Riprendiamo dal giornale online SETTEOTTOBRE il commento di Alessandro Bertani dal titolo: "Teva, il boomerang del boicottaggio e il cortocircuito sindacale"

Il paradosso CGIL &Co.: dal boicottaggio a Teva alle accuse di possibili ricadute occupazionali
Negli ultimi tempi, il mondo sindacale – CGIL in testa – ha lanciato l’allarme su un presunto ridimensionamento industriale dei siti italiani TAPI/Teva di Villanterio, Rho, Santhià e Caronno Pertusella. Si denuncia un forte calo della produzione e si accusa il gruppo di preferire la distribuzione di dividendi e le logiche finanziarie al reinvestimento sugli stabilimenti. Vengono, quindi, espresse forti preoccupazioni per i possibili tagli occupazionali e per il rischio che almeno uno di questi siti abbia commesse sufficienti a garantire la continuità operativa solo fino a luglio 2026. In tutta questa vicenda c’è qualcosa che mi sfugge.
Per mesi, la CGIL (compresala sezione Lombardia, dove hanno sede almeno tre degli stabilimenti in questione) e la galassia pro-pal che le gravita attorno hanno invocato il boicottaggio della Teva, ritenendola il simbolo dell’economia sionista che finanzia il genocidio e le altre politiche criminali del governo d’Israele. Hanno promosso campagne reputazionali aggressive e diffamatorie, incoraggiato l’adesione alle iniziative del “digiuno per Gaza”, appoggiato petizioni e sostenuto mozioni di enti locali affinché le farmacie comunali interrompessero la commercializzazione dei farmaci dell’azienda.
Ora, d’un tratto,esprimono preoccupazione perché alcuni stabilimenti italiani di quella stessa azienda, che hanno tenacemente sputtanato in lungo e largo, avrebbero una flessione produttiva e ciò, inevitabilmente, porta con sé il rischio di una riduzione dell’occupazione. Invocano tavoli di gestione della crisi ed accusano gli azionisti di dividersi gli utili, anziché di reimpiegarli nella produzione italiana. Cosa pensavano sarebbe accaduto?
Hanno alimentato un clima ostile, anzi di odio puro, contro un’impresa per il solo fatto che è israeliana, hanno chiesto ai consumatori e alle istituzioni di boicottarla e poi si meravigliano quando questa stessa impresa smette di considerare il nostro Paese un luogo attrattivo per i suoi investimenti? Teva non fa nulla di stravagante né attua una crudele vendetta sionista. Il possibile ridimensionamento degli stabilimenti produttivi è la logica e inevitabile conseguenza della propaganda e delle misure che questi ambienti ideologizzati hanno portato avanti e sollecitato negli ultimi anni. Del resto, chi semina vento raccoglie tempesta e la tempesta, forse, è arrivata.
Teva si è stufata. Possiamo darle torto? Le multinazionali di quella caratura, leader nella produzione di farmaci anche salvavita, con brevetti ed esclusive di valore immenso, investono dove sono gradite e non dove vengono diffamate,trasformate in bersagli ideologici permanenti e dove magari, proprio per questo, rischiano di perdere fatturato e comunque di subire danni di reputazione e di immagine.
Se accadrà quello che i compagni temono, a pagare il prezzo più alto non saranno gli attivisti dei social, i professionisti del boicottaggio e neppure i rappresentanti sindacali. Saranno come sempre i lavoratori e le loro famiglie, che campano grazie alla tanto vituperata Teva.
D0vrebbe ben saperlo la CGIL, se solo non avesse ormai smarrito la propria identità di sindacato e perso completamente di vista quella che dovrebbe essere la sua missione naturale: garantire la tutela del lavoro, non rincorrere l’attivismo politico più radicale. Insomma, un vero esempio di lungimiranza sindacale. Chapeau!