Riprendiamo dal sito www.israele.net - diretto da Marco Paganoni - la traduzione di due articoli del Jerusalem Post dal titolo: "Cosa si deve pensare di un giornale come il New York Times che snobba il documentato rapporto sulle violenze sessuale del 7 ottobre e preferisce pubblicare una delle peggiori calunnie del sangue di sempre?"
Scrive l’editoriale del Jerusalem Post: È questione è semplice. A prescindere dalle opinioni che si hanno sul conflitto in Medio Oriente, dovremmo essere tutti d’accordo su un fatto: è praticamente impossibile addestrare i cani a violentare esseri umani.
Eppure è proprio questo che sostiene una sorta di reportage giornalistico spacciato lunedì dal New York Times come articolo “d’opinione” (forse per sfuggire alla propria responsabilità editoriale), basato su alcune testimonianze anonime e sul rapporto di una organizzazione notoriamente anti-israeliana contraddistinta da comprovati legami con il terrorismo palestinese.
Tralasciando per il momento la faziosità di Euro-Med Human Rights Monitor, un sedicente gruppo a difesa dei diritti umani con sede a Ginevra che il New York Times eufemisticamente definisce “spesso critico nei confronti di Israele”, il veterano collaboratore Nicholas Kristof sembra aver confuso il suo ruolo di opinionista con il mestiere di reporter, cimentandosi personalmente in quello che vorrebbe essere un esercizio di giornalismo d’inchiesta sul campo

Kibbutz Nir Oz, 7 ottobre 2023: uno dei tanti luoghi dove sono state perpetrate le violenze sessuali di Hamas, filmate dagli stessi terroristi
E perché no? A quanto pare, in un mondo post-fattuale tutto è accettabile. Un articolo “d’opinione” può travestirsi da inchiesta, con affermazioni non verificate e un tentativo poco convincente di ottenere una risposta dalla parte accusata.
E può anche contenere affermazioni palesemente false come quella secondo cui Israele avrebbe addestrato cani a violentare i detenuti palestinesi nelle sue carceri.
Sebbene l’assurda affermazione sui cani sia stata ampiamente diffusa sui social nelle ultime settimane dai teorici complottisti anti-israeliani, è sconcertante vederla spiattellata in bella vista in un articolo del New York Times, a firma di uno dei suoi editorialisti più seguiti e in posizione di rilievo sul sito web della potente testata giornalistica.
In questo tumultuoso periodo di guerra e violenze successivo al 7 ottobre, vi sono dei detenuti palestinesi – molti dei quali direttamente implicati nelle atrocità commesse in Israele in quella orrenda giornata – che denunciano di essere stati trattati con brutalità, abusati e in alcuni casi persino violentati.
Atti ovviamente spregevoli che, se veri, devono essere indagati e puniti.
Si sa che il ministro israeliano della sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, un razzista dichiarato, ha esortato il Servizio penitenziario ad adottare una linea più dura nel trattamento dei detenuti palestinesi.
Tuttavia Sari Bashi, avvocata israelo-americana per i diritti umani nonché direttrice esecutiva del Comitato pubblico contro la tortura in Israele, intervistata per l’articolo “d’opinione” di Kristof, sottolinea che non esistono “prove che siano stati ordinati” tali comportamenti.

Post su X del Ministero degli esteri israeliano, 12.5.26: “Mesi fa, la Commissione Civile si è rivolta al New York Times con un rapporto sulla violenza sessuale sistematica perpetrata da Hamas il 7 ottobre e dopo. Il New York Times ha detto di non essere interessato. Quel rapporto completo e ben documentato è stato pubblicato stamattina dalla CNN e altri media internazionali. Consapevole del rapporto e della sua data di pubblicazione, la sera prima della sua uscita il New York Times ha pubblicato un vergognoso attacco a Israele, sminuendo i crimini sessuali di Hamas. Questo dice tutto sugli obiettivi del New York Times” (clicca per ingrandire)
Persino lo stesso Kristof ammette che “è impossibile sapere quanto sarebbero comuni le aggressioni sessuali contro i palestinesi”, sebbene ciò non gli impedisca di dilungarsi per quasi 4.000 parole sulla (sua) assoluta certezza che gli israeliani “ricorrano sistematicamente [sic] allo stupro e alla tortura sessuale” per umiliare i detenuti palestinesi e che Israele permetta, anzi incoraggi, i coloni israeliani ad aggredire sessualmente i civili palestinesi in Cisgiordania.
