti dal titolo: "Hasta la flotilla, siempre. Gaza è il nuovo Vietnam salato"

 

 Informazione Corretta

Giulio Meotti

 

Navigando verso Gaza, la storia può essere distorta da una Fata Morgana e sembrare un magazzino di analogie da saccheggiare senza pudore. Edward Peck, che fu ambasciatore americano di lungo corso in medio oriente e uno dei volti pubblici della prima Flottilla salpata dalla Turchia di Erdogan, sugli schermi di Fox News alla domanda se Hezbollah fosse un’organizzazione terroristica rispose citando i soldati americani paracadutati in Germania durante la Seconda guerra mondiale. I terroristi sciiti come i ragazzi dell’82esima Divisione aviotrasportata? Greta Berlin, una delle fondatrici del Free Gaza Movement dietro la Flotilla, mesi fa ha detto che i palestinesi giustiziati da Hamas dopo il cessate il fuoco con Israele erano dei “traditori”, insinuando che la loro punizione fosse paragonabile a quella inflitta dai francesi ai collaborazionisti nazisti. Paragoni che richiedono una dose impressionante di malafede. E la malafede, insieme alla buona volontà, abbonda spesso nelle stive delle flottiglie per Gaza.

Passeranno da poppa Annette Groth della Linke tedesca, un nipote di Nelson Mandela, la sorella della presidente irlandese Catherine Connolly, l’assistente del Segretario dell’Onu Denis Halliday e Mairead Corrigan-Maguire con il suo Nobel per la Pace nordirlandese. Un bel campionario di credenziali impeccabili. Il compianto giallista Henning Mankell e l’autrice del “Colore viola” Alice Walker avrebbero portato il prestigio letterario (e proibito le traduzioni in ebraico dei loro romanzi), mentre Liam Cunningham, l’attore di “Game of Thrones”, e Gustaf Skarsgård, una certa aura hollywoodiana. Un bel mix di conscience washing, fra cui ex funzionari internazionali che non sono riusciti a riformare l’Onu ma credono di poter riformare il medio oriente dal ponte di una nave e pure una nobile inglese, Alexandra Lort-Phillips, discendente dei visconti di Cobham. Senza dimenticare un famoso vescovo, Hilarion Capucci, lo stesso che nel 1974, poco dopo essere stato nominato massimo vescovo della Chiesa melchita (legata al rito latino) a Gerusalemme, venne arrestato dalle truppe israeliane sul ponte di Allenby mentre stava trasportando sulla sua Mercedes armi per i terroristi dell’Olp (Capucci si fece due anni di carcere prima della richiesta del Vaticano a Israele di liberarlo).

Nipoti di Mandela, funzionari Onu, premi Nobel, scrittori, attori e anche un vescovo che trasportava armi per l’Olp

Le flottiglie sono barche noleggiate da collettivi contrari al blocco israeliano, che battono bandiere europee e sono ornate di bandiere palestinesi. Le sigle si perdono: Ship to Gaza Sweden, Ship to Gaza Norway, Canadian Boat to Gaza, Freedom Flotilla Italy, Rumbo a Gaza Spain, US Boat to Gaza, Free Gaza Australia e Global Sumud. Uno dei filantropi del movimento si chiama Neville Roy Singham, che ha venduto la sua compagnia di software e incassato 785 milioni di dollari. Ha detto che il Venezuela sotto Hugo Chávez era un “luogo fenomenale e democratico” e che le politiche economiche della Cina dovrebbero servire da modello per le economie capitaliste occidentali. Racconta la Free Press di Bari Weiss che Singham ha sposato Jodie Evans, ex attivista politica democratica, in una cerimonia sulla spiaggia a Runaway Bay, in Giamaica. “Figure di spicco della sinistra, tra cui la scrittrice di ‘Monologhi della Vagina’ Eve Ensler e Ben Cohen del gelato Ben & Jerry’s, hanno partecipato all’evento di tre giorni, che prevedeva un codice di abbigliamento ‘festivo radical chic’ e una tavola rotonda di tre ore su ‘Il futuro della sinistra’”. C’è anche Medea Benjamin, la fondatrice di Code Pink e presidente della Arc of Justice Foundation, organizzazione benefica con a disposizione 51 milioni di dollari.Benjamin ha compiuto numerosi viaggi a Gaza tra il 2009 e il 2012, dove ha incontrato funzionari di Hamas, tra cui l’allora leader Ismail Haniyeh. Di sé Benjamin dice di essere “semplicemente una cittadina americana che crede nella diplomazia e nella pace”.

