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Newsletter di Giulio Meotti Rassegna Stampa
16.05.2026 Titanic Europa: non ci resta che affondare con eleganza?
Commento di Giulio Meotti

Testata: Newsletter di Giulio Meotti
Data: 16 maggio 2026
Pagina: 1
Autore: Giulio Meotti
Titolo: «Titanic Europa: non ci resta che affondare con eleganza?»

Riprendiamo l'articolo di Giulio Meotti, dalla sua newsletter, dal titolo: "Titanic Europa: non ci resta che affondare con eleganza?"


Giulio Meotti

Senza nome.mp4

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La saga della portaerei e la civiltà di influencer, terapeuti e chiacchieroni vanitosi. Misuriamo banane anziché misurarci con la storia. Un solo popolo occidentale resiste. E no, non siamo noi 

Sei mutig! Sii coraggioso! 

Lo slogan non è apparso su un poster dell’AfD, ma sulla prima pagina della Zeit, il più rispettato settimanale tedesco. 

Maximilian Probst parla della “società post eroica”, espressione coniata dallo studioso Herfried Münkler: 

“Il basso tasso di riproduzione demografica fa sì che ci sia molto capitale emotivo riposto dai genitori su ogni singolo figlio e che nessuno sia pronto a rischiare. Soccombiamo all’autoillusione”. Probst tratteggia un’utopia “fatta di posti di lavoro e hobby interrotta solo dal minimo sforzo di andare al seggio elettorale”. 

L’ideale della pace democratico-borghese dove il coraggio si misura nel decidere se tuffarsi dal trampolino. Ora, avverte Probst, “su questo acquerello edificante si sono diffuse macchie scure: la società post-eroica non è sostenibile”.

Basta osservare la saga della più importante e sola letale portaerei che abbiamo e che avrei potuto usare per il mio nuovo libro Titanic Europa

Enrico IV disse che “Parigi val bene una messa”. Oggi neanche una portaerei. 

Si invoca sempre “l’Europa”. 

La Charles De Gaulle è l’unica portaerei nucleare di tutta l’Europa occidentale. Nessun altro paese ne ha una simile, nemmeno gli inglesi. Gli altri paesi europei neanche sono in partita e la Spagna di Sanchez, il traditore in chief, comprerà armi persino dalla Turchia di Erdogan

Il 1 marzo, Emmanuel Macron annunciò l’invio della De Gaulle nel Golfo dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz da parte dell’Iran. Dopo tutto, i paesi arabi moderati bersagliati da Teheran hanno fatto tanti affari con la Francia e gli amici devono essere aiutati quando sono sotto attacco, giusto?

L’11 marzo, Macron sale a bordo della De Gaulle e si lancia in uno dei suoi discorsi edificanti: “La Francia è presente per proteggere i propri cittadini, per stare al fianco degli alleati e degli amici colpiti e per poter partecipare a missioni così essenziali”. 

Due mesi dopo, la De Gaulle deve ancora attraversare lo Stretto di Suez. Si è fermata a Sharm el Sheikh? 

L’Iran due giorni fa ha minacciato Parigi: “Risposta immediata con navi ad Hormuz”.

La marcia indietro di Macron non si è fatta attendere: la Francia non ha “mai preso in considerazione” un “dispiegamento” di forze a Hormuz, bensì una missione di sicurezza “coordinata con l’Iran”. 

“Coordinata con Teheran”? Lo stesso Macron a cui piace dire che “per essere liberi bisogna essere forti e per essere forti bisogna essere temuti”? 

Se non fosse tragico ci sarebbe da ridere. 

Sembra avesse ragione Michel Onfray: “Non ci resta che affondare con eleganza”. 

L'attentato a Charlie Hebdo

Ancora ricordo un articolo del Wall Street Journal dell’8 gennaio 2015, il giorno dopo il massacro di Charlie Hebdo a Parigi: 

“Quando la Francia invierà la sua portaerei a propulsione nucleare Charles de Gaulle attraverso il Golfo Persico nelle prossime settimane, sarà una dimostrazione di forza contro lo Stato Islamico e le sue aspirazioni di un califfato che si estenda dal Medio Oriente fino all’Oceano Atlantico”.

