Abe Foxman e il lusso del pessimismo
Commento di Ben Cohen
(Traduzione di Yehudit Weisz)
https://www.jns.org/opinion/column/ben-cohen/abe-foxman-and-the-luxury-of-pessimism

Ben Cohen
Di recente il veterano conduttore della tv britannica, Trevor Phillips, ha iniziato un programma della domenica mattina dicendo al suo pubblico di essere rimasto turbato nel venire a conoscenza di una conversazione sempre più comune attorno ai tavoli della cena di Shabbat nel Regno Unito. La domanda che viene posta è: “Chi tra i nostri vicini non ebrei cercherebbe di salvarci se ci trovassimo ad essere rastrellati per la seconda volta in meno di un secolo?” Ho ripensato al soliloquio di Phillips martedì scorso, quando a Manhattan ho partecipato al funerale di Abe Foxman, mio ex capo, il leggendario Direttore nazionale dell'Anti-Defamation League. Come ha sottolineato il rabbino, tra i tanti aneddoti, massime e aforismi che hanno contraddistinto la carriera di Abe, c'era il suo occasionale monito ai suoi interlocutori che “non poteva permettersi di essere pessimista.” Certo Abe, nella Polonia occupata dai nazisti, era stato un neonato ebreo famoso per essere stato salvato dalla sua tata profondamente cattolica, che lo crebbe come un suo figlio, mettendo in grave rischio la propria vita. Per Abe, questa salvezza fu una confortante dimostrazione della capacità degli esseri umani comuni di compiere opere straordinarie. La sua concezione del pessimismo come un lusso era forse basata su questa esperienza. Di conseguenza, lui credeva che un pessimismo senza speranza fosse una rinuncia alla responsabilità personale. Invece di passare all'azione, gli esseri umani si perdono nell'idea che il mondo stia impazzendo e che nulla possa arrestare questo processo. Ciò non significa che non dovremmo sentirci pessimisti, diffidenti o spaventati, tutte emozioni che hanno scosso gli ebrei di tutto il mondo in seguito al pogrom di Hamas del 7 ottobre 2023 in Israele e all'ondata globale di antisemitismo che ne è scaturita, senza precedenti dopo la Shoah. Significa semplicemente che non dovremmo cedere a queste emozioni. Si potrebbe sostenere che lo scenario in cui Abe operava fosse più favorevole di quello attuale e che, pertanto, gli sia stato più facile giungere a tale conclusione. A giudicare dalla nostra corrispondenza privata dopo il 7 ottobre, emerge che se ne fosse reso conto. Allo stesso tempo, e in modo ammirevole, non si è mai arreso alla disperazione. Questo mi ha fatto riflettere sulla possibilità di applicare l’atteggiamento di fondo di Abe – non edulcorare mai la realtà, ma nemmeno abbandonare i nostri doveri e obblighi morali di fronte alla disperazione – alla nuova era politica che si sta delineando negli ultimi quindici anni. Sia per lo Stato di Israele che per il popolo ebraico, è stato un periodo profondamente traumatico. Quattro guerre a Gaza, tutte scatenate da Hamas, eppure tutte accompagnate da grida cacofoniche di “genocidio” rivolte a Israele, sempre più forti. Un regime fanatico in Iran che, per ora, sopravvive ancora nonostante i pesanti raid aerei del giugno 2025 e la guerra su vasta scala condotta quest'anno da Stati Uniti e Israele. La riabilitazione dell'antisemitismo nella sinistra politica e, più recentemente, in fasce sempre più ampie del movimento conservatore. La crescente violenza antisemita, già evidente prima del 7 ottobre, probabilmente al suo apice in Francia, dove tra le vittime si annoverano, tra le altre, una bambina ebrea di 8 anni a Tolosa, un piccolo gruppo di clienti in un supermercato kosher a Parigi e due anziane donne ebree, una delle quali sopravvissuta alla Shoah, sempre a Parigi, da allora ha raggiunto livelli agghiaccianti. Come ho già sostenuto in precedenti articoli su questo argomento, sebbene gli ebrei siano gli unici bersagli e vittime dell’accanimento antisemita, si verifica un effetto a catena che si estende alle comunità non ebraiche. Non mi riferisco ai nostri vicini più prossimi, destinatari degli avvertimenti, lanciati principalmente da ebrei, secondo cui ciò che inizia con noi non finirà con noi. Mi riferisco invece alle masse silenziose, in gran parte invisibili ai nostri occhi, le cui lotte e sofferenze quotidiane non riescono a smuovere un mondo asservito al culto del palestinismo. Lavoro per un think tank specializzato in sicurezza nazionale e relazioni internazionali, quindi è forse prevedibile che la questione del rapimento di oltre 20.000 bambini ucraini da parte degli invasori russi sia un tema che mi capita di affrontare regolarmente. Ma quante persone al di fuori del mondo della politica hanno l'opportunità di studiare o sensibilizzare l'opinione pubblica su questo problema in modo continuativo? Lo stesso si può dire della difficile situazione dei curdi, soprattutto in Turchia, Siria e Iran; o del destino dei lavoratori migranti in Qatar e in altri Paesi del Golfo Persico; o delle torture e delle esecuzioni inflitte ai manifestanti anti-regime in Iran, arrestati dalle autorità. In realtà, l'elenco è pressoché infinito. E sì, sebbene sia vero che le questioni che ho menzionato attirino occasionalmente l'attenzione dei media, espressioni di preoccupazione e qualche manifestazione di protesta, ciò non si verifica mai su una scala paragonabile a quella riservata ai palestinesi. A tal proposito, si potrebbe far notare che questa osservazione si estende anche ad episodi di persecuzione anti-palestinese che non possono essere attribuiti a Israele, come le espulsioni di massa dal Kuwait e dalla Libia, o gli orribili massacri di Yarmouk e di altre zone durante la guerra civile siriana. La selettività morale del palestinismo, radicata in una concezione classicamente antisemita degli ebrei come portatori del peccato originale, fedeli solo a se stessi, è in gran parte responsabile di questa triste situazione. Nella migliore delle ipotesi, queste altre forme di sofferenza vengono ignorate; nella peggiore, sono considerate con disprezzo o addirittura giustificate. Alcuni lettori avranno visto il recente video, condiviso sui social media, di una giovane donna iraniana che ha perso un occhio a causa di un proiettile sparato dalle forze di sicurezza del regime durante una protesta. È stata derisa e insultata per le strade di Berlino da un adolescente di sinistra che si era staccato da una manifestazione disseminata di bandiere palestinesi. Questo episodio è emblematico di ciò di cui sto parlando. Tuttavia, ciò ci dice anche qualcos'altro: che coloro che vengono disprezzati o ignorati dagli attuali custodi del discorso pubblico – dagli ebrei Haredi che subiscono molestie a Brooklyn, New York, ai fedeli cristiani arrestati dalle autorità cinesi per aver frequentato chiese non registrate – sono in realtà la maggioranza. In questa consapevolezza risiede il rifiuto di Abe Foxman di arrendersi completamente a un pessimismo sfrenato. La responsabilità ora ricade su di noi e sulle generazioni future, che dovranno condurre le ricerche, elaborare i messaggi e costruire le alleanze necessarie per superare questo terribile momento. Spero con tutto il cuore che saremo all'altezza del compito.