La prima e più famosa flottiglia partì nel 2010. Sei navi, tra cui la leggendaria Mavi Marmara. Obiettivo: rompere il blocco navale israeliano di Gaza, creato due anni prima. Il 31 maggio 2010 le forze israeliane abbordarono le navi in acque internazionali. Un incidente terribile e uno scontro a fuoco in cui morirono nove attivisti. Da quel momento, il copione si ripete con regolarità: proclami di rottura del blocco di Gaza, appelli alla comunità internazionale, raccolta fondi via crowdfunding, saluti alla stampa dai porti, dirette social, l’intercettazione della marina israeliana. “Credo che le persone che oggi si imbarcano su queste barche stiano salvando l’onore della Francia”, ha dichiarato Manuel Bompard, coordinatore nazionale della France insoumise, il partito di sinistra di Jean-Luc Mélenchon. 

Ogni fallimento è venduto come una vittoria morale per trasformare l’impotenza in martirio mediatico. “Al loro ritorno, alcuni membri dell’equipaggio della Sumud per Gaza, intercettata da Israele, orchestrano una messa in scena con gesti sincronizzati, quasi come in una commedia musicale” scrive sul Point francese il romanziere algerino Kamen Daoud. “Questa effusione mi colpisce: pone la questione della parte di spettacolo nell’impegno. Una ‘diplomazia dello spettacolo’, dove i media e i social network diventano i veri teatri dell’azione umanitaria. E’ un po’ la faccia festosa e sicura di sé dell’occidente che si sogna salvatore, Superman, eroe, e che riduce l’altro, nella sua tragedia reale, a un semplice sfondo, una comparsa accessoria. Quelli della Flotilla ballano, ridono, tornano a casa, mentre la morte resta sul posto. Al loro ritorno, ‘sono stato torturato’; ‘ho sofferto per le cimici dei letti’; ‘mi hanno tirato i capelli’. Bisogna davvero subire questo spettacolo aggiuntivo? E’ questo che chiedono i palestinesi? Una squadra di comparse che attraversa il mare per farsi fotografare, fremere sotto un drone, e tornare da saltimbanchi, servendo, per alcuni, una diplomazia dello spettacolo tinta di opportunismo elettorale? Da dove viene questa indecenza, amplificata dalle dinamiche interne delle democrazie dove l’immagine pubblica pesa molto nelle urne?”.

“Una messa in scena con gesti sincronizzati, dove i media e i social sono i veri teatri dell’azione umanitaria” (Kamel Daoud)

Gaza resta Gaza e l’ego europeo brilla di luce riflessa, dalle ereditiere tedesche discendenti di dinastie chimiche tristemente note che ora veleggiano verso il blocco navale sionista, alle attiviste queer che scoprono, con sincero stupore, che certi coordinatori islamisti a bordo preferiscono la sharia alla rainbow flag. Se gli dei esistono, sembra che amino dare lezioni. E così le attiviste woke ballano sul ponte di una delle barche della Flotilla ormeggiata in Grecia, perché se lo facessero a terra Hamas non sarebbe clemente con loro. L’anno dopo ci riprovarono con la Freedom Flotilla, la prima. Diverse navi furono bloccate dalle autorità greche; nessuna raggiunse Gaza. Trascorrono quattro anni e parte un’altra flottiglia internazionale. La nave principale, la Marianne of Gothenburg, grande nome, viene intercettata dalla Marina israeliana prima di arrivare a destinazione. Un anno e ripartono. Stavolta è la Women’s Boat to Gaza, missione composta da attiviste internazionali e parlamentari donne. Poi entra in scena la Just Future for Palestine Flotilla, che comprendeva le navi al Awda (“Il ritorno”) e Freedom. Entrambe vengono abbordate dalla Marina israeliana, gli attivisti arrestati ed espulsi dal paese. Fino al 2025 non ci riprovano. Parte la nave “Conscience”. Salpa dalla Tunisia verso Malta per caricare aiuti e attivisti. Un presunto attacco con droni e la missione è interrotta.

Poi arriva la Madleen con a bordo Greta Thunberg. La nave è intercettata da Israele nel giugno di un anno fa. Tutti vennero rimessi nel primo volo di ritorno in Europa. In questa Flotilla era coinvolta anche Marlene Engelhorn, che fa parte di un’associazione internazionale di ricchi, “Millionaires for Humanity”, che chiedono ai governi di tassare le grandi eredità e fortune. La sua dinastia familiare fu fondata da Friedrich Engelhorn nel 1865 e fu uno dei grandi esempi di capacità scientifica e imprenditoriale tedesca. Nel 1925, la Basf si fonde con altre società del settore e forma la Ig Farben. Quest’ultima diventerà tristemente famosa per lo Zyklon B, usato nelle camere a gas. 