“Dimostrazione di forza”? Dieci mesi dopo a Parigi ci fu la strage al Bataclan. Nessuno dell’Isis a quanto pare si era sentito intimorito dalla De Gaulle. 

Al tempo, il compianto Roger Scruton mi disse: “I cristiani uccisi dall’Isis pagano il nostro ripudio della forza militare e dei valori dell’Europa. Ma il loro è anche il nostro destino”.

Oggi nessun filosofo europeo è più in grado di parlare così. La sinistra sta col nemico, la destra non sa cosa fare e i cristiani pensano soltanto al regno dei cieli o a premiare ambasciatori iraniani in Vaticano

Ma torniamo al Journal

“Non ci sono dubbi sul nome del nemico, mentre l’esercito francese combatte anche contro le manifestazioni africane dello stesso fondamentalismo islamico in Mali e Niger. Il presidente François Hollande si è rivolto alla nazione dopo l’attentato fondamentalista islamico contro Charlie Hebdo, un giornale che spesso satireggiava l’Islam, che ha causato 12 morti e scosso il Paese, ma il presidente ha evitato di confrontarsi con la cruda realtà. Al contrario, ha descritto il giornale come da anni nel mirino dell’‘oscurantismo’. Oscurantismo?”. 

La ridicola odissea della De Gaulle è emblematica dell’impotenza europea anche di nominare il nemico. La più potente nave nucleare d’Europa ridotta a barca da diporto per una potenza che si crede ancora tale.

Come la saga della portaerei ammiraglia inglese, la HMS Queen Elizabeth. Avrebbe dovuto guidare un’esercitazione della Nato al largo della costa norvegese, per dimostrare la potenza dell’esercito di Londra. Il suo albero motore si è rotto. 

Ha ragione Giovanni Orsina quando dice che “Londra è l’epicentro della crisi occidentale”. 

Il celebre storico britannico David Olusoga spiega sul Telegraph

“L’esercito britannico era forte di quattro milioni e mezzo di uomini alla fine della Prima guerra mondiale, una generazione di uomini che avevano familiarità con il fucile Lee-Enfield, che sapevano come smontarlo, come rimuovere il caricatore, per i quali era un pezzo di tecnologia familiare come lo è oggi un iPhone. La mia generazione e la generazione di mia madre non hanno dovuto farlo. Non sono sicuro che quella fortuna verrà trasmessa ai nostri figli. Il mondo in cui sono nato, il mondo in cui abbiamo vissuto tutti, a quanto pare, è giunto alla fine”.

Lo scrive anche il filosofo tedesco Peter Sloterdijk: “Europa post-eroica, tasse e zero sacrifici”. 

Siamo un continente trasformato in un gigantesco residence per anziani con pretese intellettuali, stupidi talk show ventiquattr’ore su ventiquattro, cortei sindacali, Airbnb a ogni angolo e forze armate ridotte a corpi di pace che si rifanno le mimetiche e che faticano a trovare giovani da arruolare.

Questa è l’Europa contemporanea: capace di produrre norme sul diametro delle banane ma incapace di produrre volontà di potenza. Abbiamo sostituito il coraggio con la “governance”, il sacrificio con la “resilienza”, la virilità con la “cura”. Il maschio europeo è diventato un essere ibrido: metà influencer, metà terapeuta, sempre a genuflettersi davanti al nuovo idolo – sia esso il clima, il genere o il multiculturalismo o Gaza – purché non gli si chieda di battersi per qualcosa e contro qualcuno.

Un continente obeso di diritti e anoressico di doveri. Una società che piange per un terrorista palestinese su Instagram ma non riesce a proteggere frontiere, alleati e interessi. Che si indigna per i “discorsi d’odio” ma tace davanti alle vere minacce esistenziali. 

Già vent’anni fa, l’America definiva i francesi “cheese-eating surrender monkeys”: scimmie mangiatrici di formaggio che si arrendono. Mi piaceva quell’America che ci rideva in faccia e che si metteva in gioco, scarpone dopo scarpone. 

