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israele.net Rassegna Stampa
23.05.2026 La lettera pastorale di Pizzaballa letta da “un ebreo che vive in Israele”. Il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire
Commento di Sergio Della Pergola

Testata: israele.net
Data: 23 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Sergio Della Pergola
Titolo: «La lettera pastorale di Pizzaballa letta da “un ebreo che vive in Israele”. Il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire»

Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni -  un articolo di Sergio Della Pergola apparso du diakonos.be dal titolo: "La lettera pastorale di Pizzaballa letta da 'un ebreo che vive in Israele'. Il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire. Le frasi sullo spartiacque del 7 ottobre invertono l’ordine dei fattori, stravolgono i fatti, chiudono la via a ogni riflessione comune fra parte cattolica e parte ebraica. Israele è identificato con sopraffazione e discriminazione, senza la minima allusione al terrorismo e alla persecuzione islamista delle comunità cristiane"

 

Scrive Sergio Della Pergola: La lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia”stimola alcune riflessioni, nella prospettiva di un ebreo che vive in Israele.

ll cardinale Pizzaballa svolge il ruolo di patriarca latino di Gerusalemme dal novembre 2020, dopo essere stato amministratore apostolico dello stesso patriarcato dal 2016 al 2020 e custode di Terra Santa dal 2004 al 2016. In precedenza, dal 1995 al 1999 aveva studiato per il dottorato all’Università di Gerusalemme e dal 1990 – fin dalla sua ordinazione a sacerdote – aveva studiato teologia biblica allo “Studium Biblicum Franciscanum” di Gerusalemme. Dunque il cardinale vive a Gerusalemme da oltre 36 anni, parla correntemente l’ebraico (oltre all’arabo) e conosce come pochi la città e il paese circostante.

Clicca per la lettera pastorale del cardinale Pierbattista Pizzaballa

È senza dubbio il più longevo e competente osservatore cattolico di Gerusalemme, Israele e Palestina. È un’influente voce della Chiesa cattolica apostolica romana come membro del Sacro Collegio dal 2023, in seguito alla nomina a cardinale da parte di papa Francesco. Nessuno meglio di lui conosce ed è in grado di analizzare le complessità del sistema politico dello Stato d’Israele, oltre che della diaspora ebraica che – volente o nolente – è inestricabilmente coinvolta nelle scelte e nei dilemmi dello Stato. Da queste premesse partono le aspettative del lettore.

Un documento molto dettagliato, fine e analitico come la lettera pastorale del patriarca di Terra Santa non sembra semplicemente un documento diocesano da distribuire a qualche migliaio di fedeli, perché questa è l’entità della popolazione cattolica sui 15 milioni complessivi di abitanti sul territorio di Israele e Palestina (oltre agli 11,5 milioni in Giordania e al milione e mezzo a Cipro) in cui si svolge l’attività diocesana di Pizzaballa. Sembra più plausibile pensare, piuttosto, che si tratti di una sintesi delle impressioni e delle riflessioni maturate in oltre 35 anni di attività pastorale, quasi che si tratti di consegnare a tutti un retaggio, un programma. “Lo scopo – vi si legge – è di aiutare ciascuno a interrogarsi su come vivere oggi la fede cristiana in questa terra alla luce del Vangelo”.

Il documento è esplicitamente una guida spirituale e non un’analisi geopolitica. Ci si può chiedere, tuttavia, fino a che punto le due parti possano rimanere sconnesse e quanto ci si possa disinteressare della realtà concreta, affinché il documento mantenga la sua rilevanza. La realtà è che la Chiesa cattolica – tralasciando qui per il momento la Giordania e Cipro – opera nello Stato d’Israele, dove esiste una maggioranza di ebrei, e in Cisgiordania e a Gaza, dove esiste una maggioranza di arabi musulmani. Le condizioni giuridiche, istituzionali e politiche di questi luoghi sono differenti, ma in ogni caso sono determinanti per la capacità della Chiesa di operare e per i destini dei cattolici nella regione.

24 dicembre 2023. il Patriarca latino di Gerusalemme cardinal Pierbattista Pizzaballa in vista a Betlemme

Leggendo il documento si avrebbe l’impressione che Gerusalemme sia il luogo più importante del mondo per la fede cattolica, e ci si può chiedere dunque quale sia il ruolo di Roma in proposito. Perché non è Gerusalemme la sede centrale del cattolicesimo, con il papato e la curia ? Se i luoghi cruciali del passato si trovano a Gerusalemme e l’avvenire attende una discesa dai cieli di una nuova Gerusalemme, perché non è qui la capitale spirituale ?

È chiaro comunque come nella visione ideale qui esposta, nessuna autorità terrestre secolare può avere rilevanza e solamente l’utopia spirituale è ciò che indirizza l’analisi e in prospettiva le azioni che ne conseguono. L’odierna città di Gerusalemme viene dunque definita come “nostra”, e prelude alla vera e definitiva “polis”, la Gerusalemme celeste.