I progressisti europei salgono a bordo convinti di portare diritti e aiuti; gli islamisti salgono convinti di portare la sharia. Così un coordinatore della Flotilla, Khaled Boujemaa, ha lasciato la missione per la presenza a bordo di Saif Ayadi, che si presenta come “attivista queer”. E’ coinvolta nella Flottilla anche Lauren Booth, la cognata dell’ex premier inglese Tony Blair e fra le principali anime del Free Gaza Movement. Già contestatrice contro la guerra in Iraq che avrebbe segnato il destino politico di Blair, diva del programma “I’m A Celebrity... Get Me Out of Here”, la Booth si è pure convertita all’islam e oggi vive a Istanbul. Si è convertita, come uno skipper italiano della Sumud Flotilla, che all’aeroporto di Fiumicino è stato accolto da abbracci, cori e bandiere palestinesi. Tommaso è partito cattolico ed è tornato musulmano. “Ho detto la shahada, l’ho scelto per me, sono nato di nuovo e sono molto felice”. Per i profani, la shahada recita: “Testimonio che non c’è dio all’infuori di Allah e testimonio che Maometto è il Suo Messaggero”. Dovrebbero insegnare qualcosa quindici anni di fallimenti a cui hanno preso parte un centinaio di barche e oltre quattromila attivisti. Gaza non è stata liberata da nessuna Flotilla spalleggiata da Open Arms, da Greenpeace con la nave rompi ghiacci “Alba artica” e con la benedizione di Amnesty International. Gli aiuti umanitari, dopo il sequestro, passano solo attraverso i valichi controllati da Israele e dall’Egitto. Il blocco navale esiste perché Hamas ha trasformato Gaza in una base militare, scavando migliaia di tunnel, costruendo missili e rubando aiuti per armarsi, preparandosi al 7 ottobre. Ma ammetterlo rovinerebbe la narrazione del “ghetto di Gaza a cielo aperto”. Meglio ripetere il mantra dell’“occupazione israeliana” ignorando che Israele si ritirò unilateralmente da Gaza nel 2005 e ricevette in cambio migliaia di razzi.

Al “turismo equo-solidale” e al “turismo responsabile” che promuove viaggi della speranza (c’è chi sceglie di occuparsi degli animali e chi di orfanotrofi e bidonville) subentra il “turismo rivoluzionario”. E al posto dei safari etici, il selfie con la kefiah davanti alla terrificante motovedetta israeliana. Singham ed Evans hanno attivato una rete globale che oggi conta duemila organizzazioni di estrema sinistra che organizzano viaggi all’estero facilitati da CodePink per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba. I flottillisti si flagellano per procura e preferiscono esaltare un’umanità immaginaria piuttosto che riconoscere la realtà, come se qualsiasi lucidità equivalesse a un tradimento. Figli dell’occidente resi orfani volontari di una storia che considerano criminale. La loro lotta è un teatro morale, una pièce in cui interpretano il ruolo dei giusti condannando gli oppressori immaginari.

Una rete globale che conta duemila organizzazioni che fanno viaggi all’estero per agitatori, tra cui Venezuela, Iran, Gaza, Cina e Cuba

Gaza è diventata così il nuovo Vietnam salato, l’ultimo grande racconto romantico per un progressismo che ha perso ogni altra causa. Ogni nave si chiama “Conscience”, “Freedom”, “Sumud” (resistenza), “Madleen”. Nomi altisonanti legati a concetti che non esistono dove vogliono arrivare i flottillisti e in operazioni che finiscono invariabilmente con i partecipanti che rilasciano dichiarazioni indignate dagli hotel di Tel Aviv prima del volo di rimpatrio (rigorosamente in seconda classe e con Israele che si diverte anche a metterli vicino alla toilette). Il martirio dura il tempo di un volo low cost, poi si torna a casa con la kefiah ben piegata nel bagaglio a mano e una storia terribile da raccontare. Ma ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”.

Ogni intercettazione è ossigeno mediatico per Hamas, ogni espulsione degli attivisti un nuovo capitolo del mito della “resistenza palestinese”

L’oppressore ebraico immaginario, nel frattempo, continua a esistere e il turismo rivoluzionario ha trovato la sua meta definitiva: un luogo da cui tornare a casa da eroi e lasciare che la tragedia continui senza di loro. Gaza, purtroppo, continua a soffrire sotto una leadership islamica di cui la Flotilla non si cura e che preferisce la guerra santa contro lo stato ebraico alla costruzione di uno proprio. Stato che dovrebbe essere democratico, pluralista e civile, ma tre aggettivi che non entrano nelle stive delle flottiglie, sempre vuote di soluzioni concrete ma piene di retorica e di odio. La Flottilla non ha portato alcun aiuto a Gaza, ma molti specchi all’Europa.

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