Ma nell’attuale crepuscolo dell’Occidente, America ed Europa sono ancora diverse, ma solo in questo: hanno preso strade diverse verso la stessa destinazione.

Cosa succede se anche gli Stati Uniti diventano come noi, chiacchieroni che perdono la volontà di combattere e di prevalere? 

 

Lo scrive Edward Luttwak su Unherd in un articolo drammatico che traduco:

“All’inizio della guerra, la grande offensiva missilistica dell’Iran era pianificata per distruggere Israele e le installazioni statunitensi in tutta la regione, da Erbil nel nord dell’Iraq fino al Qatar. L’Iran poteva contare su 2.500 missili balistici dal peso variabile tra le 15 e le 26 tonnellate, oltre a numerosi droni. Ma questi piani furono prevenuti dagli aerei americani e israeliani. Dopodiché, la guerra americana contro l’Iran aveva già pronto un secondo atto. Gli Stati Uniti schierarono migliaia di Marines e reparti della 82esima Divisione Aviotrasportata in Qatar e nelle basi vicine. Poi non è successo nulla. Teheran cominciò a somigliare a Berlino dopo la morte di Hitler: le guardie SS rimaste sole al comando, ancora in grado di impiccare chiunque volesse fermare i combattimenti, ma senza alcun piano per evitare la sconfitta imminente. Nessuno si aspettava che un esercito americano avanzasse su Teheran partendo dal porto più vicino di Bandar Abbas, lungo un’unica autostrada, attraverso 1.300 chilometri di montagne e deserti, per entrare in una città di oltre dieci milioni di abitanti, scacciare i Pasdaran dalla città e indurre la milizia Basij a rimettersi gli abiti civili. Sarebbe stato un pantano, con numerose perdite accidentali americane anche in assenza di una resistenza organizzata e determinata. L’arrivo di migliaia di Marines e di truppe aviotrasportate offriva invece una via alla vittoria molto più realistica, infinitamente più rapida e decisamente più sicura. Quando, in qualità di contractor della difesa, ho saputo dello schieramento — avvenuto in parallelo alla campagna aerea molto più pubblicizzata — ho dato per scontato che avesse proprio questo scopo evidente, che deriva dalla geografia del Golfo Persico, un’area tutt’altro che sconosciuta al Pentagono, che da decenni si occupa del Golfo e delle sue petroliere periodicamente minacciate. Ciò che più interessa ai Marines e alla 82esima Aviotrasportata sono le isole del Golfo Persico, dalle quali è possibile garantire il passaggio sicuro alle petroliere amiche negandole alle squadre missilistiche anti-nave iraniane, impedendo tentativi di posa di mine e rilevando ogni tipo di minaccia con pattuglie di elicotteri a bassa quota. A differenza dell’attuale piano americano di scortare le petroliere con mezzi militari, occupare le isole affronta il problema più vicino alla radice. Alcune isole sono più vicine alla terraferma iraniana di altre, ma tutte possono essere negate alle forze di terra iraniane dalle rive vicine. C’è un abbondante supporto aereo ravvicinato disponibile dalla base di Al Udeid in Qatar e da altri luoghi. Solo un’isola, Qeshm, è di una certa dimensione, con 1.500 km quadrati, quasi il doppio dei 790 di Manhattan. Le altre sono molto più piccole e nessuna potrebbe essere conquistata dalla terraferma come potrebbe accadere a un avamposto costiero. Per evitare ulteriori danni all’economia globale, le esportazioni di petrolio e gas di tutti — dall’Iraq e dal Kuwait a nord fino a Ras Tanura in Arabia Saudita e al gas liquefatto del Qatar — devono essere messe in sicurezza. Se le isole vengono usate come basi per unità americane altamente mobili, è perfettamente fattibile per loro mantenere sicure le esportazioni. Date tutte queste premesse, perché l’inazione? Perché queste truppe rimangono inattive? Temo che la risposta sia l’arrivo negli Stati Uniti di quello che ho definito la ‘sindrome post-eroica’. Si tratta del rifiuto storicamente senza precedenti ma ormai diffuso di accettare il rischio di vittime, anche pochissime, anche quando giustificato dagli interessi più importanti. Non è una questione ideologica, poiché ha origine dal drastico calo della fertilità femminile. Quando le madri avevano abitualmente tre o più figli, uno poteva essere perso in combattimento ma la famiglia sopravviveva. Ora poche donne ne hanno due, figuriamoci tre. La fertilità media negli States è solo 1,6, ben al di sotto del tasso di sostituzione di 2,1 e la maggior parte delle perdite in combattimento porta all’estinzione di una linea familiare. Perciò la tolleranza politica verso le vittime di guerra è drasticamente diminuita. Il 9 novembre 2022, Macron ha abbandonato l’Opération Barkhane. Con poco più di 5.000 soldati francesi, l’operazione aveva protetto per anni gli immensi territori di cinque ex-colonie del Sahel, ma Macron temeva che un piccolo numero di soldati potesse morire. Per gli Stati Uniti, la sindrome post-eroica significa che se, per esempio, mille soldati americani venissero uccisi mentre sconfiggono definitivamente i pericolosissimi governanti dell’Iran, il presidente Trump potrebbe essere rapidamente rimosso dalla Casa Bianca tramite impeachment, con l’aiuto di voti repubblicani”. 