Nella lettera non vi è traccia dello Stato d’Israele e non esiste l’Autorità Palestinese. Il documento ignora completamente queste entità senza nemmeno giustificare l’omissione. Nel mondo ideale qui disegnato, semplicemente non esistono e non possono interferire nel discorso, che è puramente spirituale, avulso dal contesto geopolitico. O forse compie la scelta politica di essere avulso dal contesto terreno, che però è l’unico realmente esistente nel quotidiano.

Nell’esordio della parte prima della lettera, Pizzaballa afferma che “il 7 ottobre 2023 e la guerra di Gaza hanno significato qualcosa di diverso e dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra”. Nel seguente ordine : “Per i palestinesi rappresenta l’ultima drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito : violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa”.

Qui Pizzaballa mi perde come lettore, quando descrive in tal modo avvenimenti che si sono svolti in un ordine drammaticamente inverso, e con attori diversi.

Il 7 ottobre è, sì, uno storico “spartiacque”, ma attenzione, in modo del tutto diverso da come lo descrive il cardinale.

Per gli ebrei il 7 ottobre costituisce una breve replica della Shoah a ottant’anni dalla Shoah vera e unica : un massacro barbaro e mostruoso di civili nelle loro case. Ma per gli islamici costituisce la scelta di un’inaudita violenza per affermare la propria assoluta ed esclusiva proprietà del territorio, per cancellare Israele ed erigere al suo posto un Califfato islamico.

L’inversione dell’ordine dei fattori e lo stravolgimento dei fatti costituisce una scelta narrativa importante. Dato che le narrative possibili sono più di due, la scelta qui effettuata dell’una esclude la possibilità della seconda. La scelta del cardinale chiude la via a ogni possibile futura riflessione comune o dialogo fra la parte cattolica e la parte ebraica sul 7 ottobre, sul prima e sul dopo. O forse, non lo sappiamo, apre o cerca di aprire nuove prospettive al dialogo fra la parte cattolica e la parte islamica.

Il 7 ottobre è un punto della storia non prescindibile. Ma il cardinale non ha capito o ha scelto di non capire. Il risultato è che la lettura di tutte le successive pagine del documento è letteralmente funestata da questo mastodontico errore di percorso. Il 7 ottobre è una discriminante incommensurabile e irreversibile.

Nella lettura delle pagine successive del documento, il lettore sarà inevitabilmente orientato verso la ricerca di altre asserzioni di interesse politico all’interno di un testo che, come abbiamo già notato, intende essere eminentemente teologico. E forse per la cura speciale posta nel ricercarle, queste posizioni politiche effettivamente emergeranno copiosamente e sempre nella direzione prevista: ossia perseguendo una narrativa unilateralmente critica di Israele e velatamente anche del popolo ebraico. Non esistono quasi riferimenti, né critici né altri, al mondo musulmano che tuttavia è nettamente predominante in Medio Oriente, e lo è anche all’interno del perimetro diocesano Cipro-Israele-Palestina-Giordania.

Troveremo allora la posizione critica relativa alla discriminazione e alla persecuzione di cui si suppone che soffrano i palestinesi da parte di Israele, senza una sia pure minima allusione al fenomeno del terrorismo e di movimenti islamici sovversivi che, tra l’altro, non rispettano nemmeno l’ordine costituito da parte delle autorità dei paesi arabi. La persecuzione delle comunità cristiane non viene nemmeno accennata. La paura espressa altre volte dallo stesso cardinale Pizzaballa di fronte alle prevaricazioni degli estremisti islamici viene ignorata.

Troviamo invece un piccolo contributo, dovuto, al nuovo filone della critica della tecnologia, con l’asserzione che delle persone sono morte in guerra per decisione di un algoritmo. Ma con la stessa logica si potrebbe dire che le vite di molte persone sono state risparmiate per decisione di un algoritmo.

In breve, Israele è identificato con sopraffazione, discriminazione, appropriazione materialistica, come detentore quasi indebito di un bene universale, Gerusalemme, che invece andrebbe condiviso con tutta l’umanità. Ma sarebbe pensabile, simmetricamente, una condivisione della Città del Vaticano con ebrei e musulmani ?

Non troviamo alcuna menzione del fatto che sotto il regime israeliano le comunità cristiane sono cresciute numericamente, mentre sotto il regime palestinese si sono grandemente ridotte. Nei territori palestinesi, le città storicamente a maggioranza cristiana – che per statuto dovrebbero avere un sindaco cristiano – ospitano oggi invece una maggioranza musulmana.

Sul piano del dialogo interreligioso cristiano-ebraico non emerge nessun punto di dibattito, nessun appiglio da cui sviluppare una possibile conversazione su temi condivisi.

La controparte ebraica è semplicemente ignorata. Gerusalemme è sì una città da condividere, di fronte alle opposte rivendicazioni di israeliani e palestinesi. La piccola e vulnerabile comunità cristiana non possiede un potere militare o economico, ma alla fine erediterà la terra.

Che vi sia qualcun altro che possa coltivare degli ideali di eredità spirituale concernenti la stessa terra – e come rendere compatibili questi ideali concorrenti – non viene preso in considerazione. Non ci sono fratelli maggiori.

(Da: diakonos.be, 19.5.26)


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