Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di un articolo di Jns.org dal titolo: "Dopo il 7 ottobre e le guerre con nemici votati alla distruzione dello stato ebraico come Hamas, Hezbollah, Iran, Houthi e terroristi palestinesi, il concetto di confini difendibili è radicalmente cambiato: non sono difendibili i confini che vengono definiti tali dai diplomatici o dalla comunità internazionale; sono difendibili i confini dietro cui i civili possono vivere una vita normale e crescere in sicurezza i loro figli"
Scrive Irwin (Yitzchak) Mansdorf: Per decenni, i dibattiti sui “confini difendibili” di Israele si sono concentrati sulla geografia: catene montuose, zone cuscinetto, aree demilitarizzate, recinzioni, sistemi di sorveglianza, profondità militare.

Irwin (Yitzchak) Mansdorf
Questi elementi sono importanti. In un contesto ad alto rischio, la conformazione fisica del terreno può essere decisiva. Ma dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre 2023, non è più possibile parlare di confini difendibili in termini puramente militari o cartografici.

L’area metropolitana di Tel Aviv vista dalla Samaria meridionale, Cisgiordania (clicca per ingrandire)
Un confine non è veramente difendibile se le persone che vivono al di là di esso non credono che le possa proteggere.
Non è difendibile se i genitori non possono mandare i figli a scuola senza dover calcolare la gittata dei missili anticarro.
Non è difendibile se intere comunità rimangono sfollate per mesi e mesi, incerte se tornare a casa sia un atto di resilienza o un atto di imprudenza.
Ma soprattutto, non è difendibile se i cittadini sanno che l’obiettivo finale del nemico è la loro totale distruzione ed eliminazione.
Questa è la realtà che i cittadini israeliani si trovano oggi ad affrontare.
Dopo la carneficina a sangue freddo di 1.200 persone nel sud di Israele il 7 ottobre e la successiva escalation dei terroristi di Hezbollah lungo il confine settentrionale di Israele con il Libano, decine di migliaia di israeliani provenienti dalle comunità del nord vivono lontani dalle proprie case.
Molte vittime dell’invasione di Hamas da Gaza si trovano nella stessa situazione. Per loro, la questione della sicurezza non è teorica. Non è una questione che riguarda centri studi, diplomatici, ministeri degli esteri.

Dimensioni di Israele e alcune distanze tra i confini (clicca per ingrandire)
È una questione dolorosamente concreta: possiamo tornare nelle nostre case? Possiamo dormire tranquilli la notte? Possiamo crescere i nostri figli a portata d’occhio di un confine controllato da milizie sostenute dall’Iran?
Lo Stato può garantire che ciò che è accaduto al sud non accadrà al nord (o su altri confini, tutti a ridosso di zone abitate ndr)?
Per altri israeliani, la minaccia dei missili diretti verso le loro case o di terroristi che cercano di colpirli dentro i loro quartieri è una realtà che si rifiutano di continuare ad accettare.
Queste domande rivelano una dimensione della sicurezza nazionale che troppo spesso viene trascurata nei dibattiti politici occidentali: il confine psicologico.
Un confine psicologico è la linea di demarcazione tra una società che si sente protetta e al sicuro e una società che si sente vulnerabile ed esposta.
Costituisce la frontiera interna della fiducia pubblica, della resistenza civica e della sicurezza collettiva. Una volta violata questa frontiera, muri di cemento e sensori sofisticati non bastano più.
Uno Stato può ancora disporre della potenza militare, ma i suoi cittadini possono non sentirsi più sufficientemente al sicuro da poter vivere una vita normale.