Intanto Al Qaeda è alle porte del potere in Mali. 

Au revoir, mécréants! 

Ho sempre pensato che Donald Trump fosse l’ultimo tentativo degli Stati Uniti di contare ancora qualcosa prima di inabissarsi nelle sabbie mobili dell’obamismo che vedo sempre più come lo scenario più realistico dopo l’uscita di scena dell’anarchico arancione. 

C’entra sicuramente che gli americani oggi non pensano che il loro paese abbia niente di speciale, nessuna missione o compito da svolgere, anzi: pensano che l’Occidente sia dannato, altro che “nazione indispensabile”. 

Lo scrive Annabel Denham sul Telegraph:

“Le nostre scorte sono state ridotte a poco più di qualche scopa e un rastrello ossidato. Il nostro approccio agli arruolamenti, in cui chi potrebbe ancora voler combattere è scoraggiato nel perseguire la ‘diversità’, ci ha lasciato con una crisi. Tuttavia, si potrebbe sostenere che il problema più grande sia psicologico. Metà della Gen Z ritiene che il paese sia razzista, quindi è naturale che solo l’11 percento ora affermi che sarebbe disposto a combattere per esso. Dopotutto, chi vuole difendere ‘l’imperialismo’ e la ‘disuguaglianza’?”. 

C’entra poi quella che Foreign Affairs chiama la “Pax geriatrica” e a cui si ricollega Luttwak. Si legge:

“Gli Stati demograficamente più vecchi hanno quindi già dimostrato una minore tendenza a impegnarsi in conflitti violenti. Le analisi statistiche mostrano che questi Paesi sono significativamente meno propensi a iniziare ostilità militari rispetto a quelli più giovani. Quello che sembra un trend universale verso la guerra è in realtà alimentato prevalentemente dall’aggressività degli Stati demograficamente giovani. Questo potrebbe aiutare a spiegare l’alta prevalenza di guerre e conflitti in tutto il continente africano, che ha alcune delle popolazioni più giovani del mondo. La popolazione in età lavorativa dell’Europa si ridurrà di circa il 17 per cento entro il 2050 rispetto ai livelli del 2020; quella dell’Asia orientale del 24 per cento. Tra il 2020 e il 2050, la popolazione in età lavorativa del Giappone dovrebbe diminuire del 28 per cento, quella della Cina del 23, della Russia del 19 e della Germania del 17. Gli analisti prevedono che la spesa pubblica di molti Paesi sviluppati per pensioni, sanità e cure a lungo termine per gli anziani sia destinata a raggiungere circa il 25 per cento del PIL entro il 2050. Nel 2050 l’Asia orientale avrà quasi 48 milioni di 18-23enni in meno rispetto al 2020, una riduzione del 42 per cento; l’America Latina 9 milioni in meno, una riduzione del 13; l’Europa oltre 8 milioni in meno, una riduzione del 17. In parole semplici, i Paesi che invecchiano troveranno più difficile radunare la manodopera necessaria per combattere guerre prolungate e sanguinose. L’invecchiamento, quindi, è destinato a diventare una potente forza per la pace che non è mai esistita prima”. 