Il celebrato editorialista del New York Timesarriva persino a chiedere agli Stati Uniti di “subordinare i trasferimenti di armi alla cessazione delle aggressioni sessuali”, affermando che si potrebbe così “inviare un messaggio morale e tangibile, ovvero che la violenza sessuale è inaccettabile a prescindere dall’identità della vittima”.
Davvero? Forse allora dovrebbe inviare un messaggio anche alle altre divisioni del suo stesso giornale, ovvero che anche le vittime israeliane delle (accertatissime) violenze sessuali e degli stupri, questi sì sistematici, perpetrati da Hamas il 7 ottobre e, successivamente, durante la prigionia degli ostaggi a Gaza, meritano che la loro storia venga raccontata.
L’articolo di Kristof è stato pubblicato e promosso in modo prominente sul sito web del New York Times, addirittura corredato da un video prodotto separatamente, il giorno prima che venisse reso pubblico un monumentale rapporto israeliano sui crimini sessuali sistematici commessi da Hamas il 7 ottobre, crimini che negli ultimi due anni e mezzo sono stati minimizzati o addirittura negati da una moltitudine di attivisti, organizzazioni e funzionari per i diritti umani e delle donne.
Il rapporto della Commissione Civile sui crimini del 7 ottobre commessi da Hamas contro donne e bambini è stato distribuito ai media accreditati in Israele, incluso il New York Times, parecchie settimane prima della sua pubblicazione avvenuta martedì.
In effetti, è stato ripreso da svariate testate e piattaforme giornalistiche. Ma per qualche motivo è stato ignorato dal New York Times.
Cosa si deve pensare di un giornale che preferisce pubblicare accuse infondate sugli immaginari “cani da stupro” israeliani anziché dettagliati e documentati resoconti di vere atrocità?
(Da: Jerusalem Post, 13.5.26)
Post su X del Ministero degli esteri israeliano, 11.5.26: “Oggi, il New York Times ha scelto di pubblicare una delle peggiori calunnie del sangue mai apparse sulla stampa moderna” (clicca per ingrandire)
In un post su X di lunedì, il Ministro degli esteri israeliano ha definito l’editoriale del New York Times “una delle peggiori calunnie del sangue mai apparse sulla stampa moderna”: un riferimento alle calunnie dell’antigiudaismo medievale che accusavano gli ebrei di infanticidi rituali per impastare col sangue le azzime pasquali.
Diversi attivisti, sia israeliani che palestinesi, criticano l’attentibilità delle fonti usate da Nicholas Kristof, affermando che sono fortemente di parte e inaccurate.
Tra gli altri Ahmed Fouad Alkhatib, attivista anti-Hamas originario di Gaza, che ha scritto su X: “Alcuni enti e individui citati, tra cui Euro-Med Human Rights Monitor e Shaiel Ben Ephraim, hanno precedenti problematici in termini di accuratezza, condotta e frequentazioni”.
L’organizzazione “ONG Monitor” ha indagato i legami tra “la peggiore e più citata ong, Euro-Med Human Rights Monitor”, e i terroristi di Hamas. L’organizzazione ha condiviso fotografie del fondatore di Euro-Med Monitor, Ramy Adbu, ritratto durante un dibattito del 2013 insieme al leader di Hamas Osama Hamdan.
Secondo quanto riportato, Abdu è stato identificato da Israele come uno dei “principali agenti e figure istituzionali di Hamas in Europa”, uno che ha fatto affermazioni come “Israele ha un’insaziabile sete di sangue di bambini palestinesi”.
Ramy Abdu e Mazen Awni Issa Kahel, presidente di Euro-Med Monitor dal 2015 al 2019, sono stati fotografati insieme al capo di Hamas, Ismail Haniyeh, nel 2011.
Il responsabile dei programmi e della comunicazione di Euro-Med Monitor, Muhammad Shehada, ha pubblicato un sorridente post su X accanto a Haniyeh.
(Da: Jerusalem Post, 13.5.26)