Riprendiamo dal RIFORMISTA di oggi, 22/05/2026, a pagina 2, l'analisi di Pasquale Ferraro dal titolo: "Il jihadista della porta accanto L’integralismo è una minaccia"
L’inganno più grande della nostra società è quello di pensare che il “male” sia qualcosa di distante, lontano, e che di conseguenza non ci riguardi direttamente. Eppure non è così. Questa volta è andata diversamente, e la vera e unica prevenzione in queste circostanze - ovvero quella repressiva - ha evitato una tragedia. Perché quello che emerge dalle carte del GIP di Firenze traccia un profilo inquietante di un soggetto in contatto con i canali di Daesh e “pronto ad agire”, con grave pericolo per la collettività.
L’aspirante terrorista rappresenta l’immagine plastica del jihadista della porta accanto, protetto persino dallo scudo dell’età nell’immaginario collettivo di tanti, troppi che stentano a vedere il problema: la crescente radicalizzazione islamica e l’ingresso di soggetti sensibili al richiamo del Jihad dai canali dell’immigrazione. Il giustificazionismo che abbiamo visto emergere anche dopo i drammatici fatti di Modena ci racconta della difficoltà di trattare ancora oggi una materia incandescente come quella della penetrazione islamica e islamista nella nostra società. Si preferisce ricorrere a rocambolesche arrampicate sugli specchi pur di non ammettere ciò che è visibile a occhio nudo: basta uscire dalla bolla e vivere le nostre città. Ma ammetterlo significherebbe dichiarare fallita l’intera impalcatura ideologica della società multiculturale così come è stata concepita: non come incontro e come confronto, forti della nostra identità, ma come una sequenza infinita di rinunce e passi indietro.
Lo abbiamo visto anche nei tanti atti vandalici contro simboli del cristianesimo - che spesso scorrono inosservati tra le notizie di cronaca - e nell’aumento esponenziale dell’antisemitismo in questa stagione furente, in cui i toni delle stesse manifestazioni pro-Pal hanno assunto caratteristiche lontane da quelle socialistizzanti e rivoluzionarie degli anni del sostegno politico ad Al-Fatah, e in linea invece con il fanatismo islamista di Hamas e soci. Quanto accaduto a Firenze non deve certamente creare facili allarmismi (del resto, la repentina individuazione, il monitoraggio e l’intervento delle Forze dell’Ordine hanno fatto capire che lo scudo italiano contro il terrorismo funziona perfettamente) ma risvegliarci dall’inganno che il problema del fondamentalismo islamico non ci sia, perché c’è ed è evidente. Quante inchieste giornalistiche hanno raccontato i luoghi fisici di radicalizzazione e proselitismo attivo come le moschee abusive o anche riconosciute, ma pur sempre caratterizzate in gran parte da un alone di ambiguità e omertà? Per non parlare della radicalizzazione online che, come abbiamo visto, non ha età e rischia di diventare in futuro un problema ancora più pericoloso di quanto non lo fosse già da tempo. Per questo, evitare facili buonismi e ricostruzioni riduttive è un primo passo concreto per evidenziare un problema che minaccia la nostra società dall’interno e che investe anche chi in teoria dovrebbe essere già integrato, ma non è così.