L’età mediana sale, i giovani scarseggiano, i bilanci si svuotano per pensioni e sanità, la volontà collettiva evapora, le piazze si riempiono di cretini che invocano “la pace” agghindandosi con le insegne dei terroristi. 

E le uniche navi per cui noi europei facciamo notizia sono i giganti da crociera, da quelle intrappolate a Dubai all’Hantavirus. 

In un periodo di tensioni transatlantiche causate dalla guerra in Iraq, Robert Kagan coniò la frase: “Gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere“. Spiegò che mentre l’Europa aspirava all’ideale di “pace perpetua” di Kant, gli Stati Uniti vivevano ancora in un mondo in cui la vita era descritta da Hobbes come “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve”. Una generazione dopo, il mondo assomiglia sempre di più a quello hobbesiano, ma anche gli americani sembrano paralizzati. 

Da cosa? Dalla paura. 

E la paura, come spiega la filosofa francese Chantal Delsol su Le Figaro, è capace di schiavizzare una civiltà:

“La paura è un meraviglioso strumento di potere. Si è paralizzati e pietrificati dalla paura. Ti immobilizza, ti vieta di agire e ti rende docile a qualsiasi pressione. Di’ a qualcuno che la sua vita è in pericolo e ti obbedirà come uno schiavo. Il conformismo morale fa sì che presto la vita stessa farà paura. Non sappiamo più di cosa abbiamo paura. Questo è ciò che sta accadendo in questo momento: una sorta di disfatta della ragione. Non sappiamo più davvero di cosa abbiamo paura, ma la paura diventa una disposizione permanente, come una seconda pelle”. 

 

Alex Karp con Donald Trump

La società americana Palantir, specializzata nell’analisi dei dati al servizio delle operazioni statali, cofondata da Peter Thiel, figura centrale della tech americana, sostenitore di Donald Trump e vicino a J.D. Vance, ha appena pubblicato un manifesto in ventidue punti. Questo testo condensa le tesi sviluppate da Alex Karp, il capo di Palantir, un tipo da studiare e seguire, e costringe a riaprire una questione che l’Occidente si sforza di eludere da decenni: quella della volontà di potenza. 

L’Occidente non è stato sconfitto; si è disarmato spiritualmente. Una parte delle sue élite universitarie, culturali e politiche ha iniziato a sospettare sistematicamente tutto ciò che aveva reso possibile la sua continuità e la sua forza: l’autorità, la gerarchia, la selezione, la frontiera, la trasmissione – fino all’idea stessa di superiorità civile. Ora, ecco che Palantir produce un manifesto che ci riporta brutalmente a un’epoca in cui l’Occidente pensava ancora in termini di potenza, di strategia e di superiorità. Sotto una forma brusca, ricorda verità diventate scandalose per la sola ragione che erano state rimosse. La potenza “hard” esiste e resta necessaria; la potenza “soft” che non vi si appoggia non è che un’illusione. In un mondo saturo di morale, ricordare che tutte le culture non si equivalgono nelle loro produzioni storiche, che la religione non è necessariamente una questione privata tinta di vergogna, e che il servizio allo Stato può costituire una vocazione superiore, basta ormai a passare per estremista. Il sogno cosmopolita delle élite occidentali, in particolare quelle provenienti dal digitale, sta giungendo al termine. 

In una delle conversazioni con Michael Steinberger, Alex Karp rivela che Palantir ha contribuito a sventare diversi attacchi terroristici in Europa che, se avessero avuto successo, avrebbero causato morte e distruzione su una scala tale da portare l’estrema destra al potere. Karp dice che “la civiltà occidentale si è appoggiata sulle nostre spalle, piuttosto piccole, negli ultimi quindici anni”. 

Di sicuro non su quelle della Charles de Gaulle che arranca intanto nel Mediterraneo mentre Macron parla di “sovranità europea” ed è l’immagine perfetta di questa paura collettiva: una portaerei nucleare usata come regata per velleitari senza spina dorsale. 