Località civili israeliane investite dall’attacco terroristico del 7 ottobre 2023 (clicca per ingrandire)
Il 7 ottobre è stato un fallimento militare e dell’intelligence, ma è stato anche un risveglio psicologico. Ha infranto la convinzione che la superiorità tecnologica, le capacità di intelligence e la forza deterrente di Israele fossero sufficienti per prevenire infiltrazioni di massa, massacri e rapimenti.
Il trauma ha colpito l’intera nazione, non una sola regione. Tutti gli israeliani si sono identificati gli uni con gli altri.
Hanno capito che nessuno, nel paese, è immune dalla minaccia rappresentata da nemici che vivono secondo un codice da jihad o una coscienza nazionale che si rifiutano di riconoscere il diritto stesso di esistere degli israeliani su una terra che costoro considerano di loro esclusiva proprietà.
Ecco perché il concetto di “confini difendibili” è diventato il banco di prova centrale della futura dottrina di sicurezza di Israele.
“Due stati per due popoli” è stato a lungo un mantra politico che oggi ha perso rilevanza.
Per molti osservatori esterni, il conflitto arabo-israeliano è ancora inteso principalmente come una disputa territoriale. Si presume che tracciando i confini giusti, fornendo le garanzie adeguate ed esercitando la giusta pressione diplomatica si possano ripristinare la calma e la stabilità.
Ma questa visione è incompleta.
Essa sottovaluta la natura ideologica e fanatica ad oltranza delle minacce con cui Israele deve fare i conti, soprattutto da parte dei movimenti jihadisti e islamisti che non vedono il conflitto come una controversia negoziabile sui confini, ma come una lotta contro la legittimità e l’esistenza stessa dello stato ebraico.
Questa distinzione è fondamentale.
Nei normali conflitti territoriali, il compromesso può rappresentare un punto d’arrivo strategico. Nel contesto jihadista, il compromesso è considerato temporaneo, tattico e in definitiva illegittimo.
Un cessate il fuoco non significa necessariamente riconciliazione. Una tregua non significa necessariamente moderazione. Il ritiro non porta necessariamente alla pace.
Serve invece come spazio per il riarmo, l’indottrinamento e il prossimo assalto.
L’esperienza di Israele, sia al sud che al nord, ha rafforzato questa lezione.
Dopo il ritiro israeliano del 2005, Hamas ha trasformato la Striscia di Gaza in un’enclave terroristica fortificata.
Hezbollah si è insediato in Libano (da cui Israele si era ritirato nel 2000 ndr), costruendovi una delle forze militari non statali più pesantemente armate al mondo.
I missili balistici minacciano ogni centimetro di Israele, da Tel Aviv a Gerusalemme, da Eilat a Haifa.
La più ampia strategia iraniana dell'”anello di fuoco”, che si avvale di forze gregarie a Gaza, in Libano, Yemen, Siria e Iraq, non è concepita solo per minacciare Israele militarmente, ma anche per logorarlo psicologicamente.
L’obiettivo non è solo colpire persone e infrastrutture e strappare concessioni tattiche, ma anche far sì che la vita normale finisca con l’essere percepita come impossibile.
Mira a convincere gli israeliani che nessun confine è tranquillo, nessuna casa è sicura e nessuna quotidianità civile è al riparo dal terrore.
Ecco perché gli israeliani non possono confidare solo nel linguaggio diplomatico. Non hanno bisogno di rassicurazioni astratte.
Hanno bisogno di una nuova realtà in fatto di sicurezza.
Hanno bisogno di sapere che lea capacità di Hezbollah, Hamas, dell’Iran e dei palestinesi in Giudea e Samaria [Cisgiordania] di minacciare le loro case, scuole e strade è stata drasticamente ridotta.
Hanno bisogno di vedere che Israele ha ripristinato non solo la deterrenza, ma anche la credibilità.
La questione non è se gli israeliani siano abbastanza coraggiosi da sopportare le difficoltà: hanno già dimostrato una straordinaria resilienza.
La questione è se uno stato democratico possa chiedere ai suoi cittadini di riprendere la vita in condizioni che nessuna società ragionevole accetterebbe come normali.
E su questo, i responsabili politici occidentali devono fare i conti con una scomoda verità.
Qualsiasi accordo diplomatico che appaia accettabile a Washington, Parigi o Bruxelles ma non goda della fiducia delle persone costrette a convivere con forze votate alla loro eliminazione, non sarà sostenibile.
Gli accordi di sicurezza devono essere valutati in base alla loro reale capacità di far sentire le famiglie effettivamente al sicuro nelle proprie case e comunità.
Ciò richiede di passare da formule imposte a quello che potremmo definire “consenso sovrano”: la legittimità di qualsiasi accordo di confine deve partire dalla realtà vissuta dai cittadini che l’accordo dovrebbe proteggere.
Se gli abitanti di Kiryat Shmona, Haifa, Tel Aviv, Gerusalemme, Beersheva ed Eilat non possono ragionevolmente pensare che le loro case sono sicure, allora l’accordo è fallimentare, a prescindere da quanto possa sembrare convincente nei briefing diplomatici.
Tutto ciò non significa che la diplomazia sia irrilevante. Al contrario, la diplomazia è essenziale. Ma una diplomazia che ignora la realtà concreta e psicologica non produrrà nessuna sicurezza.
Le garanzie internazionali, i meccanismi di monitoraggio e gli accordi di cessate il fuoco devono essere strettamente legati a effetti concreti e vincolanti: rimozione delle infrastrutture terroristiche, prevenzione del loro riarmo, allontanamento delle milizie armate dalle comunità civili, ripristino della vita civile israeliana.
Soprattutto, ti devono garantire che i tuoi nemici non dispongano mai di strutture autorizzate dal loro stato che gli permettano di sviluppare i mezzi atti a porre fine alla tua esistenza.
Nella realtà psicologica e di sicurezza che si è creata, non basta chiedersi quali confini piacciano alla comunità internazionale.
La domanda vera e indilazionabile è: dietro quali confini gli israeliani possono effettivamente vivere?
Realismo strategico è rispondere a questa domanda.
Per Israele, perseguire il sollievo psicologico non è un lusso. È la condizione minima per la vita nazionale: la possibilità per i cittadini di vivere in sicurezza nelle proprie case.
Dopo le guerre con Hamas, Hezbollah, l’Iran, gli Houthi e i terroristi palestinesi, il significato di sicurezza è cambiato.
La sfida di Israele non è solo tracciare linee su una mappa, ma garantire che quelle linee corrispondano a una realtà che i civili possano reggere e accettare.
In definitiva, un confine difendibile non è quello che viene definito tale dai diplomatici.
È quello che viene convalidato dalle persone che ci vivono.
(Da: jns.org, 6.5.26)