Ecco perché fanno ridere tutte queste chiacchiere sul “riarmo”. 

Nel 2038, i francesi si daranno una nuova portaerei. Si chiamerà “France Libre”. Per farci cosa? Raccogliere flottillisti in gita a Gaza? Oltre ai gadget militari e alle attrezzature aeronavali, la nuova nave comprenderà una moschea capace di accogliere fino a mille fedeli. La mensa sarà halal. Le soldatesse indosseranno l’abaya. 

Se non fosse tragico, la battuta sarebbe verosimile. 

C’è un solo popolo occidentale che ancora resiste: gli israeliani. Qualcosa di più antico, più duro, più vivo. 

 

Lo scrittore americano Sebastian Junger, già vincitore di un Emmy e candidato all’Oscar per Restrepo - Inferno in Afghanistan (il documentario scritto con Tim Hetherington, il giornalista ucciso in Libia nel 2011), nel libro Tribe spiega “il trionfo e la tragedia della società moderna”. 

“La questione della virilità sembra scortese da sollevare” scrive Junger. “Alcuni anni fa ho fatto una domanda a un giovane, e lui mi ha guardato allarmato e ha detto: ‘Ci è permesso anche solo parlarne?’. L’idea che la virilità sia moralmente sospetta è in circolazione da quando ero al college negli anni Ottanta. Ricordo che una mattina attraversai il campus con la mia ragazza per trovare, inchiodati agli alberi, cartelli che dicevano: ‘Tutto il sesso è stupro’. Una definizione comune di virilità nel corso della storia è stata la volontà di mettere la sicurezza degli altri al di sopra della propria. Nella nostra epoca moderna, come fa un uomo a dimostrare la propria dignità e virilità se non ha figli da allevare e nemici da combattere?”. 

Che grande domanda. 

Questo, dice Junger, è il trionfo e la tragedia della società moderna, “che abbiamo eliminato quasi ogni disagio e pericolo nella vita quotidiana. Per la maggior parte è una grande benedizione, ma ha un costo. La stessa efficienza della società di massa fa sentire le persone non necessarie, e qui c’è una profonda minaccia alla nostra dignità. C’era un vecchio su una sedia a rotelle che ho visto cercare di salire in auto fuori da un hotel di Norfolk, in Virginia. ‘Mi sembri molto coraggioso’, gli dissi. Mi guardò come se fossi il più grande sciocco che avesse incontrato. ‘Ci sono giovani uomini in questo paese che mancano di entrambe le gambe’, disse. ‘Non chiamarmi coraggioso’”. Un po’ di virilità occidentale Junger era andato a cercarla fra i soldati americani in un avamposto nella valle di Korengal, in Afghanistan. Ora Junger dice che le società occidentali post-eroiche devono riscoprire l’empatia per i militari. “Ciò che questi uomini hanno in comune è che mettono il benessere degli altri al di sopra del proprio. Alcuni sono disposti a morire perché altri possano stare in una metropolitana affollata”. Fra le società occidentali, scrive Junger, soltanto Israele mantiene un tasso elevato di virilità democratica che si esprime nella gratitudine verso l’esercito. 

Questa è la tragedia contemporanea di cui parla Junger, che crediamo di essere “diventati così universalmente umani da non avere nemici”.

Trovo spassoso che, dalla Norvegia alla Spagna, in questi giorni anche i governi più antisemiti d’Europa stiano comprando armi da questi ebrei che non vogliono arrendersi e che ora hanno anche deciso di non vendere più armi alla Francia

Il Segretario di Stato americano, generale Alexander Haig, ha descritto Israele come “la più grande portaerei al mondo che non può essere affondata”.

Mentre l’Europa chiudeva le sue basi alla guerra contro l’Iran, Israele costruiva una base clandestina nel deserto dell’Iraq e inviava il Mossad a garantire la sicurezza all’Eurovision di Vienna, dove due anni fa i terroristi islamici stavano per fare una carneficina a un concerto di Taylor Swift

Né Marte né Venere, ma “colui che lotta con Dio”. Ovvero, Israele. Un grande nome, no? 


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giuliomeotti@hotmail.com

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